sabato, Settembre 21

Confine meridionale del Messico: tra violenze e criminalità Il controllo dei confini messicani è ostacolato dalla presenza di bande e gruppi criminali

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Pare che i post minacciosi su Twitter del Presidente americano Donald Trump non siano stati sufficienti ad arrestare il flusso migratorio che continua a muoversi in massa dal centro al nord America. Il mese scorso, più volte Trump ha minacciato che se l’ondata migratoria non si fosse fermata, avrebbe preso la decisione di interrompere il North American Free Trade Agreement  (NAFTA ), l’accordo stipulato tra Messico, USA e Canada per il libero scambio commerciale. Nulla di tutto ciò è ancora accaduto ma non si esclude un’evoluzione della problematica nel medio periodo. Secondo un report di Crisis Group, il Messico dal suo canto opera bloccando centinaia di migliaia di centroamericani che fuggono verso nord negli Stati Uniti. Molti di essi vengono deportati e a molti altri viene impedito l’accesso già a sud del Paese. Un rapporto  di Amnesty International, condotto in base a  500 interviste di centroamericani che hanno attraversato il Messico, ha rivelato che l’Istituto nazionale per le migrazioni (Inm) ha violato più volte il principio internazionale del ‘non respingimento’, secondo il quale è vietato respingere le persone in Paesi nei quali potrebbero essere soggetti ad abusi e violenze.

Al confine con l’America centrale, circa 1.500 km a sud della linea dove il Presidente Trump ha intenzione di costruire un muro, «il Messico agisce efficacemente come braccio operativo del controllo dell’immigrazione negli Stati Uniti», si legge nel report. Nonostante questo, il flusso migratorio sembra inarrestabile e ogni giorno centinaia di famiglie, donne, bambini sfuggono dalla povertà e dalla fame, non considerando ciò a cui andranno incontro. Si lasciano alle spalle Paesi quali Honduras, El Salvador, Guatemala (il cosiddetto Triangolo del nord) sfuggendo a quella che è la violenza in patria, ma non considerando la grande criminalità e le problematiche alle quali andranno incontro.

L’agenzia delle Nazioni Unite ‘International Organization for Migration’ (IOM) ha registrato che, durante il primo anno della presidenza di Trump, anche se gli arresti sono diminuiti, sono morti 412 migranti. Un aumento del 3% rispetto ai 398 registrati l’anno precedente, secondo le cifre raccolte dal ‘Missing Migrants Project’ dell’IOM. Secondo l’agenzia, l’aumento delle morti lungo il confine di 1.954 miglia è legato al fatto che molti migranti lasciano il Messico attraverso rotte più lontane ed isolate per evitare l’arresto e questo rende più difficile per loro ricevere assistenza in caso di necessità. Il numero più alto di morti si è registrato in Texas, dove i decessi hanno coinvolto 191 migranti e, tra questi, i 10 corpi trovati nel retro di un camion dove si nascondevano 38 persone, compresi alcuni bambini, nello scorso luglio. Un’altra causa, potrebbero essere le  forti piogge che rendono il Rio Grande più pericoloso per la vita dei migranti, in quanto le acque scorrono più velocemente e la profondità aumenta.

Ma questi non sono i soli pericoli che si nascondono lungo il confine e la strada verso il nord America si fa sempre più pericolosa e difficile per profughi e migranti.

Se nel 2017 gli arresti dei migranti da parte della Pattuglia di frontiera degli Stati Uniti erano diminuiti, oggi sono di nuovo in aumento. Il report di Crisis Group sottolinea che molti di coloro che lasciano il centro America non riescono ad arrivare fino agli Stati uniti e la loro destinazione finale si fa sempre più vicina al Paese di origine. Molti cercano asilo in Messico, e nel 2017 il numero di latinoamericani che hanno chiesto lo status di rifugiati nel Paese è salito del 66%.

Secondo il report di Crisis Group , nel 2017 il Messico avrebbe registrato il maggior numero di omicidi e in particolare negli stati meridionali di Oaxaca, Quintana Roo e Veracruz i tassi degli omicidi sono risultati essere superiori alla media nazionale e continuano ad essere in aumento. I rapimenti sono aumentati in tutto il sud dal 2015.

