mercoledì, Settembre 30

Confindustria e il progetto di progresso: se non ora, quando? L’impressione è che vi siano forze, oggi, in Italia, che stanno cercando di fare passare una sorta di sterzata conservatrice e filo-americana; Confindustria da che parte sta?

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Dovrebbe sorprendere -ma ormai nulla più mi sorprende- una sorta di, solo apparentemente improvviso, ritorno di fiamma di vecchie idee un po’ stantie, rivestite di vernice nuova e magari molto brillante. Vediamo se basta la vernice.

Dice Luca Ricolfi, che il Governo Conte è riuscito a ridare una sorta di coscienza sociale al ceto industriale italiano. Se fosse così, sarei anche ben felice, visto che storicamente non è che abbia mai brillato per quello. Anzi, lo sono, nella misura in cui se la Confindustria, con il suo nuovo aggressivo Presidente, volesse riaffermare il proprio legittimo ruolo propulsivo nella società italiana, farebbe benissimo. Ma se questo ruolo fosse quello di un ritorno alla mentalità dei padroni delle ferriere, non credo proprio francamente che questo sarebbe una cosa opportuna; la coincidenza con la reimmissione di piedi nel piatto da parte degli Agnelli per quello che rappresentano, non individualmente, come ovvio, legittima il dubbio. Peraltro è evidente, che lo stato semi-comatoso della nostra economia induce ad avere poca fiducia e perfino speranza nel futuro, ma forse sarebbe meglio non esagerare.

Finora, la reazione alla crisi, in gran parte originata dalle ‘idee’ bislacche dei suoi ‘capi’ e del suo comico ideatore (gli stellini, per capirci), ma anche del suo rude bacia-pile e mangiatore di rosari, è stata del più puro assistenzialismo, anzi, del più deteriore assistenzialismo.
La punta di diamante di questa politica sono insieme il reddito di cittadinanza e quota-cento. Non solo e non tanto per il fatto in sé, ma innanzitutto, a mio modestissimo parere, per la gravissima deresponsabilizzazione che determina in chi si accinge o spera di accedere a quel reddito, pur ridicolmente ‘arricchito’ dall’obbligo dei beneficiati di fornire alcune ore di lavoro ai Comuni di residenza. Mi domando, e mi piacerebbe davvero saperlo, quanti beneficiati dal reddito hanno lavorato per i rispettivi Comuni, ma specialmente mi piacerebbe sapere quanti posti di lavoro sono stati trovati grazie ai famosi ‘nocchieri del Missipipì’, come li ho chiamati io dal primo momento, o se preferite dai ‘navigator’ in questo caso del Mississippi (così ci si mette una parola in un inglese improbabile) la cui nomina e attività costa uno sproposito, ma che non mi pare abbiamo fatto molto, quand’anche siano stati immessi nelle rispettive amministrazioni. Ma tant’è.
Si è trattato di un carrozzone messo in piedi per soddisfare le pretese pubblicitarie di una parte del Governo, in cambio di un’altra misura follemente assistenziale come il pre-pensionamento (la cosiddetta quota cento), il mezzo condono fiscale, per non parlare della devastante ‘politica’ vendicativa nei confronti dei migranti.

Il guaio è che, dall’altra parte, per così dire, cioè dalla parte degli industriali, almeno finora la risposta è a dir poco oscura. Finora, infatti il contributo del ceto industriale italiano alla crescita del Paese, a me sembra a dir poco modesto.
Le aziende vendute, cedute, chiuse, ma specialmente ‘spostateall’estero sono moltissime. L’uso dei migranti tramite i caporali non è certamente una eccezione: la lororegolarizzazione’, guarda caso, è osteggiata dal comico e dal bacia-pile. Non vedo, in simili comportamenti, un particolare spirito, non dico patriottico (convengo che un imprenditore bada al guadagno non alla Patria, almeno fino ad un certo punto) ma nemmeno imprenditoriale. L’impressione che si ricava dalla attuale situazione generale dell’economia italiana è che, in moltissimi casi, si sia preferitofare cassae ramazzare ciò che si riusciva a ricavare dalle aziende per lo più ottenute dai genitori, o cercare di uscire dall’Italia e dalle sue regole.
Quanto alle attività messe in crisi dal virus: beh, vuol dire che a vendere siamo capaci, ma a disporre e conservare il capitale molto meno. Le regole certamente sono in molti casi ossessive, ma non necessariamente ingiuste. A conti fatti, siamo forse il Paese con la burocrazia più ossessiva del mondo, ma, burocrazia a parte, siamo il Paese in cui sono più frequenti le morti (ripeto: morti) sul lavoro. Tipico dell’Italia, c’è la burocrazia, ma è come se non ci fosse, rallenta soltanto. Però, in una situazione del genere, sentire dire a Carlo. Bonomi che non ha senso aumentare gli ispettori del lavoro, eh no, proprio no, non capisco … o forse capisco troppo!

