martedì, Aprile 7

Congo: guerra dei numeri sui rifugiati I numeri del Governo congolese divergono da quelli delle agenzie umanitarie: di mezzo un Presidente, Joseph Kabila, intanto a mantenere il potere, un business, quello sulla pelle dei rifugiati, e l’ipocrisia della comunità internazionale

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La crisi dei rifugiati nella Repubblica Democratica del Congo, che data dalla Seconda Guerra Pan Africana (1998 – 2004), la scorsa settimana è stata oggetto di attenzione presso la conferenza straordinaria dei donatori tenutasi a Ginevra venerdì 13 aprile, dove è scoppiata una guerra dei numeri tra il Governo di Kinshasa e agenzie umanitarie. Il primo accusato di minimizzare la portata della tragedia. Le seconde di gonfiare a dismisura il numero reale dei rifugiati per alimentare il grasso business degli aiuti umanitari.  Secondo il Governo congolese, i rifugiati interni sarebbero solo 230mila, mentre le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite ritengono che il numero sia di 4,5 milioni di persone, classificando l’emergenza nelle Province Est del Congo e nel Kasai a livello 3, il più alto del sistema di classificazione ONU.

La guerra dei numeri è stata scatenata con una ferocia inaudita in quanto la posta in palio è altissima. Per il Presidente Joseph Kabila si tratta di difendere la credibilità politica del proprio Governo. Un obiettivo irrinunciabile per sostenere la strategia di vincere le elezioni, continuamente rinviate dal dicembre 2016, puntando su un candidato fantoccio per porlo alla Presidenza per cinque anni, controllato dalla Famiglia Kabila, per poi metterlo tranquillamente da parte per permettere a Kabila di ripresentarsi a fine mandato. Per assicurare la vittoria di questa ‘testa di legno il regime intende ricorre al voto eletronico, troppo a rischio di frodi come denuncia la Corea del Sud.

Per l’Unione Europea la conferenza di Ginevra è una chiara mossa politica, un’atto di accusa contro il regime Kabila. Per le Agenzie Umanitarie e ONG occidentali si tratta di concretizzare la speranza di mettere le mani sui  2,2 miliardi di euro richiesti. Il nebuloso universo umanitario, in progressivo calo di credibilità sia in Africa che in Europa causa i presunti intrecci con i trafficanti di esseri umani libici, si appella ai donatori occidentali (in primis l’Unione Europea), sottolineando che milioni di congolesi soffrono a causa della guerra, delle malattie, della fame. Le sofferenze sono reali e nessuno le può negare. Nell’est del Paese da vent’anni imperano gruppi armati e terroristici (tra i quali le Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda – FDLR responsabili del genocidio del 1994 che attualmente controllano gran parte della vita politica in Burundi). Nel Kasai una guerra civile non dichiarata mieta vittime, distruggendo infrastrutture e impedendo lo sviluppo socio economico. Ma sui numeri si sta giocando sporco.

Il Governo congolese ha scelto la via dello scontro aperto, non partecipando alla conferenza. Leonard She Okitundu, Ministro degli Affari Esteri, ha minacciato le ONG congolesi e internazionali che accetteranno i fondi stanziati, affermando che saranno sciolte (nel caso delle ONG locali) o espulse dal Paese (nel caso delle ONG internazionali). Okitundu, inoltre, ha informato seccamente del rifiuto da parte del Governo dell’aiuto umanitario del Belgio che intende stanziare 27,6 milioni di dollari. Un rifiuto scontato, visto la guerra fredda in atto tra i due Paesi. Lo scorso febbraio sono state chiuse le rappresentanze diplomatiche congolesi in Belgio e belghe in Congo. Sono inoltre stati colpiti gli interessi commerciali della Bruxelles Airlines. Una guerra fredda scatenata da Kinshasa che accusa il Belgio di influenza negativa esercitata presso l’Unione Europea con l’obiettivo di far approvare ulteriori sanzioni economiche contro il regime di Kabila. Come ritorsione il Belgio ha interrotto la cooperazione bilaterale con la Repubblica Democratica del Congo.

La chiusura dei consolati belgi in Congo ha interrotto il servizio di visti che Bruxelles offriva a tutte le rappresentanze diplomatiche europee. L’Ambasciata d’Italia a Kinshasa ora si trova temporaneamente impossibilitata a rilasciare visti a cittadini congolesi, mentre  non è chiara la posizione dell’attuale Ambasciatore, Luca Attanasio  (che ha assunto le funzioni il 05 settembre 2017 e che fonti congolesi sostengono non sia stato accreditato dal Presidente Joseph Kabila. Sul sito della Ambasciata d’Italia a Kinshasa il ruolo di Attanasio è ‘Capo Missione del corpo diplomatico’. Attanasio ha assunto la carica dopo una difficile e delicata missione diplomatica da Roma con il compito di ricucire i deteriorati rapporti tra i due Paesi, e far rientrare le velate critiche del Governo congolese sui precedenti due Ambasciatori italiani.

