martedì, Novembre 19

Congo: il peccato originale Dall’assassinio del Primo Ministro Patrice Lumumba al clan dei Mobutisti: la famiglia Kabila continua a tenere sotto scacco il Congo

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Stiamo assistendo in questi giorni il trionfo di Kabila e dei Mobutisti che hanno trovato un asso nella manica per riuscire a mantenere il controllo sulle immense risorse naturali del Paese: Félix Tshisekedi a scapito del vero vincitore delle elezioni presidenziali del 30 dicembre 2018, Martin Fayulu.

Il giuramento del nuovo Presidente della Repubblica democratica del Congo, Felix Tshisekedi, che subentrerà al Presidente in carica Joseph Kabila, è confermato per domani, giovedì 24 gennaio, hanno riferito fonti vicine ad entrambe le parti.

La storia di questo martoriato Paese ricchissimo di materie prime, ma agli ultimi posti dello sviluppo umano e democrazia in Africa, ha conosciuto due peccati originali che hanno creato questo inferno. Il primo è l’assassinio del Primo Ministro Patrice Lumumba, ucciso nel settembre 1960 da un complotto franco belga americano.  La sua morte inaugurò trent’anni di feroce e sanguinaria dittatura di Mobutu Sese Seko Kuku Ngbendu Wa Zabanga (letteralmente ‘Mobutu il guerriero che va di vittoria in vittoria senza che nessuno possa fermarlo’).

La data del secondo peccato originale è 16 gennaio 2001, quando il Presidente Laurent Désiré Kabila, detto Mzee (il vecchio), e padre di Joseph Kabila, fu assassinato, dopo cinque anni della presa del potere -abbattendo il regime di Mobutu- e tre anni dalla scoppio della Seconda guerra Panafricana (1998 – 2004). Mzei viene abbattuto da colpi di pistola nel suo ufficio presidenziale da una sua guardia del corpo –Rashidi Mizele– subito dopo ucciso per ordini di sconosciuti.
Per evitare il voto di potere, in piena guerra contro Burundi, Rwanda e Uganda -che occupavano militarmente l’est del Paese-, il Clan dei Mobutisti catapultano alla Presidenza un figliastro di Mzee, Joseph Kabila, di appena trent’anni. Alla sua nomina, il 26 gennaio 2001, Kabila promette di far luce sui veri colpevoli dell’assassinio di suo padre. A distanza di 18 anni questa promessa è stata trasformata in un segreto di Stato dal Clan dei Mobutisti, il vero potere in Congo, ideatore dell’attuale golpe istituzionale.  Vari i tentativi di far luce su questo assassinio tutti bloccati dal regime.
Secondo Emile Mota, all’epoca direttore aggiunto della Presidenza, tutto si sarebbe succeduto troppo in fretta. Uno sconosciuto luogotenente della Guardia Presidenziale entra nell’ufficio di Mzee e gli spara. Nella fuga sarà abbattuto dalla sicurezza della Presidenza. Secondo le indagine indipendenti svolte da vari giornalisti, anche francesi, Mota ha creato una verità di comodo al regime.

L’autopsia dimostrerebbe che i colpi di pistola sarebbero stati tirati su Désiré Kabila a morte già avvenuta. Per quali motivo? Secondo molti giornalisti africani e occidentali trattasi di una messa in scena per camuffare in assassinio un colpo di Stato organizzato dal Clan dei Mobutisti per riprendersi il potere perduto, dopo una serie di complotti che l’ex guerrigliero che aveva combattuto negli anni Sessanta al fianco di Che Guevara, era riuscito a scongiurare. La vera causa della morte di Mzee sarebbe naturale. Arresto cardiaco. Soffriva di diabete che gli provocò una fatale ipertensione arteriosa. Al ritrovamento del cadavere, il Clan dei Mobutisti, che si era già parzialmente infiltrato nel nuovo Governo, avrebbe colto l’occasione per inscenare l’assassinio, impedire libere elezioni e riprendersi il potere che lo stesso Mzee gli aveva sottratto abbattendo il regime di Mobutu, nominando un giovane burattino, Joseph Kabila, appunto, all’epoca appena trentenne e con zero esperienza politica.
Per avvalorare la tesi i Mobutisti nominarono in gran fretta una commissione di inchiesta composta da 9 esperti congolesi, 4 angolani,4 zimbabwani e 4 namibiani. Notare che Angola, Zimbabwe e Namimbia avevano inviato le loro truppe in difesa del Congo per contrastare gli eserciti burundese, ruandese e ugandese che miravano di prendere il controllo del Paese.

In una intervista accordata al quotidiano belga ‘Le Soir’, del 7 marzo 2001, il giovane neoeletto Presidente Joseph Kabila annunciò l’imminente pubblicazione del rapporto di inchiesta della Commissione. Un rapporto composto da 1.676 pagine che non fu mai sottoposto alle autorità giudiziarie. Nel marzo 2003 il Tribunale Militare condannerà a morte 30 personalità militari coinvolte nell’assassinio, mentre altre 19 saranno condannate all’ergastolo. Altri 11 militari saranno condannati a 20 anni di reclusione e 12 a pene dai 15 ai 6 mesi. Durante il mega processo il Presidente del Tribunale Militare il Generale Nawele Bakongo dichiarerà l’assenza di altri sospettati che erano riusciti a fuggire, promettendo di arrestarli ovunque essi si trovino nel Paese o all’estero.

19 anni dopo la morte di Mzee le autorità giudiziarie congolesi considerano il caso chiuso. «Questo è uno dei principali enigmi criminali della storia del Congo. È chiaro che si sono trovati dei falsi colpevoli per proteggere quelli veri, che probabilmente risiedono ora al potere», ha dichiarato un avvocato di Bukavu, capoluogo di provincia del Sud Kivu, facendo i nomi di Georges Leta Mangasa, uomo dei servizi segreti, Nono Lutula, consigliere speciale del Presidente, Eddy Kapende, aiuto in campo del Presidente, e il Generale Yav Nawej.  
Tutti ex Mobutisti che Laurent Désiré Kabila aveva incluso nel nuovo Governo nel tentativo di evitare ribellioni organizzate dai gerarchi del ex regime rifugiatesi nel vicino Congo Brazzaville. Questi nomi sono tutt’ora al fianco del figlio Joseph Kabila e sarebbero tra i principali artefici della crisi politica iniziata nel 2015 e del golpe elettorale. Quelli destinati a imporre la loro volontà sul Presidente fantoccio Fèlix Tshisekedi. Questi personaggio nell’ombra sono stati i principali beneficiari della morte di Laurent Désiré Kabila, assieme a tre dei suoi figli, inclusi nel Governo: Joseph, Jaynet e Zoe Kabila, che già nel 2002 stavano creando l’impero mafioso per il controllo delle risorse naturali del Paese. Un impero che ha rubato al popolo le elezioni, impedendo democrazia, pace e sviluppo sociale economico.

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