La domanda di fondo è: volete investire in quello che si chiamava capitale di rischio, cioè, volete investire soldi vostri o volete anche voi una sorta direddito di impresa?
Mi spiego: il discorso non è economico (non capisco molto di economia), ma è di logica politica e di prospettiva. La burocrazia è il nemico, si vuole l’autocertificazione. Bene, faccio una proposta: vada per l’autocertificazione, ma ‘timbrata’ dalle rispettive associazioni professionali, con assunzione piena di responsabilità. Si farebbe presto e bene, e si taglierebbe la burocrazia, tutta. No, non volete ‘assumervi’ la responsabilità di decidere al posto della burocrazia, ma garantendo la legittimità? E allora torniamo a bomba.

A causa del virus, l’Italia è in ginocchio. Ci sono centinaia di migliaia di persone che sono senza lavoro e senza nemmeno la cassa integrazione, non solo per i ritardi della solita burocrazia, ma anche (vogliamo parlarci chiaro?) perché moltissimi lavoratori non hanno vere garanzie di lavoro: ad esempio gli stagionali, per non parlare dei tantissimi dotati di finte partite IVA o semplicemente lavoratori in nero. Tutte e tre le categorie che ho citato, sono largamente utilizzate dalle imprese e in genere dai datori di lavoro, che si avvantaggiano della possibilità di pagare di meno, di pagare in nero, di battere la concorrenza (vero?) e di avere la certezza che, quando non al lavoro, i lavoratori sono mantenuti dallo Stato, come ad esempio gli stagionali.
Dico allora, mettiamoci d’accordo.
Non si possono pretendere dallo Stato soldi a fondo perduto, sconti di tasse, riduzione di altri costi e poi lasciare i lavoratori, quando non servono, sulle spalle dello Stato, al quale, per giunta, moltissimi si guardano bene dal pagare le tasse è una mia fissazione che abbiamo circa 150 miliardi di tasse non pagate ogni anno? Bisogna trovare un equilibrio. E qui, mi pare, la nuova Confindustria è ben lontana dal dare l’impressione di volerlo fare, e, anzi, già protesta per il fatto che se lo Stato finanzia le imprese a fondo perduto, lo Stato stesso voglia avere una certa voce in capitolo nella gestione delle aziende. Dov’è lo scandalo? Se io ti do dei soldi (e tanti pure) vorrai darmi la possibilità di controllare che non li usi per donne/uomini e champagne o per portateli all’estero? È già successo e largamente, vero dottor Bonomi?
Ma poi,
almeno la garanzia di assumere i lavoratori in maniera certa e garantita vorrete darla o no? Certo, in USA è meglio: l’azienda ha difficoltà, licenzia tutti e i lavoratori dormono all’addiaccio: è questo il progetto?
Non credo, sia chiaro, non credo. Ma certo suggerire che qualcuno potrebbe pensarlo non è male, specie di fronte a certi proclami preoccupanti, che ‘fanno quadro’ con altri avvenimenti, quali in particolare la cessione d
i ‘Repubblica’ agli eredi-svenditori degli Agnelli.

