giovedì, Marzo 21

Congo: Kabila fa appello all’Unione Africana contro l’invasione militare Intanto le divergenze tra Parigi e Bruxelles sul cambio di regime paralizzano la situazione

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L’argomento prioritario del prossimo summit dell’Unione Africana che si terrà a Nouakchott (capitale della Mauritania) tra il 25 giugno e il 02 luglio sarà la crisi congolese. Dopo l’incontro tra Moussa Faki Mahamat, Presidente della Commissione UA, e il Presidente congolese, Joseph Kabila, a fine settembre 2017, si sono susseguite varie missioni della diplomazia africana per domandare il pieno rispetto degli accordi di San Silvestro, siglati nel dicembre 2016 con la Chiesa Cattolica, il rispetto della Costituzione e l’organizzazione di elezioni libere e trasparenti.

Tutte queste missioni si sono scontrate con l’astuzia criminale di Kabila che si mantiene al potere attraverso sanguinose repressioni e giochetti di prestigio politico, grazie all’assenza di una opposizione unita, forte e credibile. Dopo gli accordi tra Francia, Rwanda e Angola, l’Unione Africana (guidata dal  Presidente ruandese Paul Kagame) ha alzato il tiro chiedendo che le elezioni vengano svolte il prossimo dicembre e pretendendo il ritiro dalla scena politica di Jospeh Kabila. Il regime ha reagito con identica retorica, piena di minacce, utilizzata nel discorso ufficiale del Ministro delle Comunicazioni e Media e portavoce del Governo, Lambert Mende, dopo gli incontri di Parigi.

In un discorso ufficiale rivolto all’Unione Africana, il Ministro Mende ha minacciato apertamente i «Paesi fratelli africani che credono di poter giocare con il Congo partecipando in una maniera o in un’altra a dei progetti di destabilizzazione in associazione a potenze non africane che vogliono, contro ogni evidenza, far credere che si può portare la democrazia con i cannoni».   Dopo una lunga filippica sul periodo dittatoriale del Maresciallo Mobutu Sese Seko, raffigurato come un eroe africano tramite un revisionismo storico insostenibile, Mende arriva a creare la figura di martire per Mobutu, tradito e  «gettato nella pattumiera della storia» da Paesi che aveva aiutato di buon cuore, Rwanda e Angola.

Mende ammette che vi sono dei problemi nella Repubblica Democratica del Congo ma nessuna soluzione proveniente dall’esterno potrà offrire  al popolo congolese una soluzione duratura. «La storia dell’Africa deve essere scritta in Africa. La storia del Congo deve essere scritta in Congo, dagli africani, dai congolesi e non a Parigi, Bruxelles, Londra o Washington», afferma il portavoce del Governo. Come nel suo precedente discorso alle potenze occidentali, Mende minaccia la guerra totale e senza pietà ai «Paesi africani che accetteranno di servire come testa di ponte o come mercenari per realizzare strategie straniere ostili alla Repubblica Democratica del Congo».  Queste potenze africane saranno «pagate con la moneta delle scimmie e conosceranno la resistenza feroce del popolo congolese che le sconfiggerà in quanto il Congo ora ha i mezzi per farlo».

Mende riconosce che l’Unione Africana e la Conferenza Internazionale sulla Regione dei Grandi Laghi sono le sole istanze internazionali di colloquio per trovare soluzioni alle crisi dei Paesi membri. Queste istituzioni non possono però  essere trasformate in cavalli di Troia, o  meri strumenti di interessi economici di potenze straniere. Ogni soluzione alla crisi congolese deve essere trovata dall’Unione Africana e dalla Conferenza Internazionale sulla Regione dei Grandi Laghi in accordo con il Governo congolese e non da Angola, Rwanda, Uganda e dal Presidente Emmanuel Macron. Nel suo discorso appare scontata la legittimità del Governo, sempre più messa in discussione dalla comunità internazionale.

