lunedì, Aprile 6

Congo, il ritorno del M23? Non vi è da escludere una nuova ribellione, nonostante gli accordi di pace

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Kampala – Doccia fredda per le Nazioni Unite e i Paesi occidentali coinvolti nell’intricata faccenda del Congo nell’udire non la proposta ma la notifica di una decisione precedentemente presa dal International Conference Great Lake Region ICGLR, a proposito della smobilitazione delle milizie ribelli M23. Dopo la ritirata dall’est del Congo effettuata nel novembre 2013, le milizie sono intatte e protette in Uganda (1.200 uomini) e Rwanda (600 uomini). A questi occorre aggiungere un qualche migliaio di uomini già rientrati in armi e sparsi per l’est del Congo. Anche i leader militari, sospettati di crimini di guerra, tranquillamente soggiornano in Uganda.

Gli accordi di pace firmati a Nairobi nel dicembre 2013 parlano chiaro: il M23 può trasformarsi in un partito politico che rispetti Costituzione e regole democratiche, i suoi miliziani reintegrarsi nella società. A tutti i ribelli verrà riconosciuta una amnistia per i reati commessi durante la guerra esclusi: genocidio, crimini contro l’umanità, terrorismo, torture, violenze sessuali, arruolamento di minori, e saccheggi. Il Ministro angolano degli Affari Esteri, Georges Ribeli Chicoti ha annunciato ai media ugandesi che il costo di questo processo di amnistia e reintegrazione sociale a favore del M23 sarà di 100 milioni di dollari. Nazioni Unite e rappresentanze diplomatiche hanno appreso la notizia leggendo le pagine di politica dei quotidiani ugandesi. Chicoti ha inoltre rincarato la dose esortando il governo congolese ad accelerare il processo di demobilizzazione e reinserimento del M23 e di sborsare i soldi necessari che devono essere suddivisi tra Nazioni Unite, Paesi occidentali e stati membri della ICGLR.

Le affermazioni di Chicoti hanno un peso. L’Angola è attualmente alla guida della ICGLR avendo ricevuto il testimone dall’Uganda. Ogni anno i stati membri della International Conference Great Lakes Region occupano il posto di presidenza della istituzione. Le affermazioni di Chicoti sono state riconfermate dal Ministro sudafricano degli Affari Esteri Sam Kutesa che ha richiesto il supporto delle Nazioni Unite e Banca Mondiale per i finanziamenti necessari all’iniziativa. Queste prese di posizioni sono il frutto della diplomazia ugandese di questi ultimi tre mesi attuata presso Luanda e Pretoria. Il Sud Africa è piú interessato ad accedere ai mercati del East Africa che iniziare un conflitto con suoi paesi membri. L’Angola ha pessime relazioni con il Presidente Joseph Kabila dal 2012 a causa del mancato pagamento dello sforzo bellico compiuto per difendere il governo congolese dato dall’esercito angolano durante la seconda guerra pan africana (1998 – 2004). Dal 2011 il presidente Dos Santos protegge il governatore della ricca e confinante provincia del Katanga che la gestisce come se fosse quasi una entità statale autonoma dal resto del paese.

La richiesta di pagamento di 100 milioni di dollari, di cui il M23 sarebbe l’unico beneficiario nonostante che le agenzie ONU e le Ong ora affermino che siano destinati anche agli altri 40 gruppi ribelli presenti all’est del Congo, è solo la punta dell’iceberg. In realtà il Movimento 23 Marzo da tre mesi viene formato da esperti militari ugandesi nelle località di Rwamwanja, Kamwenge e Nakivale ovest Uganda. Un flusso continuo di armi è stato registrato tra aprile e maggio. Soldati esperti ugandesi di origine tutsi sono stati richiamati dalla Somalia per compiere una non ben specificata “nuova missione”. Si parla di ritorno del M23. Un ritorno non immediato, nonostante le attuali tensioni frontaliere tra Congo e Rwanda.

Terminata la fase militare, ora i quadri del M23 sono impegnati a rafforzare gli aspetti politici e mediatici del movimento, gravi carenze nella precedente ribellione (aprile 2012 – novembre 2013). La ribellione del M23 nasce per il mancato rispetto dell’accordo firmato il 23 marzo 2009 tra il governo di Kinshasa e il movimento ribelle CNDP, anch’esso Banyarwanda. Almeno il 60% dei comandanti e miliziani del M23 provengono dal CNDP. Questo gioco delle tre carti aumentó all’epoca nella popolazione il dubbio di assistere ad un ripetersi di avvenimenti storici arrivando alla conclusione, quasi obbligatoria: “Questa è la solita ribellione tutsi”. I successi militari ottenuti fino a conquistare nel novembre 2012 il capoluogo della provincia del Nord Kivu: Goma, accentuarono il carattere militare di questo movimento.

