giovedì, Novembre 14

Congo: i Caschi Blu rifiutano di cooperare contro i gruppi armati La task-force regionale con il compito di ripulire l’est del Congo dalle varie milizie che lo occupano da decenni non sarà appoggiata da MONUSCO

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Venerdì 25 ottobre a Goma (capoluogo della provincia Nord Kivu, in Congo) si è tenuta una riunione cruciale per la sicurezza nella Regione dei Grandi Laghi, anche se assai strana, basta osservare i partecipanti e la risposta ricevuta dai Caschi Blu della MONUSCO. Si ha avuto l’impressione che questa riunione abbia avuto l’obiettivo di istituzionalizzare azioni militari che stanno avvenendo nelle province congolesi del Nord Kivu, Sud Kivu, Ituri, Maniema e Tankanika dallo scorso maggio. 

La riunione verteva sulla formazione di una task-force regionale con il compito di ripulire l’est del Congo dalle varie milizie che lo occupano da due decenni. La riunione è la logica conseguenza della politicazero tolleranzaproclamata dal Presidente congolese Felix Tshisekedi lo scorso gennaio. Una politica che mira a liberare i territori delle province est e di superare le ostilità storiche con Rwanda e Uganda sostituendole con collaborazioni economiche e militari. L’obiettivo ultimo di Tshisekedi è di stabilizzare il suo Paese e avviare una integrazione regionale con il Congo come locomotiva economica e politica

Tra  i vari  gruppi da eliminare vengono esplicitamente citati le Democratic Forces for the Liberation of Rwanda (FDLR), le Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda   (responsabili del genocidio in Rwanda nel 1994); le Allied Democratic Forces (ADF), Forze d’Alleanza Democratica – ADF (gruppo islamico ugandese, sconfitto in Uganda nel 2004 e decimato all’est del Congo nel 2014, che ultimamente ha preso contratto con il Daesh per creare cellule terroristiche nel Sud e Nord Kivu); il Rwanda National Congress (RNC), un movimento ribelle ruandese formato da ex generali tutsi ribellatesi al Presidente Paul Kagame. 

Il vero obiettivo rimangono le FDLR.
Il Rwanda National Congress assume un’importanza politica, in quanto al suo vertice vi sono ex ufficiali tutsi che precedentemente ricoprivano alti incarichi all’interno del sistema di difesa ruandese. Purtroppo o per fortuna, il RNC sul terreno possiede pochi uomini e al momento è una forza militare trascurabile.
Le ADF sono ridotte a qualche centinaio di uomini. Il gruppo rappresenta una potenziale minaccia solo a causa dei recenti contatti con il Daesh. Dal 2015 il suo nome è stato preso in prestito per firmare gli innumerevoli attacchi contro l’etnia Nande compiuti dalle FDLR e reparti dell’Esercito regolare congolese collusi con i terroristi. La persecuzione etnica era voluta dal ex Presidente Joseph Kabila. I Nande dovevano venire costretti ad rifugiarsi nel loro Paese di origine (Uganda) e le loro terre colonizzate dalle FDLR e le loro famiglie. 

La presenza del rappresentante del Burundi ha sorpreso tutti. Tramite il suo inviato, il Governo di Gitega ha promesso di partecipare attivamente a debellare i vari gruppi terroristici e ribelli presenti nella regione, contribuendo alla pace e sicurezza nazionale. Tutti gli osservatori politici della regione si stanno chiedendo come il Presidente Pierre Nkurunziza possa tenere fede a questo impegno quando è alleato con i terroristi ruandesi FDLR che controllano la milizia paramilitare Imbonerakure. Le FDLR sono di fatto le uniche forze rimaste al regime per difendersi. Da mercenari stanno aspirando a diventare i padroni del Paese. 

Altra presenza contraddittoria è l’Uganda. Il suo rappresentante, durante la riunione a Goma, ha dichiarato che il Governo di Kampala è pronto a mobilizzare truppe e mezzi finanziari per debellare i vari gruppi terroristici e armati presenti all’est del Congo. Eppure dal 2016 l’Uganda sta sostenendo il RNC in chiave anti-Kagame. La guerra fredda riesplosa tra Kigali e Kampala nel 2017 ha spinto il Presidente Yoweri Kaguta Museveni a sostenere anche i terroristi delle FDLR. Un rapporto ONU del dicembre 2018 indica l’Uganda come la maggior fonte di reclutamento per i ribelli ruandesi. Tramite un losco businessman belga, Museveni, ricicla presso la raffineria ad Entebbe enormi quantità di oro comprate dalle FDRL. 

Due settimane prima della riunione a Goma, Museveni non ha inviato la delegazione a Kigali, come previsto, mettendo a rischio gli sforzi di riappacificazione tra i due Paesi, compiuti dai presidenti Felix Tshisekedi e João Lourenço (Angola).
L’adesione dell’Uganda nella lotta contro le bande armate dell’est del Congo potrebbe essere il frutto di un ennesimo ripensamento di Museveni sulla guerra fredda contro il Rwanda. In caso contrario sarebbe un’adesione non credibile e sospetta. Ha destato non poche perplessità l’assenza dell’Angola. Nell’aprile 2019 Lourenço ha firmato un accordo di collaborazione militare con il Congo e il Rwanda che prevede anche l’annientamento dei gruppi armati congolesi e stranieri presenti nelle province est. 