Mende avverte il popolo congolese di non fidarsi degli occidentali e dei loro lacchè africani. «Se vediamo un leone approcciarsi alle sue prede con gentilezza e cortesia occorre porsi dei seri dubbi e stare in guardia perché il suo comportamento non e’ l’espressione dell’amore che proverebbe il leone verso le sue prede ma piuttosto l’espressione di un appetito vorace dissimulato dietro ad una gentilezza che mal cela la sua reputazione di predatore. Quando il leone comincia a giocare a vigile o protettore delle sue prede dobbiamo triplicare la vigilanza e impedire le sue mosse mortifere». Mende chiede al popolo congolese di essere unito nella difesa della patria per impedire i giochi concepiti nelle capitali occidentali «che incarnano il ruolo di medici al capezzale del loro malato eterno: la Repubblica Democratica del Congo».

Al di la’ della retorica patriottica e del grezzo revisionismo storico, il Governo congolese, tramite il secondo discorso di Mende, esteriorizza un evidente terrore verso una soluzione militare alla crisi politica che attanaglia il Paese dal 1998, quando scoppiò la seconda guerra pan.africana in suolo congolese. Il regime è consapevole che il suo Esercito e il suo popolo non hanno alcuna intenzione di difenderlo. L’invasione militare da parte delle potenze africane coinvolte -Angola, Rwanda e Uganda-, combinata a movimenti insurrezionali locali  -i guerriglieri tutsi del M23, i reparti dell’Esercito in Katanga, i miliziani del MLC di Jean-Pierre Bembametterebbe fine al regime di Kabila con la stessa rapidità e facilità che gli stessi attori regionali hanno messo fine al regime di Mobutu nel 1996.

Il regime si sente accerchiato, minacciato su tutti i fronti, e reagisce cercando di urlare più forte e di minacciare un guerra santa che non è capace di sostenere né tanto meno di vincere. L’assoluzione in secondo grado di Jean-Pierre Bemba pone una seria ipoteca alla tenuta del regime. Bemba è molto amato dal popolo congolese e considerato bene dagli stessi mobutisti che stanno facendo affari con Kabila. La tattica che sembra delinearsi a Parigi, Luanda, Londra, Kigali, Bruxelles, Kampala, è quella di costringere il rais ad indire le elezioni in dicembre e a rinunciare alla Presidenza a vita. In caso contrario, l’invasione militare sembra già stata pianificata nei minimi dettagli. Alcuni osservatori africani ipotizzano anche un colpo di Stato o l’assassinio di Joseph Kabila, come avvenne per suo padre Desire Kabila, nel gennaio del 2001. Un cambiamento di regime dall’interno, orchestrato dagli stessi mobutisti che stanno appoggiando il dittatore congolese e sostenuto e finanziato dalle potenze africane e occidentali. Uno scenario possibile, visto che ora Bemba è libero e che appartiene al mobutismo molto di più rispetto a Kabila, elemento estraneo catapultato al potere nel 2001 dagli stessi mobutisti che complottarono contro suo padre Desire Kabila.

Al regime non rimane che sperare nell’aiuto di Pechino e Mosca. Un aiuto che si tramuta in ingenti forniture militari, ma destinate ad un Esercito stanco e demoralizzato che non intende combattere per il rais. Anche i veti cinesi e russi presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite possono diventare un’arma spuntata dinnanzi ad una prova di forza africana sostenuta dall’occidente. Nessun soldato russo o cinese combatterà al fianco delle esigue forze che Kabila dispone per difendere il suo regime. Anche i mercenari, assoldati con i soldi delle risorse naturali rubate al popolo, non hanno mai fatto la differenza come la caduta di Mobutu ci insegna. L’unica arma è di creare una fronte confuso e difficile da gestire grazie all’alleanza con centinaia di piccole milizie concentrate all’est del Paese. Arma a doppio taglio, questa, che potrebbe aprire uno scenario somalo nel Congo.

