martedì, Febbraio 19

Congo, affonda nel caos il fronte unito dell’opposizione Candidato unico è stato nominato Martin Fayulu, meno di 24 ore dopo, due leader regionali, Felix Tshisekedi e Vital Kamerhe, hanno ritirato il loro appoggio. L’opposizione così ha già di fatto perso

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Dinnanzi all’abile mossa del Rais Joseph Kabila di nominare il Ministro degli Interni, Emmanuel Shadary Ramazani, come Delfino alla Presidenza e l’eliminazione dalla gara elettorale di due pericolosi candidati, ovvero Jean Pierre Bemba e Moise Katumbi (il primo a causa di una condanna per corruzione di testimoni presso la Corte Penale Internazionale, il secondo per la doppia ed illegale cittadinanza italiana e tentativo insurrezionale organizzato con gli Stati Uniti), il regime di Kinshasa si appresta alle elezioni del 23 dicembre (rinviate varie volte dal 2016) con la sicurezza di una facile vittoria.  L’unica possibilità rimasta all’opposizione era quella di creare un fronte unico e proporre un candidato unico capace di catalizzare i milioni di voti dei cittadini che intendono voltar pagina e relegare alla storia uno tra i più corrotti e cleptomani tra i regimi africani. Tale possibilità è sfumata.

Mercoledi 9 novembre, a Ginevra, il fronte unico è stato formato, individuando anche il candidato unico, Martin Fayulu, destinato a guidare la coalizione dei partiti d’opposizione Lamuka (Svegliati in lingala). Alla riunione hanno partecipato Moise Katumbi, Jean-Pierre Bemba, Adolphe Muzito, Felix Tshisekedi, Martin Fayulu, Vital Kamerhe e Freddy Matungulu. La Fondazione Kofi Annan ha facilitato e finanziato la riunione nota ora come ‘gli accordi di Ginevra’.

La nomina di Fayulu ha sorpreso in quanto si tratta del leader d’opposizione meno conosciuto e quindi debole sul piano elettorale. Fayulu è frutto di un piano strategico ideato da Katumbi e Bemba con l’obiettivo di eliminare il regime di Kabila e spostare il confronto elettorale nel 2021. Gli accordi di Ginevra, infatti, prevedono un corto mandato presidenziale per Fayulu, che ha ricevuto il mandato di normalizzare il Paese in due anni per poi dimettersi e indire elezioni anticipate, dove Moise Katumbi e Jean Pierre Bemba potranno partecipare senza gli ostacoli architettati dall’attuale regime di Kabila.  
Per poter realizzare il piano tutti i leader congolesi si dovevano impegnare a convogliare il loro elettori verso il candidato unico della coalizione politica. La nomina ufficiale di Martin Fayulu a candidato unico è stata trasmessa ai media internazionali domenica 11 novembre.

Lamuka è durata  24 ore solo. Il 12 novembre Felix Tshisekedi, leader del UPDS – Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale e Vital Kamerhe, leader del UNC – Unione per la Nazione Congolese (entrambi ammessi alla lista candidati alla Presidenza), hanno ritirato le loro firme dagli accordi di Ginevra, mentre il resto dei leader d’opposizione ha riaffermato il sostegno a Fayulu. Alla radio ‘Top Congo FM’ che trasmette dalla capitale, Kinshasa, Felix Tshisekedi ha motivato il suo ritiro dagli accordi affermando che la sua base elettorale si è dimostrata contraria. Aver continuato a sostenere Lamuka si sarebbe tramutata nella sua morte politica.

«La base del UNC si è riunita per discutere delle decisioni prese a Ginevra, dimostrandosi chiaramente contraria. Non ho avuto altra scelta che ascoltare le motivazioni della base del partito e ritirare la mia firma dagli accordi. Non intendo commentare la decisione presa in quanto va oltre al mio stato di Presidente del partito e diretto frutto delle richieste della base. Se non rispettassi la decisione presa dal basso mi auto escluderei dalla vita politica del Paese»,  ha dichiarato Vital Kamerhe sempre lunedì 12 novembre su Top Congo FM.