Un’altra problematica è data dal narcotraffico colombiano che utilizza gli stati di confine come i principali canali di diffusione e alimenta la violenza a causa dalla frammentazione degli Zeta un tempo dominanti e del cartello Sinaloa. A tutto ciò si aggiunge l’ascesa del Jalisco New Generation Cartel e la diffusione nel sud del Messico delle bande di strada centroamericane, in particolare la Mara Salvatrucha (MS-13). La diffusione di cartelli e bande ha intensificato le battaglie sul campo oltre a far aumentare l’estorsione e le minacce. Chi viaggia verso il nord va incontro agli attacchi di criminali colpevoli di rapine, abusi sessuali e omicidi. «Le bande hanno persino organizzato incursioni nei rifugi dei migranti», si legge nel report.

Il rapporto ‘Easy Prey: Criminal Violence and Central American Migration del 2016 di Crisis Group, ha esaminato le cause di questo esodo dal Triangolo settentrionale dell’America centrale e in particolare le cause che spingono molti a partire. Ha anche analizzato i maltrattamenti che i centroamericani subiscono durante il loro viaggio attraverso il Messico, sottolineando il ruolo che il Messico ha svolto sia come ‘stato cuscinetto’ contro i migranti in quanto dal 2015 ha deportato più americani rispetto agli Stati Uniti, e sia come destinazione per i richiedenti asilo.

Nel corso del 2017, il Messico ha confermato il suo interesse nel consolidare la cooperazione militare con gli Stati Uniti e ad abbracciare una nuova politica estera assertiva nella regione. Dopo che i due Paesi hanno co-ospitato, per la prima volta, la Conferenza sulla sicurezza dell’America centrale a Cozumel il 23-25 aprile, i funzionari degli Stati Uniti hanno apprezzato il Messico per la sua volontà di progettare un potere militare. In un’incontro al Senato, il generale Lori Robinson, a capo del Comando settentrionale degli Stati Uniti, ha affermato: «C’è stata un’evoluzione dell’esercito messicano da una forza focalizzata internamente a una che è disposta e sempre più capace di essere a capo della leadership della sicurezza in America Latina».

Il Messico ha il diritto di proteggere i propri confini e gestire i flussi migratori per garantire che le vite e il benessere dei rifugiati, dei migranti e delle comunità ospitanti non siano in pericolo.

Ma, il report di Crisis Group sottolinea come la frontiera meridionale impedisce una gestione della migrazione efficace. «La frontiera è lunga, la fuga incessante dall’America centrale e la presenza di potenti gruppi di trafficanti rendono il controllo dei confini incostante e inefficace».

Secondo gli analisti di Crisis Group, nonostante ci siano stati dei passi avanti e il Messico stia giocando un ruolo importante nell’ambito della migrazione, c’è ancora molto da fare. Mentre gli stati a sud del Messico diventano punti di raccolta per migranti e rifugiati della regione, lo Stato messicano, con il sostegno dei Paesi centroamericani, dell’Unione Europea e potenzialmente degli Stati Uniti, dovrebbe sforzarsi di mitigare i rischi di coloro che si trovano in pericolo e passano attraverso il territorio.

Tutto questo potrebbe diventare realtà grazie ad una nuova leadership e un nuovo piano politico, se si pensa che 1 ° luglio 2018 lo Stato messicano dovrebbe eleggere il suo nuovo Presidente.

Il report di Crisis Group conclude con delle raccomandazioni e delle nuove direttive che il nuovo Governo messicano dovrebbe tenere in considerazione per combattere la criminalità e limitare le violenze dei migranti e dei rifugiati. «Il Messico sostenuto da donatori stranieri, dovrebbe raddoppiare gli sforzi di prevenzione della criminalità; assicurare che tutti gli organismi nazionali e internazionali impegnati nella protezione dei rifugiati e dei migranti, comprese le agenzie delle Nazioni Unite e i consolati dell’America centrale, coordinino gli sforzi nelle aree in cui le minacce sono più forti; dovrebbe  promuovere un approccio regionale realistico alla questione migratoria che aiuti i Paesi del Triangolo del Nord a scoraggiare l’emigrazione grazie all’offerta di maggiori opportunità economiche e una riduzione della criminalità e della violenza. I governi latinoamericani dovrebbero aumentare i loro sforzi per far si che i rifugiati si distribuiscono in modo più equo lungo tutta la regione».

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