domenica, Gennaio 19

Congo: Dilemma ONU, MONUSCO, exit strategy cercasi Entro il 20 dicembre la missione di pace in Congo deve essere rinnovata dal Consiglio di Sicurezza, l’obiettivo è una rimodulazione della missione e l’ideazione di una exit strategy

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Entro il 20 dicembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite deve concordare un nuovo mandato per la missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo, la MONUSCO -missione che scade il 31 dicembre prossimo, varata il 30 novembre 1999 e che oggi, al suo ventesimo compleanno conta oltre 16.500 soldati e ufficiali di polizia, e costa 1 miliardo di dollari all’anno, terza missione ONU più costosa, dietro solo a quelle in Mali e nel Sud Sudan. In ottobre vi è stata la trasmissione al Consiglio di sicurezza del rapporto di valutazione dell’attività condotta dalla MONUSCO, comprensiva di considerazioni funzionali a una revisione strategica della missione, richiesta dal Consiglio stesso. Al Consiglio, a questo punto, spetta la decisione.

Quella della definizione del nuovo mandato è un appuntamento annuale, si, ma questa volta non sarà routine. A sostenerlo è una delle principali organizzazioni non governative che si occupa di prevenzioni di conflitti, Crisis Groupin un rapporto di queste ore.
Due i principali elementi che cacciano fuori dalla palude della consuetudine questo appuntamento.

Il primo elemento è dato dalla cronaca: i congolesi, dopo anni di sopportazione di una missione, la MONUSCO, appunto, che ha compiuto atti a dir poco esattamente contrari al suo mandatosi sono ribellati e sono scoppiate rivolte, i manifestanti hanno appiccato fuoco alla MONUSCO, lo hanno fatto nel vero senso della parola. E la protesta per quanto sedata di fatto permane, la richiesta dei manifestanti è l’uscita della MONUSCO dal Congo.

Il secondo elemento è la politica nel nuovo Presidente del CongoFélix Tshisekedi, mirata a impostare una collaborazione duratura con i Paesi vicini e reprimere i gruppi armati nell’est del Paese, con l’aiuto di questi Paesi, a partire da Uganda e Rwanda, dopo anni durante i quali non solo questi gruppi sono stati tollerati, ma addirittura hanno gestito pezzi di territorio con il benestare del Governo congolese.

A questi due elementi di fondo si aggiunge un fattore complicante. Se è vero che questi oltre 100 gruppi armati che spadroneggiano nel Congo orientale rappresentano una minaccia, sia per i civili congolesi che per la stabilità regionale, è anche vero però che i Paesi vicinicosì come il vecchio governo congolese di Joseph Kabila per anni sono stati complici di queste milizie -in alcuni casi per farsi guerra a vicenda, per la maggior parte delle volte, invece, come soci in affare per controllare le risorse del ricco sottosuolo congolese- altresì, queste milizie hanno goduto della complicità, fino alla protezione e alla spartizione del bottino, della MONUSCO, non certo come istituzione, ma degli uomini anche di vertice della missione -fattore alla base della rivolta dei congolesi.