Perché trovo la cosa un po’ preoccupante? Perché vedo tornare vecchi discorsi da anni cinquanta o peggio.
Mi riferisco, in particolare, ad un articolo di Giampiero Massolo di qualche giorno fa: di uno, cioè, che non parla a caso e che ha influenza notevole, per i sui precedenti di consulente politico di Palazzo Chigi, per la sua posizione di Presidente della Fincantieri, nel giorno in cui ottiene un appalto in USA. Qual è il discorso che preoccupa? Quello della scelta di campo. Si riscopre la scelta di campo tra laparteamericana e il resto del mondo: e sì, perché, sorvolando sulle banalità dell’inchiesta sulla Cina e il virus, a leggere Massolo, da una parte c’è Donald Trump e dall’altra il resto del mondo, proprio tutto il resto: la Cina (repressiva e venditrice sotto costo) e la Russia, sempre pericolosa di per sé. L’Italia sarebbe quella che gioca su due tavoli e, secondo una certa mentalità crescente, farebbe male. Mi domando, oltre a chiedermi come mai esca oggi questa reprimenda, abbastanza dura, leggetela, se tali non siano anche le idee della attuale Confindustria.
Perché quel discorso nonché vecchio e trito, è sbagliato ad imis. Se noi vogliamo fare sul serio:
noi siamo (saremmo?) europei, e il nostro interesse come europei non come italiani, è di essere parte proprio di una terza forza, ma non assolutamente non di quella americana, rispetto alla quale saremmo asserviti a disegni di carattere politico-militare, che non ci interessano e che specialmente dovremmo, come europei, affannarci a spegnere. Essere come italiani e europei fedeli all’atlantismooggi non ha senso alcuno, a meno di pensare il mondo (come mi pare che pensi Massolo) ancora diviso in blocchi, solo che ce ne sarebbe solo uno, quello USA, contro il resto del mondo!

Mi fermo qui, solo per proporre una riflessione. Sì, la situazione è confusa e io indico cose diverse sulle quali trovare i punti di contatto e di coerenza non sempre è facile e meno che mai è evidente. Ma l’impressione è che vi siano forze, oggi, in Italia, che stiano cercando di fare passare una sorta di sterzata conservatrice (ne ho scritto qualche giorno fa) e filoamericana, che sarebbe forse nell’interesse di alcuni, ma non certo dell’Italia, e meno che mai dell’Europa.

Ecco, l’Europa, la grande assente (anche, se non principalmente per sua colpa) da tutto questo dibattito. Che succede in Europa, quali forze in Europa sostengono questa svolta? Ma specialmente, dr. Bonomi, vogliamo tentare di descrivere una posizione di prospettiva politica di voi industriali nei confronti dell’Europa? Anche Maurizio Molinari lo dice, state tranquilli.
Perché,
che l’Europa sia a rischio di disgregazione è evidente, e che agli industriali una brutta fine dell’Europa non convenga è evidente. A meno che il disegno non sia di favorire la dissoluzione dell’Europa (desiderata del resto da una buona parte degli USA, ma anche dalla Russia) per tentare l’avventura di legami diretti (aziendali addirittura) con i potentati economico industriali americani. Ma questi legami ammesso che si riuscisse a crearli nell’unico modo possibile e già iniziato, cioè vendendo renderebbero l’industria italiana asservita come fornitrice quasi solo di mano d’opera a quella statunitense: ci conviene?

È solo un dubbio, nemmeno un sospetto vero e proprio, ma provo un grande disagio a vedere ciò che accade oggi in Italia e in Europa. Non vorrei che proprio l’ipotesi di Ricolfi della ‘società signorile di massa’, e il progetto cinico di Massolo, cioè di una società interamente vivente di sussidi diretti o mascherati di uno Stato schiacciato sugli USA, si realizzasse grazie all’azione inconsapevolmente irresponsabile di Conte-pochette e Giggino (intenti solo a sgomitare nel ‘ricevere’ l’ennesima eroina, Aisha), e consapevole di Bonomi e di chi per esso. Ma quanto potrebbe durare? E dunque, di nuovo, ma qui in termini combattivi: ci conviene?

Non sarebbe venuto il momento di mettere in campo quelle energie nascoste, quel patrimonio di coscienza e di razionalità, ma anche di inventiva di capacità e di cultura (nonostante i Ministri che abbiamo e abbiamo avuto!) -che hanno mobilitato le piazze delle sardine e hanno consentito a 60 milioni di persone di stare chiuse in casa per autodisciplina e senso della collettività (almeno in gran parte) sconfiggendo loro, noi, il virus, non gli epidemiologi-virologi-parlanti e meno che mai i ‘governatori’ ridicoli e pretenziosi-, per proporre e realizzare, finalmente, un progetto di progresso in una visione di futuro? Perdonatemi il plagio: se non ora, quando?
Possibile, che debba suggerirlo un vecchio come me?

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.