La sopravvivenza di Kabila sembra legata alle mosse che nell’immediato futuro Parigi deciderà di fare. L’incontro del Presidente Macron e i Presidenti Joao Lourenco e Paul Kagame e l’alleanza scaturita contro il regime di Kinshasa sembra non lasciare dubbi sulle intenzioni di Parigi di farla finita con Kabila. Eppure alcuni diplomatici europei hanno in questi giorni espresso perplessità sulla reale svolta compiuta dal Presidente Macron nei confronti della Repubblica Democratica del Congo, la distensione con il Rwanda e l’alleanza con l’Angola. Una svolta che dovrebbe ridefinire l’assetto coloniale francese in Africa. I dubbi dei diplomatici sono stati preceduti da quelli del giornalista francese Pierre Boisselet  in un articolo pubblicato sul mensile ‘Jeune Afrique’ il 27 maggio, prima degli accordi di Parigi.

Secondo l’analisi di Boisselet, i due attori principali europei della crisi congolese, la Francia e il Belgio, non sarebbero sulla stessa lunghezza d’onda riguardo la rimozione di Kabila , affidando tale compito alle potenze regionali africane.  Fino ad ora la Francia si è ben guardata dal prendere chiare  posizioni contro il Presidente Kabila, fa notare Boisselet. Il silenzio francese ha esasperato la diplomazia belga che è propensa ad utilizzare la forza per risolvere la crisi. Stessa posizione si può riscontrare per la crisi politica nel vicino Burundi, che contiene seri rischi di derive genocidarie.  Il Vice Primo Ministro Didier Reynders, non esita a criticare pubblicamente la gestione delle ex colonie francesi nel tentativo di convincere l’Unione Europea a imporre delle pesanti sanzioni contro il Congo. Sanzioni che Parigi ha discretamente bloccato in varie occasioni.

Boisselet, sottolinea il persistere di intensi contatti tra i servizi segreti francesi e quelli congolesi, l’Agence Nationale de Renseignements (ANR). All’inizio di aprile alti ufficiali della ANR hanno soggiornato a Parigi e preso contatto telefonico con il Presidente Emmanuel Macron. Vari scambi di telefonate sono intercorsi tra Macron e Kabila tra il maggio 2017 e il marzo 2018. Il consigliere presidenziale per l’Africa, Franck Paris, ha incontrato il dittatore congolese a Lumumbashi il 20 giugno 2017. Nessuno conosce quali erano gli obiettivi dell’incontro e gli eventuali accordi presi.

Gli attacchi contro la Francia non sono una strategia dell’ultima ora ideata dal regime. Fin dal 2017 il regime ha minacciato di boicottare le multinazionali francesi come Orange Telecom, Total e Air France. Il permesso di esplorazione petrolifera della Total sul lago Alberto è stato congelato. Boicottaggi meno brutali e decisi rispetto a quelli rivolti al Belgio. In meno di un anno la crisi tra Kinshsasa e Bruxelles ha preso una strada senza ritorno. Interrotta la cooperazione militare, ritirare licenze ad operare a compagnie belghe, fermato il consolato congolese ad Anversa, ridotti i voli della Brussels Airlines. Fermata la Maison Shengen a Kinshasa, gestita dal consolato belga ed incaricata dai Paesi membri dell’Unione Europea a concedere visti ai congolesi.

Nonostante l’accennata guerra fredda di Kinshasa la Francia ha fino ad ora manifestato una solidarietà camuffata al rais, sospetta e non apprezzata da Bruxelles. Entrambi le ex potenze coloniali europee hanno ora posto il Rwanda e l’Angola al centro della loro politica estera verso il Congo. Nonostante questa apparente comunione di intenti, Parigi tende a sottolineare un aspetto tattico rispetto a Bruxelles, non essendo del tutta convinta della capacità dell’opposizione congolese e della diaspora nel gestire il post-Kabila. Parigi, inoltre, teme che l’utilizzo di potenze africane come Rwanda, Uganda e Angola possa mettere in seria discussione il controllo coloniale della FranceAfrique nel ricco Paese africano.
Macron sembra essere stato costretto a rivolgersi a Kagame e  Lourenco più per necessità che per convinzione. Il Belgio, al contrario, sta ora cercando di convincere il Sud Africa affinché si unisca alle potenze regionali per spodestare il regime di Kabila. Bruxelles si sta anche assicurando che il debole regime post-Mugabe nello Zimbabwe non intervenga militarmente per difendere il regime congolese in cambio di oro, coltan e petrolio. Secondo fonti diplomatiche, in questi giorni ci sono intensi incontri tra Francia e Belgio per decidere una linea da adottare verso la Repubblica Democratica del Congo. Le differenze non mancano e sembrano non facilitare il raggiungimento di questo obiettivo. Bruxelles spinge per una soluzione militare, mentre Parigi spera ancora di convincere pacificamente Kabila a ritirarsi dalla scena politica del Paese.

