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Congo: chi sta minacciando l’Ambasciata americana? Secondo americani e congolesi le minacce arriverebbero dalle ADF, gruppo terroristico islamico di fatto scomparso; possibile che invece sia una precisa strategia del regime di Kinshasa per controbilanciare i piani eversivi americani tesi ad ottenere un cambiamento di regime in Congo

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«Si informa che l’Ambasciata degli Stati Uniti a Kinshasa rimarrà chiusa al pubblico a causa di credibili e precise informazioni su un possibile attentato terroristico. Si consiglia ai cittadini statunitensi che risiedono a Kinshasa e nella Repubblica Democratica del Congo di mantenere un alto livello di vigilanza e di mantenere un basso profilo».  Questo il comunicato pubblicato giovedì 29 novembre sul sito dell’Ambasciata americana a Kinshasa.

La stessa comunicazione di chiusura al pubblico è stata pubblicata sul sito dell’Ambasciata oggi, lunedì 03 dicembre 2018. Nel comunicato vi sono anche dettagliate istruzioni riguardanti la sicurezza dei cittadini americani. Monitorare i media nazionali per tenersi informati, mantenere un basso profilo notificando regolarmente ad amici e parenti la situazione di sicurezza personale. Controllare il sito dell’Ambasciata americana e il sistema di allerta via SMS per rimanere in allerta di potenziali situazioni pericolose. Il comunicato si chiude con i numeri di emergenza dell’Ambasciata americana a Kinshasa.

I ripetuti avvisi di sicurezza fanno capire che la minaccia terroristica è stata presa dalla Casa Bianca con massima serietà. In un primo momento il Governo congolese ha accusato gli Stati Uniti di non aver dato sufficienti informazioni su questa minacci, nutrendo il dubbio che non fosse reale, nascondesse altri motivi. Venerdì 30 novembre il Ministro degli Esteri Leonard She Okitundu, dopo aver incontrato la Vice Assistente alla Segreteria di Stato Elizabeth Fitzsimmons, ha confermato che la minaccia è reale. «Ora è chiaro che la minaccia è seria. I servizi segreti americani e i nostri hanno comprovate informazioni riguardo questa minaccia. Per il momento si è creata una stretta collaborazione tra gli Stati Uniti, il Congo e altri Paesi della regione», ha affermato il ministro congolese.

Le autorità americane sono rimaste molto riservate nel denunciare chi minaccia la loro Ambasciata a Kinshasa, ma hanno informato i diplomatici stranieri presenti in Congo che la decisione di chiudere l’Ambasciata al pubblico è stata presa dopo che una cellula di terroristi islamici ugandesi è stata smantellata in Tanzania. L’Intelligence americana ha ricevuto informazioni da terzi  che questa cellula terroristica stava preparando un attentato all’Ambasciata a Kinshasa a partire dal Congo Brazzaville.

Entrambi i Governi hanno fatto il nome di questi terroristi creando ancora più confusione. Sarebbero le ADF, il gruppo islamico ugandese che una settimana fa ha minacciato di invadere l’Uganda costringendo l’Esercito UPDF a inviare due divisioni di fanteria a sorvegliare la frontiera con il Congo.
Il nome ADF ha suscitato molte perplessità tra vari esperti della regione. Come tentano di spiegare da molto tempo, le ADF, guerriglia mussulmana che negli anni Novanta, combatté il Governo ugandese di Museveni con l’obiettivo di instaurare una Repubblica Islamica basata sulla Sharia, furono sconfitte dalle UPDF nel 2004 e costrette a rifugiarsi in Congo. Le ADF furono definitivamente annientate nel 2014 da operazioni militari congiunte tra Congo e Uganda dopo che i servizi segreti dei due Paesi avevano le prove di un reclutamento massiccio tra i giovani congolesi disoccupati all’est del Congo.
Il sospetto che le ADF siano solo un gruppo fantasma, una sigla utilizzata da altri personaggi per compiere azioni eversive, è stato confermato nel 2017 dal Gruppo di Ricerca sul Congo presso l’Università di New York, in un dettagliato rapporto dove si accusa accusa lo Stato Maggiore dell’Esercito congolese di aver attuato le pulizie etniche contro la tribù Nande e di essere l’autore materiale dei peggiori massacri avvenuti tra il 2014 e il 2016. Il rapporto cita testimoni oculari che affermano che molti villaggi del distretto di Beni sono stati circondati dallEesercito regolare che ha abbattuto senza pietà i civili che non erano riusciti a fuggire. Secondo il rapporto, l’Esercito congolese starebbe portando avanti una strategia di pulizia etnica contro i Nande, utilizzando il fantasma delle ADF per depistare colpe e responsabilità. 
In una loro accurata indagine si sostiene che le ADF esisterebbero ma sarebbero ridotte ad un numero di miliziani così esiguo da non rappresentare nessuna minaccia all’infuori di atti di banditismo. Eppure le ADF avrebbero attaccato la base militare ONU  a Semuliki nel Dicembre 2017 distruggendola e facendo massacro dei Caschi Blu tanzaniani. Le ADF sarebbero anche le autrici dei massacri etnici i Nande nelle zone di Beni, Bunia, Lubero e Butembo nel Nord Kivu. Massacri che durano dal 2010. Ora starebbero preparando l’invasione dell’Uganda e una loro cellula sarebbe a Brazzaville e starebbe organizzando un attentato all’Ambasciata Americana a Kinshasa. Le due capitali sono separate dal fiume Congo.