Contattato dal mensile ‘Jeune Afrique’, Martin Fayulu assicura l’appoggio degli altri leader politici, affermando che la coalizione Lamuka inzierà presto la campagna elettorale e sarà in grado di portare a casa la vittoria.  Il ritiro di Tshisekedi e Kamerhe priva alla neonata coalizione circa il 20% dei voti, decretandone di fatto il fallimento elettorale. Le ragioni poste da questi due leader, che affermano di essere stati costretti a rispettare la volontà delle loro rispettive basi, non sono credibili. In Congo i partiti non hanno la tradizione di democrazia interna che si riscontra nei partiti europei, essendo concentrati sulla figura del leader. La base del partito non conta nulla e svolge solo il ruolo di supporter dietro alla promessa di benessere, privilegi, lavoro e cariche amministrative se il suo leader accede alla Presidenza.

Le ragioni sono di natura politica. Tshisekedi e Kamerhe sono leader regionali, il primo a Kinshasa e il secondo nel Sud Kivu. In quasi un decennio i loro partiti non sono mai riusciti ad acquisire un supporto nazionale. Al contrario Moise Katumbi e Jean-Pierre Bemba e le loro formazioni politiche godono di un supporto nazionale. Il periodo di transizione gestito da Fayulu e le elezioni anticipate nel 2021 avrebbero permesso il ritorno di Katumbi e Bemba nel Paese e offerto loro la possibilità di rientrare attivamente nella scena politica nazionale accedendo alla Presidenza. Alle elezioni anticipate Tshisekedi e Kamerhe avrebbero avuto la sola scelta di unirsi ad una delle due fazioni, nel caso che Katumbi e Bemba si fossero presentati separatamente o sarebbero stati schiacciati da un fronte unico deciso dai due leader che, oltre ad essere popolari a livello nazionale, possiedono milioni di dollari che permettono di finanziare costosissime campagne elettorali.

Tshisekedi e Kamerhe hanno preferito ritirarsi dagli accordi di Ginevra per non favorire Katumbi e Bemba, consapevoli che la loro decisione regalerà la vittoria al delfino di Kabila. Probabilmente Tshisekedi e Kamerhe, candidati alle elezioni sicuri di perdere, cercheranno accordi sottobanco con il rais per acquisire posti nel futuro governo o una generosa  remunerazione per l’inaspettato servizio reso.
Il regime cleptomane di Kinshasa può dormire sonni tranquilli e la famiglia Kabila continuare a derubare le ricchezze naturali, essenziali per lo sviluppo del Paese sempre negato.

Se si ha l’accortezza di distogliere l’attenzione dal desolante teatrino politico nazionale, affiorano chiari altri fattori chiave del futuro del Congo, in primis quello della sicurezza. La rivolta dei Kamwina Nsapu, nel Kasai, che ha già fatto 3.000 morti e 1,4 milioni di rifugiati, i massacri etnici nel Nord Kivu, contro i Banande, ad opera dei terroristi hutu ruandesi FDRL, l’esistenza di altri 120 gruppi armati minori e un esercito nazionale composto da fantasmi, straccioni e ufficiali corrotti; sono fattori di destabilizzazione che Kabila abilmente sfrutta per mantenersi al potere.

Tshisekedi e Kamerhe non si sono mai impegnati seriamente contro l’arma della instabilità utilizzata dal rais. L’instabilità del Paese pone la popolazione alla mercé di abusi, violazioni dei diritti umani, massacri e povertà assoluta. Anche una virulenta ma facilmente controllabile malattia dal vicino Uganda mieta centinaia di vite umane nell’indifferenza totale: l’Ebola.

A livello internazionale Cina e Russia adorano Kabila, mentre l’Occidente è diviso tra un intervento militare utilizzando Angola, Rwanda, Uganda e un compromesso con il regime accettando malvolentieri Ramazani alla Presidenza. L’Unione Europea (escluso il Belgio) si sta dimostrando più orientata ad una convivenza con il regime, mentre gli Stati Uniti continuano nella loro politica ostile a Kabila. Venerdì 9 novembre, J. Peter Pham è stato nominato Inviato americano speciale per la Regione dei Grandi Laghi con il compito di rinforzare la democrazia e la società civile nella regione,  coerentemente alla nuova politica dell’Amministrazione Trump per l’Africa.

In questa situazione di cuore di tenebre oltre 50 milioni di persone vivono nell’inferno creato dalla maledetta presenza di petrolio e minerali preziosi, senza nemmeno avere la possibilità finanziaria di tentare il viaggio della speranza in Europa. Sono costretti a crepare nel girone dantesco creato da Kabila.

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