L’impressione generale circa la riunione svoltasi a Goma è di un atto diplomatico per ufficializzare le offensive militari lanciate dall’esercito congolese FARDC in maggio e tutt’ora in corso a cui parteciperebbero reparti dell’Esercito ruandese, con il supporto logistico angolano. Queste offensive militari rientrerebbero nella Operazione Corridoio Est. Operazione tenuta segreta su cui ‘L’Indro’ sta indagando. Il piano prevederebbe di liberare l’est del Congo e di abbattere il regime di Nkurunziza in Burundi. I violenti scontri con le FDLR all’est del Congo e l’offensiva dei RED Tabara e FOREBU in Burundi sembrano confermare l’esistenza di questa operazione militare regionale, della quale evidentemente Kinshasa, Kigali e Luanda intendono  evitare fughe di notizie e coprire il tutto con il segreto di Stato. 

La riunione di Goma ha ricevuto il rifiuto da parte dei Cashi Blu ONU di collaborare con questa task-force per debellare i gruppi armati presenti all’est del Congo. Lo scorso venerdì la MONUSCO ha emesso un comunicato stampa dove si chiarisce che non verrà dato nessun supporto a eserciti stranieri se questi decidono di intervenire militarmente nelle province est, oppresse dalla piaga delle milizie. Il direttore della MONUSCO, Leila Zerrougui, ha affermato che i Caschi Blu non possono supportare forze straniere in un loro intervento in Congo anche se concordato con il Governo di Kinshasa. «Il nostro mandato è quello di sostenere l’Esercito congolese. Il miglior modo di proteggere la popolazione civile è di restaurare l’autorità dello Stato nelle regione est, la giustizia, la Polizia e l’Esercito», ha dichiarato Zerrougui,  La missione di pace in Congo, MONUSCO, è una delle più grandi missioni di pace delle Nazioni Unite con 17.000 soldati. È anche la più controversa. In questi 14 anni i Caschi Blu della MONUSCO sono stati accusati di non proteggere adeguatamente la popolazione, di seguire agende politiche di Francia e Stati Uniti a fasi alterne, di traffico di minerali preziosi e di vari casi di violenze e abusi sessuali. 

Il rifiuto della MONUSCO di supportare le operazioni militari della task-force africana contraddice con la necessità espressa dalla Zerrougui di restaurare l’autorità dello Stato, giustizia, pace e stabilità nelle regioni est del Congo. Solo una dura campagna militare può risolvere il problema e l’Esercito congolese non è in grado di condurla da solo. Vi sono limitazioni logistiche, finanziarie e il fatto che molti reparti e alti ufficiali della FARDC sono collusi con le bande armate, dividendosi i proventi del traffico illegale di minerali. Non è un caso che il Presidente Tshisekedi stia attuando consistenti spostamenti di divisioni, sostituendo le divisioni e i generali presenti nell’est con nuove truppe e generali fidati. 

La neutralità della MONUSCO è una decisione presa dallo scorso maggio. I Caschi Blu non hanno fornito il minimo supporto all’Operazione Corridoio Est. Quali sono le ragioni che hanno spinto la MONUSCO a scegliere una neutralità che sul terreno favorisce le bande armate? Certamente l’influenza della Francia. Questa ex potenza coloniale ha nutrito varie bande armate nell’est del Congo. Nel 2000 ha creato le FDLR raggruppando tutte le forze ancora disponibili dell’ex Esercito ruandese, Interahamwe autori del genocidio 1994 in Rwanda e successivamente rifugiatesi nello Zaire (attuale Repubblica Democratica del Congo) grazie alla protezione militare dei soldati francesi impegnati nella Operazione Turchese. Le FDLR sono state create in chiave anti-Kagame con l’obiettivo di porre nuovamente il Rwanda sotto il controllo di Parigi tramite una conquista militare attuata da alleati storici e “affidabili”: le forze HutuPower ruandesi.
La Francia, nonostante il disgelo nei confronti del Rwanda, sembra non aver abbandonato il piano di attuare un cambiamento di regime a Kigali tramite un’invasione. La ripresa della collaborazione militare con il regime di Nkurunziza, avvenuta lo scorso ottobre, rafforza questo dubbio.  

La MONUSCO ha anche una ragione occulta per non intervenire militarmente: il suo rapporto con i terroristi FDLR. Negli ultimi 10 anni le FDLR sono state considerate dal Governo di Kinshasa come una valida forza da contrapporre a Uganda e Rwanda e alle ribellioni congolesi Banyarwanda (Laurent Nkunda e M23). Durante l’ultima ribellione tutsi del Movimento 23 marzo (2012 – 2013) la MONUSCO ha fornito supporto e trasporti aerei ai terroristi FDLR chiamati a combattere i ribelli tutsi. 

