mercoledì, Maggio 22

Congo: infranti i sogni di potere della Chiesa cattolica locale Quella del 31 dicembre è stata una fuga in avanti della Chiesa locale non concordata con il Vaticano che ha ottenuto il rafforzamento di Kabila

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Con la protesta nazionale indetta il 31 dicembre 2017, la Chiesa Cattolica ha voluto tentare un pericoloso gioco di forza per imporre un cambiamento di regime, promuovendo un nuovo Governo di ispirazione cristiana. Questa è la lettura che viene data dagli osservatori locali dei fatti che hanno segnato il fine 2017 nel Paese africano.

È dai tempi dello Zaire di Mobutu Sese Seko che la Chiesa Cattolica aspira a prendere il potere attraverso un Governo sotto la sua influenza religiosa. Malgrado la dura ma scontata risposta del regime del Presidente Joseph Kabila – al potere dal 2001 -, la Chiesa Cattolica ha mostrato di avere la capacità di mobilitare la popolazione congolese, una capacità di cui i partiti d’opposizione sono ampiamente deficitari. Questo potere deriva dalla autorità morale detenuta dalla Chiesa Cattolica nel Paese.

La scelta del 31 dicembre di indire la giornata di protesta è tutt’altro che casuale; così come quella di fissare (teoricamente) le elezioni per il 23 dicembre 2018, scelta, questa, della Commissione Elettorale Nazionale Indipendente. La Chiesa Cattolica, fissando la protesta nazionale contro la dittatura di Kabila, ha voluto dire a Kabila che la Chiesa Cattolica non è stata ancora sconfitta dal regime. Il 31 dicembre 2016 si firmavano (all’ultimo momento) gli accordi politici che avrebbero dovuto portare il Congo ad una transizione di potere pacifica, dopo che il rais aveva abilmente riportato alle calende greche le elezioni che si dovevano svolgere tra novembre e gli inizi di dicembre 2016. Una decisione annunciata con un anno di anticipo: novembre 2015.  Quell’accordo – l’Accordo di San Silvestro – era sembrato un successo diplomatico del Vaticano che  avrebbe scongiurato ulteriori sofferenze alla popolazione e offerto una via d’uscita onorevole a Kabila, ovvero una ‘redenzione’ in cambio di una sottintesa immunità per i crimini contro l’umanità commessi durante questi 16 anni di dittatura.

Gli avvenimenti presero una piega diversa da quella tracciata dalla diplomazia vaticana, che evidentemente aveva sottovalutato la storica capacità del potere temporale in Congo (fin dai tempi di Mobutu) di portare su binari morti ogni iniziativa politica della Santa Sede contraria allo status quo garantito dai regimi dittatoriali che si sono succeduti nel martoriato Paese.

L’iniziativa politica del 31 dicembre ha avuto il merito di porre la Chiesa Cattolica alla leadership dell’opposizione a Kabila. I principali leader politici hanno accettato di lavorare con la Chiesa, riconoscendo questa leadership. È innegabile che la Chiesa sia riuscita a mobilitare la popolazione ottenendo una partecipazione alla protesta ben maggiore di quella riscontrata nelle marce fino ad ora organizzate dai partiti d’opposizione congolese per bloccare il progetto di Kabila che aspira alla Presidenza a vita.

Ottenuta la leadership politica, il clero cattolico era convinto che la protesta organizzata avrebbe messo in serie difficoltà il regime. Dimostrando la sua forza politica la Chiesa Cattolica avrebbe costretto il regime ad accettare gli Accordi di San Silvestro del 2016. In caso contrario le manifestazioni sarebbero continuate. Le proteste del 31 dicembre dovevano avere lo stesso effetto e valore politico della ‘Marcia dei Cristiani che la Chiesa Cattolica indisse nel 1992 per spingere il dittatore Mobutu ad aprire al dialogo politico e alla democrazia.