Gli Stati Uniti hanno preso seriamente la minaccia. Nel 1998 le Ambasciate americane in Kenya e Tanzania furono vittime di due violenti attentati, firmati da Al Qaeda, che provocarono molti morti e misero a nudo la vulnerabilità americana in Africa. Da allora imponenti misure di sicurezza sono state prese in tutte le rappresentanze diplomatiche americane in Africa e i servizi segreti hanno intensificato le loro attività preventiva con l’obiettivo di intercettare e bloccare sul nascere ogni tentativo di aggressione verso istituzioni e cittadini degli Stati Uniti. Dopo i due attentati in Kenya e Tanzania, si è registrata la morte dell’Ambasciatore J. Christopher Stevens e del Ufficiale di Ambasciata pel servizi segreti Sean Smith, avvenuta il 11 settembre 2012 a Bengazi, Libia, per mano di gruppo islamico Ansar al-Sharia.
Le morti di Stevens e Smith sono strettamente collegate ai misteri politici ed eversivi che si sono consumati in Libia per abbattere il regime del Colonnello Gheddafi.

Secondo varie indagini separate, tra cui quella del Gruppo di Ricerca sul Congo, le ADF di  fatto non sarebbero mai riuscite a riprendersi dopo la sconfitta inflitta dalle forze regolari ugandesi del 2004. Il gruppo islamico di fatto non esisterebbe, ma la sua sigla sarebbe presa in prestito dal Governo di Kinshasa e dai terroristi ruandesi FDLR (responsabili del genocidio in Rwanda nel 1994) in una classica operazione di cover up per per compiere atti eversivi all’est del Congo congeniali alla strategia del terrore ideata dal Presidente Joseph Kabila per rimanere al potere. Compare il nome del Generale  Akili Mundos, sospettato di avere dei contatti con quello che rimane delle ADF e del APC. Vari testimonianze riportate al Gruppo di Ricerca sul Congo, affermano che il Generale Mundos opera contro i civili congolesi avvalendosi di reparti d’élite dell’Esercito regolare e di miliziani di vari gruppi armati locali implicati nel traffico di minerali assieme alla famiglia Kabila, assunti come mercenari. Immancabilmente il Generale Mundos dopo ogni massacro incolpa il gruppo islamico ugandese ADF.

Recentemente si è affermato che le ADF avrebbero riorganizzato le loro forze e sarebbero entrate in contatto con il Daesh, che riserva loro aiuti finanziari, e con il gruppo terroristico somalo Al Shabaab, che avrebbe inviato in Congo dei mercenari in supporto alle ADF. Queste informazioni provenienti dai servizi segreti americani e congolesi non sono, però, in grado di quantificare il numero esatto di miliziani delle ADF, né di presentare prove sui legami con questi gruppi terroristici.
Gli unici legami accertati sono con Al Shabaab e si riscontrarono nell’attacco terroristico avvenuto nel luglio 2010, a Kampala, in occasione della finale del campionato mondiale di calcio che fece oltre 400 morti. Al Shabaab attuò l’attentato per costringere Museveni a ritirare le sue truppe dalla Somalia, utilizzando miliziani del ADF, in quanto possedevano cittadinanza ugandese e quindi erano liberi di muoversi e di agire senza attirare sospetti. L’attentato all’epoca suscitò molto scalpore in quanto contrastava con la reputazione dell’Esercito e dei servizi segreti ugandesi che possiedono il totale controllo del territorio.
Forti dubbi, supportati da indizi, portarono a presupporre che le forze di difesa ugandesi fossero a conoscenza dei preparativi dell’attentato terroristico, ma non si mossero per prevenirlo su ordini del Presidente Museveni. Vi è da dire che lo shock provocato alla Nazione dall’attentato, che creò un vero e proprio massacro tra i civili, risollevò la popolarità di Museveni, che si propose come l’unico difensore dell’Uganda e vinse le elezioni del 2011. Da allora i vari tentativi di attacchi terroristici in Uganda ideati da Al Shabaab sono stati stroncati sul nascere e ‘lEsercito ugandese rimane a combattere il terrorismo islamico in Somalia.