Bruxelles avrebbe messo sul piatto anche la crisi burundese, chiedendo a Parigi la testa del dittatore Pierre Nkurunziza, l’annientamento delle milizie genocidarie Imbonerakure e dei terroristi ruandesi FDLR. Identica richiesta fu fatta dal Presidente Kagame durante l’incontro con Macron a Parigi. Queste richieste pongono la Francia in una situazione difficile, visto che Nkurunziza è sempre stato considerato un loro uomo, l’Ambasciatore francese a Bujumbura non ha mai nascosto le sue simpatie  verso le Imbonerakure, partecipando a tutte le loro manifestazioni (almeno fino al 2017) e che i terroristi FDLR sono la forza militare che Parigi ha sempre utilizzato per destabilizzare la regione in chiave anti ruandese e anti ugandese.

Difficile da prevedere le prese di posizione che verranno adottate sul Congo durante il summit dell’Unione Africana che si terrà a Nouakchott (capitale della Mauritania) tra il 25 giugno e il 02 luglio, anche se e’ facile immaginarsi che Paul Kagame, Presidente della UA, utilizzerà la sua posizione per imporre un cambiamento di regime, appoggiato dall’Angola e forse dal Sud Africa. Al di là delle patetiche minacce di guerra totale, il regime di Kabila sta tentando soluzioni alternative. Jean-Pierre Bemba è una minaccia reale per Kabila, che ora sembra orientato a convincere il temibile  avversario, leader di una milizia ancora armata e ben addestrata, a una ipotetica condivisione di potere.

Il Ministro degli Esteri congolese, Leonard She Okitundu, venerdì scorso ha dichiarato che Bemba può ritornare in Congo e contemporaneamente minacciato l’eventualità che la magistratura possa perseguirlo per crimini di guerra commessi durante il secondo conflitto panafricano al fianco dell’Uganda. Il messaggio che il regime vuole lanciare a Bemba è semplice quanto primordiale. Puoi ritornare nel tuo Paese e unirti a Kabila per sfruttare le risorse naturali o puoi essere perseguito per i crimini di guerra che  sai di aver commesso. Questa tattica si infrange sulla fame di potere del leader dell’opposizione. Bemba vuole tutto il Congo e, dinnanzi ad un regime in palese difficoltà, potrebbe chiedersi a che serve condividere il potere con un probabile perdente.

Nella caotica situazione politica del Congo, sempre piu vicina alla rottura, giungono le dimissioni a sorpresa di Jonathan Seke Mavinga, direttore del Centro Nazionale del Trattamento Spoglio della Commissione Elettorale Indipendente del Congo (CENI). Le dimissioni sono state presentate alla Presidente della CENI Corneille Nangaa sabato 9 giugno e rese note solo ora.  Mavinga è scappato negli Stati Uniti portando con se un esemplare delle macchine di voto elettronico TVS (Touchscreen Voting System), fornito dalla ditta Sud Coreana Miru System Co. Ltd. Obiettivo: dimostrare al Governo americano, Ong e media che queste macchine sono truccate.

Non si conoscono ancora i motivi esatti di queste dimissioni. Alcuni sostengono che Mavinga sia stato costretto a presentarle, altri affermano che Mavinga ha dato le dimissioni e fuggito a Washington dopo che il regime ha scoperto il suo tradimento. Mavinga avrebbe passato agli esperti della Organizzazione Internazionale della Francofonia le liste elettorali contenenti sei milioni di elettori falsi. Questa ultima ipotesi è stata categoricamente smentita dalla CENI.

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