Contrariamente alle previsioni del clero congolese, il regime ha riconfermato la linea dura attuata dal marzo 2017, reprimendo violentemente le manifestazioni, arrestando i fedeli anche all’interno delle chiese, dove si erano riuniti a pregare e intimidendo la maggioranza del clero. Secondo varie fonti locali, le vittime e gli arresti sarebbero ben maggiori di quelli dichiarati dal Governo e dall’opposizione. Il regime avrebbe attuato una repressione capillare per chiarire  la sua determinazione a mantenere il potere con la forza. Questa è stata la carta vincente del rais, in quanto ha intaccato il limite della politica promossa dal Vaticano, costringendo la Santa Sede in un angolo. Dinnanzi ad un regime che usa la forza, il solo mezzo per spodestarlo è di scatenare eguale se non  maggiore violenza. Il regime di Kabila, come fu per quello di Mobutu, può cadere solo con l’uso della forza militare, opzione che il Vaticano non può moralmente (né intende) prendere in considerazione.

La mossa di Kabila ha funzionato. Il clero congolese è rimasto scioccato dalla violenza utilizzata e non trova altre risposte che non siano la condanna senza appello di questi atti barbari. Anche sulla popolazione il regime è riuscito aumentare il terrore e il senso di totale impotenza, che aumenterà passività e rassegnazione. Lo scorso 31 dicembre tutti i congolesi hanno potuto vedere la determinazione del regime, che non si è fermato dinnanzi alle immagini sacre, violando varie chiese e minacciando seriamente la maggioranza del clero. Se nemmeno la Chiesa riesce a proteggere la popolazione dall’ira di Kabila, chi potrà farlo? Non è forse meglio abbandonare la lotta per non subire violenza incontrastata e tirare a campare come fino ad ora si è fatto? Questi gli interrogativi che circolavano tra la popolazione congolese nei primi giorni del 2018.

La violenza scelta come strategia politica ha avuto devastanti effetti sulla coesione politica interna alla Chiesa Cattolica.  Il comunicato della Nunziatura nella Repubblica Democratica del Congo, inviato all’agenzia ‘Fides’ è estremamente ambiguo e prudente. Seppur esaltando la promozione della giustizia sociale e della difesa dei diritti civili e politici de cittadini, parte integrante della Dottrina Sociale, il Vaticano fa intendere che l’iniziativa delle proteste riguarda dei fedeli laici, senza specificare se sia stata approvata o disapprovata dalla Santa Sede.  Formalmente le proteste sono state organizzate dal Comitato di Coordinamento dei Laici Cattolici. In realtà chi ha ideato e coordinato le proteste è il clero cattolico, sotto la guida dell’Arcivescovo di Kinshasa, che ha ricevuto il giorno successivo serie moniti da parte del regime che hanno avuto un effetto immediato. L’Arcivescovo di Kinshasa ha sottolineato che la Conferenza dei Vescovi Cattolici in Congo (CENCO) non ha formalmente fatto appello a partecipare alla protesta. Un goffo tentativo, dettato da prudenza postuma e dalla paura. Il Comitato di Coordinamento dei Laici Cattolici non è altro chela  mano d’opera di un piano ideato dalla CENCO. Le migliaia di preti che hanno giocato un ruolo chiave nella mobilitazione sono la prova più evidente.

La presa di distanza dei Vescovi congolesi dall’iniziativa della CLC è stata imposta dalla Santa Sede. Un contrasto che ha portato ad una guerra aperta tra Kabila e Papa Francesco, al momento vinta dal dittatore. La necessità di temporeggiare imposta dal Vaticano non sarebbe un segnale che gli Accordi di San Silvestro potrebbero ancora rappresentare un’opzione politica, come sostengono alcuni analisi internazionali.  Secondo fonti congolesi protette da anonimato, il clero cattolico, ideatore  delle proteste, non avrebbe chiaramente coordinato con la Santa Sede  questa prova di forza terminata a sfavore della Chiesa Cattolica. Ora la diplomazia vaticana sta temporaleggiando al fine di  aprire spazi di dialogo con il Governo, ma in una posizione di debolezza.

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