I Caschi Blu non hanno mai attaccato i terroristi ruandesi, neanche quando si trattava di difendere la popolazione inerme, come nel caso della campagna di pulizia etnica nelle zone del Nord Kivu di Beni, Bunia, Butembo e Lubero. Varie indagini giornalistiche convergono sulla complicità di  alti ufficiali della MONUSCO con le FDLR nel giro miliardario del traffico illegale dei minerali preziosi. La MONUSCO è vista con ostilità dalla popolazione che constata  la mancata volontà dei Caschi Blu di annientare i gruppi ribelli e di difendere realmente i civili. La MONUSCO ha sempre rappresentato un corpo estraneo in Congo, fonte di destabilizzazioni. Nel 2017, sotto influenza degli Stati Uniti, la MONUSCO ha iniziato a tramare contro il Governo Kabila.
Dopo l’attacco al campo militare ONU di Semuliki,  avvenuto il 7 dicembre 2017, e attuato da forze congiunte FDLR ed Esercito regolare congolese, la MONUSCO ha abbandonato i suoi piani eversivi, ponendosi come obiettivo quello di prolungare il più possibile il suo mandato in Congo attraverso la neutralità

Al momento il Presidente Tshisekedi non si è ancora espresso sul mandato della MONUSCO, che scadrà nel giugno 2020. La mancata collaborazione all’Operazione Corridoio Est potrebbe spingere Tshisekedi ad elaborare un piano di uscita del contingente di pace ONU dal Congo. Nessuna meraviglia se il prossimo giugno il mandato verrà rinnovato nell’ottica di preparare lo smantellamento della missione. Fase che potrebbe durare due anni.
Alla riunione di Goma ha partecipato il portavoce della MONUSCO, Florence Marchal. Si è notata anche la presenza del Commando Militare Americano in Africa (Africom) in veste di osservatore. Al contrario della MONUSCO, la Africom sarebbe disponibile a partecipazione attivamente nella liberazione dei territori est del Congo

Durante la riunione è emersa una chiara contraddizione da parte del Governo congolese. Il portavoce della FARDC, Léon Kasonga, ha pubblicamente sottolineato che durante la riunione si sarebbero tracciate le linee per una collaborazione dei diversi eserciti regionali ma non sarebbe stata prevista la loro presenza in Congo. «La condivisione delle risorse e delle informazioni è la strategia da seguire simultaneamente da ogni esercito sul suo territorio per combattere i gruppi armati regionali ed eradicarli. Il Congo non abbisogna di nessun supporto di eserciti stranieri desiderosi di venir a combattere da noi.  Nessun esercito straniero entrerà in Congo per condurre operazioni integrate contro i gruppi armati. Questo è un compito che spetta unicamente all’Esercito congolese,  ha dichiarato il generale Kasonga. 

Secondo il portavoce delle FARDC, ogni esercito combatterà i gruppi armati restando nel proprio territorio e controllando le zone di frontiera. Una soluzione tecnicamente impraticabile, visto che i gruppi armati sono concentrati nelle province est del Congo. Ad esclusione del Burundi (che ospita le FDLR) i gruppi armati non sono presenti in nessun altro Paese della regione. Tutti usano il Congo come base per lanciare i loro attacchi come nel caso dei ripetuti tentativi di invasione del Ruanda attuati dalle FDLR. 

Le dichiarazioni del generale Kasonga contraddicono quelle del Presidente. Dallo scorso febbraio Tshisekedi non fa mistero della sua intenzione di debellare i gruppi armati presenti nel Congo come primo passo per costruire una integrazione economica e politica nella Regione dei Grandi Laghi. Nel gennaio 2019 aveva chiesto il sostegno della MONUSCO (ricevendo un primo rifiuto). Nell’occasione Tshisekedi promise di fare tutto in suo potere per evitare un’invasione del Rwanda.  A pochi mesi di distanza Tshisekedi firma un accordo di collaborazione militare con Angola e Rwanda che si concentra sull’obiettivo di ripulire l’est del Congo dai gruppi armati. 

Nel maggio 2019 sarebbe iniziata l’Operazione Corridoio Est con la presenza di truppe ruandesi nelle province di Sud Kivu, Nord Kivu e Ituri.  La presenza delle truppe ruandesi sarebbe legale e sancita negli accordi di cooperazione militare tra Congo e Rwanda, recentemente firmati. Le operazioni congiunte tra i due eserciti avrebbero costretto le FDLR a spostare il loro Quartiere Generale da Goma al Burundi per evitare l’arresto di alti ufficiali dopo l’esecuzione extra-giudiziaria eseguita dall’Esercito congolese del Comandante Supremo FDLR, Sylvestre Mudacumura, con probabile partecipazione di unità d’élite dell’Esercito ruandese. 

Senza l’aiuto attivo degli eserciti regionali, la FARDC riscontrerà seri ostacoli a prevalere sulle FDLR e sugli altri 139 gruppi armati minori. Le precisazioni fatte dal generale Kasonga che nessun esercito straniero entrerà in Congo, potrebbero essere motivate dalla difesa dell’orgoglio nazionale e per nascondere la necessità di truppe straniere ben addestrate che sostengano le FARDC nella loro opera di pacificazione e stabilizzazione dell’est del Congo. 

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