Un diplomatico americano sotto protezione di anonimato ha espresso ad ‘Africa Newsforti dubbi che dietro la minaccia all’Ambasciata americana a Kinshasa vi siano le ADF, rivelando che tale rischio è stato paventato in origine dai servizi segreti congolesi tre settimane fa costringendo la Casa Bianca a prendere la decisione di chiudere l’Ambasciata al pubblico per prevenire la minaccia. Il diplomatico ha anche sottolineato il suo scetticismo sulla possibilità che uno spaurito gruppo di miliziani che si trova all’est del Congo possa ora trovarsi a 2000 km di distanza, a Brazzaville, capitale della Repubblica del Congo, avendo a disposizione fondi e mezzi tali da poter attuare un attentato alla rappresentanza diplomatica occidentale la più sicura e difesa a Kinshasa.

Si intravvede la possibilità che dietro l’utilizzo delle ADF vi sia una precisa strategia del regime di Kinshasa per controbilanciare i piani eversivi  americani tesi ad ottenere un cambiamento di regime in Congo per meglio controllare le sue risorse naturali. L’attacco alla base ONU all’est del Congo sarebbe stato attuato da unità delle forze speciali congolesi e dai terroristi ruandesi FDLR come chiaro avvertimento alla Casa Bianca che, secondo i servizi segreti congolesi stava orchestrando un’azione militare in collaborazione con i caschi blu ONU per rovesciare il Governo di Kinshasa. Queste azioni eversive che coinvolgevano le Nazioni Unite sarebbero state precedute, nel 2012, dal tentativo di creare una guerriglia nel Katanga in collaborazione con l’ex governatore Moise Katumbi, inviando anche mercenari americani.

Le relazioni tra Washington e Kinshasa si sono deteriorate dal 2017, quando la Casa Bianca ha iniziato a parlare apertamente di un cambiamento di regime in Congo, organizzando addirittura una invasione militare di Angola, Congo Brazzaville, Rwanda e Uganda in caso che Kabila si fosse presentato alle elezioni presidenziali o avesse rinviato ulteriormente le elezioni previste nel dicembre 2016 che si terranno il prossimo 23 dicembre. L’operazione ‘Isolamento e Distruzione’ è stata ideata dal Segretario di Stato Mike Pompeo su ordine del Presidente Donald Trump ed evitata all’ultimo momento dall’abile mossa di Kabila di nominare un delfino, il Ministro degli Interni Emmanuel Ramazani Shadary, come candidato alla Presidenza con il compito di curare gli interessi della famiglia Kabila fino al 2023, quando il rais si potrà candidare nuovamente alla Presidenza.

Le possibilità di vittoria di Ramazani sono altissime grazie alla incapacità dell’opposizione di formare un fronte unito e presentare un candidato unico. La vittoria di Ramazani non è certo desiderata dagli Stati Uniti, in quanto rappresenta la continuazione del regime di Kabila, sempre più avverso all’Occidente e orientato verso Cina e Russia. Un orientamento politico strettamente collegato alla possibilità di una drastica riduzione del controllo occidentale sulle risorse naturali a favore delle nuove potenze emergenti del BRICS.  

Da un punto di vista legale ora è impossibile invadere militarmente il Congo in caso di vittoria di Ramazani. Questa azione non rientrerebbe nella necessità di salvare la popolazione da un rischio di annientamento, ma un atto di guerra immotivato contro uno Stato Sovrano e una non accettabile intromissione negli affari interni del Congo.