Secondo Crisis Group, i diplomatici del Consiglio di Sicurezza ritengono che il negoziato che dovrà ridefinire il mandato MONUSCO sia cruciale.
Tutto il Consiglio o quasi concorda sulla necessità di ridisegnare il mandato MONUSCO supportare il lavoro di Tshisekedi gli spazi per una collaborazione tra i Congo e i Paesi vicini nella stabilizzazione dell’area ci sono, malgrado le storiche diffidenze reciproche resistano. Ma questi sarebbero gli unici punti sui quali il Consiglio concorda all’unanimità.
Da anni alcuni componenti del Consiglio puntano a una riduzione del contingente e dei fondi a disposizione dello stesso -in testa gli USA di Donald Trump-, ma di fatto non hanno una strategia di uscita, non esiste una exit strategy, anzi, vi sono non poche perplessità.
Posto che nessuno al Consiglio di Sicurezza pensa al ritiro completo e immediato di MONUSCO, le preoccupazioni sul come dovrebbe avvenire il ritiro, per lo più si appuntano sulla forza che i gruppi armati ancora detengono -i dati ufficiali parlano di circa 1.900 civili morti nel Kivu da giugno 2017 a giugno 2019 e oltre 300.000 persone sfollate solo dall’inizio di giugno 2019, e sono dati che secondo molti osservatori sul posto sono molto conservativi, sulle probabili connessioni di alcuni di essi con le reti jihadiste che si estendono dalla Libia al Monzambico -in particolare sarebbero attenzionate relazioni tra l’ADF (Allied Democratic Forces) e lo Stato Islamico-, e ora anche sulla nuova emergenza Ebola.
MONUSCO è costosa e non offre un percorso chiaro per risolvere il problema dei gruppi armati. Ma il rapido abbandono della missione potrebbe rischiare un ulteriore picco nelle attività di questi gruppi, che potrebbero sia destabilizzare ulteriormente il Congo orientale, sia minare la legittimità del Governo Kinshasa nel Paese nel suo insieme. .

Il dilemma dell’ONU è, dunque, sulla definizione della strategia di uscita.
L’orizzonte sul quale si starebbe lavorando è a tre anni, con l’obiettivo di completare la missione nel 2022 o massimo 2023. Il supporto ONU con MONUSCO potrebbe concretizzarsi nell’azione contro i gruppi armati e perché Kinshasa risolva definitivamente gli attriti con gli altri attori regionali che hanno alimentato quei gruppi. Le Nazioni Unite dovrebbero, come minimo, investire di più negli sforzi di stabilizzazione a est nel breve e medio termine, pur senza avere la sicurezza di un positivo risultato entro il 2023. Il Consiglio non può, per altro, sottovalutare il fatto che proprio nel 2023 si terranno nuove elezioni presidenziali. Un evento potenzialmente molto critico, non solo perché potrebbero scoppiare violenze, disordini tra i diversi sostenitori dei candidati, ma anche perché potrebbe riaffacciarsi, come ritengono alcuni osservatori locali, la candidatura di Kabila.

Secondo Crisis Group il ‘sostegno’ Tshisekedi prima che militare dovrebbe essere di intelligence e politico. Ovvero sostegno, in primis, alla mediazione di Tshisekedi volta a ridurre le tensioni politiche nella regione, e così dovrebbero fare gli ‘uomini ONU’ sul terreno, da Kinshasa a Kigali a Kampala. MONUSCO dovrebbe, altresì, dare la priorità all’analisi politica e alla raccolta di informazioni come base per le sue decisioni militari ma anche del governo congolese. Si sottolinea che è il Consiglio stesso a richiamare l’esigenza di un ‘approccio basato sull’intelligence’.

MONUSCO dovrebbe investire più risorse nello sviluppo di una migliore comprensione dei legami dei gruppi armati con le comunità locali, assumendo un numero maggiore di ricercatori in grado di indagare su questi legami. Il supporto politico dovrebbe essere garantito da una collaborazione tra la MONUSCO e l’ufficio dell’inviato speciale del Segretario generale per i Grandi Laghiil quale ha esplicitamente il compito di promuovere la cooperazione regionale

Secondo Crisis Group, il Consiglio di Sicurezza è abbastanza concorde in questo rafforzamento ‘politico’ della MONUSCO attraverso l’inviato per i Grandi Laghi.
Il coinvolgimento militare di MONUSCO nella liberazione del Congo dai gruppi armati e la sua messa in sicurezza può esserci, ma dopo: la riduzione delle tensioni tra il Congo e i suoi vicini -che comunque da gennaio ad oggi già si è vista- deve precedere qualsiasi operazione militare. Alla luce di questa strategia si spiegherebbe anche il rifiuto che Tshisekedi ha ricevuto nei mesi scorsi dai vertici MONUSCO alla richiesta di supporto militare alle azioni dell’Esercito congolese contro i gruppi armati.

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