Fu solo dopo la presa di Goma e il conseguente ritiro dalla cittá ordinato dal presidente ugandese Yoweri Museveni, che il M23 tentò di allargare le rivendicazioni inserendo problematiche nazionali, dotandosi di una amministrazione e di una ala politica. Un gesto tardivo che spinse il movimento ribelle ad imbarcare una nutrita schiera di opportunisti che monopolizzarono l’ala politica rendendola piú simile ad una farsa che a un partito rivoluzionario. Le rare figure politiche capaci e internazionalmente riconosciute come Réné Abandi, portavoce dei colloqui di pace a Kampala, cercarono di eclissarsi per non essere associati alla banda di ciarlatani e approfittatori.

La gestione dei territori occupati – liberati (secondo i punti di vista) fu affidata a questi personaggi con immaginabili risultati. Dinnanzi ad un crescente malcontento delle popolazioni locali l’apparato amministrativo reagiva cercando aiuto tra i miliziani e proponendo dannose misure repressive. Anche sul fronte mediatico il M23 ha dimostrato tutta la sua immaturità. Il sito ufficiale (oscurato nel aprile 2013) doveva essere supportato da un network di simpatizzanti attivi su Facebook, Twitter e altri social network. La creazione della rete di supporto non fu affidata ad esperti internazionali specializzati in marketing all’interno della politica africana, ma all’entusiasmo di singoli cibernetici, spesso congolesi di origine tutsi della diaspora in Africa, Canada e Europa. Su Facebook sorsero improvvisamente qualche decina di pagine dedicate al M23 dove ogni fan che la gestiva decideva quali notizie e commenti inserire.

Questi amatori della comunicazione diedero risalto alle vittorie militari quasi ignorando di diffondere il programma politico della ribellione. Una classica reazione di blogger alle prime armi che immancabilmente diventavano dei tifosi del taglio informativo offerto. Quando iniziarono le divergenze politiche tra i due comandanti militari, Sultani Makenka e Bosco Ntaganda, le pagine dei social network si divisero tifando il comandante scelto e aprendo una guerra mediatica contro la pagina FB sempre dedicata al M23 ma dell’avverso campo. Il danno di questi social network di supporto non gestiti da professionisti fu incalcolabile e contribuì ad aumentare il dubbio tra la popolazione congolese che si trattasse di una storia riguardante solo le minoranze congolesi di origine tutsi.

Il M23 non è mai riuscito ad attirare l’attenzione e la passione dell’immaginario occidentale, solitamente tendente a simpatizzare con una ribellione nonostante il Congo avesse gli elementi giusti per il romanzo: un presidente incapace e cleptomane al potere per diritto ereditario e una ribellione originata da una etnia minoritaria storicamente perseguitata all’est del Paese che incarnava i desideri di cambiamento, democrazia e sviluppo della popolazione.

Ora  l’apparato militare sarebbe teoricamente pronto ad entrare in azione.  Eppure il M23 sembra esitare evidentemente memore dei grossolani errori commessi.  La sua dirigenza sembra aver compreso la necessità di aggregare persone di alto calibro per formare l’ala politica e affidare il marketing a dei professionisti internazionali. Probabilmente agenzie americane famose fin dagli anni Ottanta a creare marchi di qualità attorno a personaggi politici africani quasi impresentabili come il presidente della Liberia, Ellen Johnson Sirleaf. Campagne comunicative estremamente efficaci. Nel caso della Liberia, il lavoro di marketing riuscì a trasformare una ambiziosa donna in carriera politica e responsabile, se non istigatrice, di due guerre civili per pura bramosìa di potere e gestione familiare dei giacimenti petroliferi offshore in un Premio Nobel per la Pace. Questa volta l’apparato politico del M23 deve prevalere su quello militare e deve avere un carattere chiaramente multietnico in grado di aggregare forze militari e movimenti politici di altre etnie, riuscendo a raccogliere il malcontento popolare contro la Dinastia Kabila, come il M23 lo ottenne nei primi mesi della precedente ribellione senza essere in grado di rafforzarlo o mantenerlo.

L’incapacità di conquistare i cuori di una popolazione ormai streamta da 13 lunghi anni di “democrazia cleptomane” del presidente Kabila, impedì alla ribellione di essere riconosciuta come movimento nazionale ed inter etnico e vanificó la possibilità di una alleanza militare e supporto finanziario di altre potenti etnie nel est del paese quali: Bashi e Banande. Persino l’etnia congolese di origini tutsi del Sud Kivu: i Banyamulenghe, si tennero a distanza dalla ribellione della loro stessa etnia.

Non vi è da escludere che una nuova ribellione, se sará considerata necessaria, possa avvenire sotto una nuova sigla, se il marchio M23 risulterà impresentabile per via dei suoi errori. Potrebbero anche cambiare i leader militari se, per esempio Sultani Makenga venisse considerato dai padrini: Uganda e Rwanda come una carta bruciata.