Il Ministro Belga della Cooperazione, Alexander De Croo, dinnanzia all’ostruzionismo del Governo Kabila ha lanciato un appello ai leader congolesi affinchè prendano seriamente la crisi umanitaria in atto e lavorino per risolvere le cause che l’hanno provocata. Sul fronte dell’opposizione Moïse Katumbi, candidato alle elezioni presidenziali eliminato per la sua segreta nazionalità italiana, ha definito l’atteggiamento del Governo dinnanzi ai profughi interni    «una attitudine irresponsabile e criminale. Notiamo un cinismo assoluto. Kabila sta utilizzando l’arma della fame per mantenere il suo popolo sotto la dittatura ». Toni più moderati sono stati usati da Félix Tshisekedi, leader della Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale (UDPS) e figlio dell’icona dell’opposizione congolese Ètienne Tshisekedi (detto la Sfinge) deceduto nel febbraio 2017. Félix ha incoraggiato i donatori a stanziare il massimo delle risorse finanziarie evitando di criticare il Governo. Il UDPS prima della morte del leader storico godeva di un forte appoggio presso la capitale e in varie province occidentali. Ora il partito è stato indebolito dalla guerra interna per la successione alla Sfinge. Nostre fonti di informazioni affermano che vi sia in atto un’abile manovra di Kabila per corrompere l’oppositore Félix, distruggendo definitivamente la sua credibilità politica.

La minaccia di divieto di operare nel Paese fatta dal Ministro Okitundu si estende anche alle Agenzie Umanitarie delle Nazioni Unite: FAO, PAM e UNHCR.  «La Comunità internazionale è stata costretta a prendere atto della decisione del governo congolese di non partecipare al forum. La conferenza dei donatori per la crisi umanitaria tenutasi questo venerdì 13 aprile a Ginevra non può ignorare la posizione dello Stato congolese. Rifiutiamo in toto i termini utilizzati da giornalisti irresponsabili come: braccio di ferro e tensioni per descrivere i rapporti tra la Repubblica Democratica del Congo, le agenzie umanitarie e i donatori internazionali. Siamo attenti alla assistenza dei nostri concittadini bisognosi di aiuto, in special modo bambini e donne. Ma non siamo disposti a strumentalizzazioni di natura politica o economica», così recita il comunicato del Ministro degli Esteri in lingua lingala destinato alla opinione pubblica nazionale, mitigato nel comunicato in lingua francese destinato alle diplomazie occidentali.

Fonti all’interno del Governo di Kinshasa confermano l’esistenza di intensi negoziati tra le autorità, il Coordinamento ONU degli Affari Umanitari (OCHA) e la missione di pace MONUSCO in corso presso la città del Nord Kivu, Bunia, per arrivare ad un accordo dell’ultima ora che possa assicurare l’assistenza umanitaria ai congolesi in difficoltà. La Chiesa di Cristo in Congo e la Chiesa Cattolica stanno tentando di mediare per armonizzare i diversi punti di vista espressi dalle Nazioni Unite, Unione Europea e Governo di Kinshasa. Secondo alcune fonti governative, espressi a titolo personale, una qualche forma d’accordo è possibile.

Indipendentemente se l’accordo per permettere l’assistenza umanitaria sarà raggiunto o meno rimane una vergognosa verità di fondo. Entrambi i contendenti strumentalizzano i rifugiati congolesi per motivi politici ed economici. Entrambi sono responsabili di questa tragedia.
Il regime di Kabila dal 1998 ha fondato la difesa delle province est sulle milizie Mai Mai e sul gruppo terroristico FDLR. Dalla difesa, necessaria per contrastare le truppe burundesi, ruandesi e ugandesi nella Seconda Guerra Pan Africana, si è passati al business, permettendo a questi gruppi armati di controllare estesi territori e di gestire le miniere di minerali preziosi presenti.
Il traffico di minerali delle province est, che coinvolge direttamente la Famiglia Kabila e l’Esercito nazionale, si è progressivamente esteso ai nemici storici, Uganda e Ruanda, interessati allo sfruttamento delle risorse naturali congolesi per sostenere le loro economie. I minerali sono regalati alle due potenze militari vicine per garantirsi la pace e il sostegno politico. Questo accordo ora prevede una nuova gestione del traffico dei minerali (includendo anche gli idrocarburi recentemente scoperti) che vede trattative dirette tra la Famiglia Kabila e i governi di Kampala e Kigali. Questo implica l’eliminazione di vari gruppi armati che sono stati tagliati fuori dalle trattative ma che detengono ancora il controllo dei territori ricchi di minerali. Ad ogni segnale di ripensamento del Governo congolese sugli accordi segreti stipulati con Kampala e Kigali segue immancabilmente un assaggio della potenza militare dei due Paesi guidati dagli Hima (tutsi) per ricordare quanto la sicurezza nazionale e l’integrità territoriale congolese siano deboli.

L’utilizzo delle milizie all’est del Congo è la principale causa delle sofferenze della popolazione.
Oltre ai rifugiati interni si parla di distruzione delle infrastrutture scolastiche e sanitarie, disoccupazione cronica al 80%, povertà, insicurezza alimentare, non rispetto dei diritti civili e umani. A questo si aggiunge la guerra invisibile combattuta nelle province est da Congo, Ruanda e Burundi, le operazioni militari del UPDF (esercito ugandese) in territorio congolese, il progetto dei terroristi ruandesi FDLR di creare una hutuland tramite colonizzazione hutu nelle zone del Ituri, Masisi, Rutshuru, Beni, Bunia, Butembo e Lubero.

La guerra civile nel Kasai rientra nella strategia di Kabila per mantenere il potere: perenne stato di caos e guerra a bassa intensità. Le varie milizie che affermano di voler combattere il regime di Kabila, tra esse Bana Mura, non arriveranno mai a Kinshasa per destituirlo, né avvieranno un processo di secessione. Sono semplicemente strumenti del regime per creare destabilizzazione e utilizzarla per poter rinviare le elezioni che si dovevano tenere nel dicembre 2016 e che ora, a seguito di forti pressioni internazionali, si terranno (forse) il 23 dicembre 2018.

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