La fantomatica minaccia all’Ambasciata americana e la prevista invasione dell’Uganda sembrano far parte di una strategia preventiva di Kabila che, utilizzando il fantasma delle ADF, sta lanciando chiari avvertimenti ai suoi nemici.
Se l’invasione del Congo non è possibile dopo i risultati elettorali, è possibile la creazione di una guerriglia interna, tesa a rovesciare il regime di Kinshasa. Una guerriglia che potrebbe far capo ai due veri leader dell’opposizione esclusi dalla gara elettorale, ovvero Moise Katumbi e Jean Pierre Bemba e supportata da Angola, Uganda, Rwanda, Francia e Stati Uniti. In quel caso l’azione eversiva esterna sembrerebbe un affare di politica interna del Congo.

Kabila, nonostante l’handicap di avere una sistema di difesa nazionale estremamente debole, sta giocando pesante per impedire qualsiasi atto eversivo che metta in discussione il suo potere, avvertendo che ogni avventura militare in Congo si potrebbe trasformare in una nuova Guerra Pan Africana, la terza combattuta in territorio congolese. Questo pericoloso gioco a risiko ruota attorno allo sfruttamento delle immense risorse naturali congolesi, Angola, Uganda, Rwanda, Stati Uniti e Francia intendono garantirsi il controllo ma vengono ostacolati dagli interessi della famiglia Kabila, che dal 2014 sono sempre più collegati agli interessi economici di Cina e Russia. Due potenze che stanno proteggendo anche il regime razial-nazista di Pierre Nkurunziza in Burundi.  

Le pressioni attuate sull’Ambasciata americana a Kinshasa avvengono quasi in contemporanea alle  rivelazioni del rapporto ‘Congo Files, redatto da una cordata di media internazionali  -’Radio France International’ (RFI), ‘Le Monde’, ‘Foreign Policy Revue’, ‘Suddentsche Zeitung’ e la TV nazionale svedese ‘SVT’. L’inchiesta riguarda l’assassinio politico di due esperti ONU, la svedese – cilena Zaida Catalan e l’americano Michael Sharp, avvenuta nel 2017 nella provincia del Kasai Centrale, dove è in atto una non dichiarata guerra civile.
L’inchiesta ha portato alla luce una vergognosa quanto incomprensibile omertà delle Nazioni Unite in difesa del regime di Kinshasa. Catalan e Sharp sarebbero stato uccisi dal Governo congolese in quanto avrebbero scoperto le pesanti responsabilità di Kinshasa nella guerra civile scoppiata nel Kasai Centrale e del traffico di minerali preziosi ad essa collegato.
Come nel caso delle ADF, anche in questa provincia il Governo congolese avrebbe strumentalizzato un gruppo armato per far scoppiare il caos per fini politici rientranti nella strategia del terrore ideata da Kabila contro la sua popolazione e per rafforzare il controllo sulle risorse naturali della provincia. Il coinvolgimento delle autorità congolesi nell’assassinio di Catalan e Sharp era ben evidente nel rapporto redatto dalla commissione di inchiesta ONU, ma il Segretario Generale Atonio Gutierres decise di insabbiare il tutto per ragioni politiche non ancora ben chiare. «Il comportamento adottato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite sulla morte di Zaida Catalan e Michael Sharp è inaccettabile. È esternamente importante che la verità affiori nonostante possa essere imbarazzante per il Governo congolese e le relazioni con la nostra missione di pace MONUSCO: Se le informazioni del coinvolgimento del Governo congolese nella morte dei due esperti ONU sono supportate da prove, non vanno insabbiate ma rese pubbliche» , afferma a ‘RFIJan Eliasson, ex Vice Segretario Generale ONU.  
Il Principe Zeid, ex Alto Commissario ONU per i diritti umani, ed ex presidente della commissione per le sanzioni economiche contro il Congo, dichiara che il comportamento adottato da Gutierres è inaccettabile e vergognoso, in quanto non si può proteggere un crimine compiuto da un Governo. La scelta del Segretario Generale delle Nazioni Unite sarebbe stata il frutto di pressioni politiche molto forti ricevute dai nuovi ‘compari’ di Kabila: Mosca e Pechino.

Tutti questi complicati avvenimenti in Congo, che hanno pesanti ripercussioni a livello regionale e internazionale, sembrano sempre di più essere inquietanti indizi di una intenzione di vari attori di indirizzare la crisi congolese verso un conflitto regionale che coinvolgerebbe il Congo Brazzaville, Congo Kinshasa, Angola, Burundi, Uganda, Rwanda e Tanzania. Una terza guerra regionale per il controllo delle strategiche risorse naturali congolesi si sta profilando all’orizzonte?

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