I preparativi della nuova ribellione sono terminati sull’aspetto militare e presto saranno anche quelli relativi all’aspetto politico e mediatico. Questo non vuol dire che la ribellione si realizzi. Dipenderà da molteplici e concatenati fattori geo-strategici regionali ed internazionali. In bilico vi sono due tendenze ben distinte. La prima di distensione regionale e con l’ex potenza coloniale francese, dimostrata dal recente incontro  tra il presidente ruandese Paul Kagame e il ministro francese degli affari esteri Laurent Fabius avvenuto in Gobon.

La seconda è il desiderio di sbarazzarsi di un regime scomodo ed instabile non solo per i Paesi storicamente contrapposti (Uganda e Rwanda) ma per la maggioranza dei Paesi della regione incluso Angola e Congo-Brazzaville. L’incomprensibile provocazione militare di Kinshasa verso il Rwanda non è un caso isolato. La recente escalation tra Congo Kinshasa e Congo Brazzaville ha creato l’esito forzato di 120.000 congolesi da Brazzaville e bloccato il rifornimento di carburante paralizzando la capitale Kinshasa e aumentando vertiginosamente l’inflazione. Il governo di Kinshasa sembra totalmente incapace di mantenere buoni rapporti con paesi strategici quali Angola e Congo francese, annullando ogni possibilità di soccorso militare in caso di aggressione. Anche il Sud Africa, pur avendo un reparto all’interno della brigata africana di intervento della MONUSCO, sembra remare dalla posizione opposta. Il patto di ferro siglato tra Kampala e Pretoria per un dominio dell’Africa sub sahariana sta progressivamente dando i suoi risultati lontani dai riflettori dei media internazionali.

Il desiderio ugandese di intervenire sotto l’ombrella delle Nazioni Unite in Repubblica Centro Africana per meglio tutelare i propri interessi economici nel paese è stato totalmente appoggiato dal Presidente Jacob Zuma. La possibilità di costruire solide basi per una unione dei due blocchi economici regionali: la East  Africa Community e la SADC, che inevitabilmente controllerebbe l’est del Congo invaso dalle compagnie minerarie sudafricane in cerca di oro, è per Pretoria piú conveniente che una guerra dalla durata ed esiti incerti in difesa del presidente Kabila. Rimane la Tanzania in quanto la posizione del Malawi sulla crisi regionale potrebbe essere soggetta ad un cambiamento radicale. Il Malawi è il terzo Paese che ha aderito a questa brigata africana di intervento più per necessità politiche del ex presidente Joyce Banda di aggraziarsi le simpatie internazionali che per reale convinzione. L’attuale presidente potrebbe decidere la fine di questa avventura sopratutto se aumenteranno le tensioni con la Tanzania sulla disputa territoriale delle acque del Lago Malawi, piene di gas naturale.

Come unica risposta il presidente Kabila sembra aver imboccato la via dell’isolamento, degli intrighi politici e delle provocazioni militari  per conservare il potere ed ottenere la rielezione nel 2016, modificando la Costituzione. L’orientamento di rafforzare la Guardia Repubblicana (forte di 10.000 uomini) a scapito dell’esercito nazionale FARDC è un chiaro segnale che Kabila non si fida piú nemmeno del suo apparato difensivo. Grave errore tattico, secondo alcuni osservatori politici regionali in quanto faciliterà le diserzioni e l’arruolamento nel campo avverso se Kampala e Kigali decideranno di riattivare il M23. L’ultimo elemento che determinerà una nuova ribellione o meno è rappresentato dal gruppo terroristico ruandese FDLR. Il piano di invadere il Rwanda per attuare un cambiamento di regime con la forza, se attuato, offrirà il migliore pretesto per Kigali di riattivare il M23 come forza contrapposta. Gli accordi sicuramente scaturiti dall’incontro avvenuto in Gabon potrebbero ruotare su uno scambio politico economico tra Francia e Rwanda: la testa delle FDLR in cambio ad una distensione che permetta di rafforzare la presenza dei imprenditori francesi nel mercato ruandese.

Da una settimana il governo burundese sta facendo circolare la voce che le FDLR sarebbero disposte ad arrendersi e consegnare le armi. Una notizia accettata come affidabile dalla ICGLR (Conferenza Internazionale della Regione dei Grandi Laghi) ma non confermata dai quadri del movimento terroristico ruandese. Una notizia che, se corrispondenze alla realtà, diminuirebbe la giustificazione della riattivazione del M23. Rimarrebbe solo quella di un cambiamento di regime a Kinshasa. In questo caso però Uganda e Rwanda dovrebbero agire con estrema cautela per non attirare sospetti di appoggio finanziario e militare e la ribellione da Banyarwanda dovrebbe chiaramente trasformarsi in ribellione inter etnica e nazionale. 

 

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