venerdì, Aprile 26

Conferenza Nazionale in Libia: Italia fuori con tutti i suoi interessi Gli interessi ingenti dell’Italia e degli altri Paesi occidentali restano fuori dalla Conferenza libica di aprile, ne parliamo Matteo Colombo

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Dal 14 al 16 aprile, a Ghadames, in Libia, si terrà la Conferenza Nazionale. L’evento – a cui parteciperanno oltre 120 attori locali – organizzato dalle Nazioni Unite su iniziativa del Rappresentante speciale, Ghassan Salamé, si pone come obiettivo quello di sancire la nascita di un Governo di Unità nazionale e di intraprendere un percorso che possa portare a delle elezioni parlamentari e presidenziali. La grande sfida, però, sarà superare definitivamente le differenze di vedute (molte) tra Fayez al-Sarraj, che guida il Governo di Tripoli, e Khalifa Belqasim Haftar, capo delle forze che presidiano la Cirenaica

Proprio in questa direzione hanno lavorato, e stanno lavorando, i grandi attori internazionali che covano grossi interessi in Libiatra cui lItalia – i quali, però, non saranno interpellati durante la Conferenza poiché non è prevista la loro presenza.

Lo scorso novembre, il nostro Paese aveva organizzato a Palermo la Conferenza per la Libia, un’“iniziativa”, ci aveva detto l’analista Arturo Varvelli, che era nata “come tentativo per cercare di riequilibrare i negoziati internazionali per la risoluzione della questione libica e ridare impulso e centralità alle Nazioni Unite sul tavolo delle trattative”. Ma di fronte ad alte aspettative che cozzavano con uno scetticismo generale derivante da un’agenda un po’ confusa, per la quale fino a pochi giorni prima non erano stati resi noti i dettagli, lunico esito positivo del vertice siciliano è stata la stretta di mano tra al-Serraj e Haftar, la cui presenza è stata in bilico fino all’ultimo momento. Palermo, dunque, è servita a dare un segnale di disgelo importante tra le parti, utile a tracciare la strada verso la Conferenza Nazionale, ma i risultati dal punto di vista politico sono stati scarsi.

Roma ha un estremo bisogno che la situazione libica si stabilizzi per poter curare meglio i propri interessi dopo che, proprio l’Italia, è venuta meno al ‘Trattato di amicizia e cooperazione’ con l’ex colonia – stilato nel 2008 dal Governo Berlusconi IV con Muhammar Gheddafi – prendendo parte alla coalizione di Paesi che, nel marzo 2011, dopo la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza, attaccarono la Libia: da lì in poi scaturirono una serie di eventi che portarono alla morte del leader della Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista fino alla frammentata situazione attuale.

LItalia è uno di principali esportatori di petrolio e gas dal suolo libico dove è presente con Eni. L’azienda italiana è presente in Libia dal 1959 e al 31 dicembre 2017 (ultimi dati utili dell’azienda) contava 144 dipendenti. Sempre nel 2017, la produzione di petrolio e condensati da parte di Eni in Libia è stata di 87 migliaia di barili/giorno, quella di gas naturale di 46 milioni di metri cubi/giorno e quella di idrocarburi di 384 migliaia di boe/giorno, quest’ultimo dato in particolare rappresenta il livello più alto mai registrato dall’azienda in Libia. L’attività di Eni in Libia è suddivisa in aree numerate dalla A alla F, la maggior parte concentrate nell’area occidentale del Paese. Ed è proprio per salvaguardare queste zone che Roma ha fatto molto affidamento sul al-Serraj che governa sulla Tripolitania. Inoltre, col Governo di Tripoli, nel 2017, l’allora Ministro dell’Interno, Marco Minniti, era riuscito a trovare un accordo – molto criticato – sul fronte migratorio, altro piano che contraddistingue la relazione italo-libica. Nel 2018, con linsediamento del Governo giallo-verde è cambiata anche la posizione diplomatica italiana. Dopo la Conferenza di Palermo, infatti, è passato in sordina la sostituzione dell’Ambasciatore italiano in Libia: sotto l’elgida di Haftar, Giuseppe Buccino Rinaldi, già a Tripoli dal 2011 al 2015, ha preso il posto di Giuseppe Perrone, molto vicino ad al-Serraj. Questo è un passaggio molto importante perché ha segnato, in qualche modo, il ‘cambio di strategia della politica estera italiana fino a quel momento ferma al dialogo col solo Governo di Tripoli. Ed è proprio in quest’ottica di sostanziale apertura dei due fronti che bisogna leggere lipotesi di riapertura del Trattato di amicizia e cooperazione del 2008, in cui è prevista la costruzione di unautostrada litoranea che unirebbe la Tripolitania alla Cirenaica.

Ma il nostro Paese non è il solo ad essere interessato alle vicende libiche. Un altro attore molto importante – che ha giocato un ruolo attivo nella vicenda fin da quando iniziò i bombardamenti su Bengasi nel 2011 – è sicuramente la Francia, forte sostenitrice del generale Haftar: e non a caso dato che gli interessi transalpini riguardano soprattutto la regione cirenaica. Nel maggio del 2018, l’Eliseo aveva organizzato, per superare lo stallo politico della Libia, la Conferenza di Parigi, il cui risultato più rilevante è stato quello di indire le elezioni per il 10 dicembre 2018. Elezioni poi miseramente naufragate, ma che hanno visto anche la candidatura del figlio di Gheddafi, Saif al-Islam. E proprio affinché lex delfino giocasse un ruolo attivo nella politica libica si è spesa molto Mosca, convinta che Saif avrebbe dovuto partecipare al turno elettorale, benché penda ancora su di lui un mandato di cattura del Tribunale Penale Internazionale. Ma il Cremlino è anche, come la Francia, l’Egitto e gli Emirati, un tenace sostenitore del Libyan National Army (LNA) guidato da Haftar.

Il Governo di Tripoli, invece, oltre ad essere sostenuto dall’Italia, gode dei favori di Turchia, Qatar e Stati Uniti. Gli ultimi incontri internazionali, però, sono serviti a superare in parte questa visione bipolare del conflitto e a favorire il dialogo tra le parti.

Per capire il ruolo degli attori internazionali a margine della Conferenza Nazionale libica, abbiamo contattato Matteo Colombo, ricercatore associato presso l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) all’interno del programma Medio Oriente e Nord Africa e dottorando in Scienze Politiche presso l’Università di Milano.

 

Alla conferenza non parteciperanno i grandi attori internazionali, tra cui l’Italia. Qual è il ruolo del nostro Paese, al momento, in Libia?

La posizione dell’Italia è interessante perché si è passati dal considerare Haftar come un ostacolo alla pacificazione del Paese a considerarlo come un interlocutore nel giro di 2-3 anni senza proclami. L’Italia ha una posizione molto pragmatica in Libia, dice ‘noi dobbiamo avere rapporti buoni con chi comanda e con chi controlla le zone dove ci sono i giacimenti ENI, se alcune di queste zone sono sotto il controllo di  Haftar, inevitabilmente dobbiamo avere un’interlocuzione’. È interesse dell’Italia che il petrolio e il gas si estragga ed è interesse della Libia esportarlo perché se non esporta il petrolio difficilmente riuscirà a pagare gli stipendi ai dipendenti del Governo. In questo momento, però, l’Italia non se la passa molto bene e non se ne parla molto di questo. Di fatto, il Governo di Tripoli, su cui aveva puntato, non è riuscito ad andare oltre il suo ruolo di garante di un accordo molto fragile tra le milizie, le quali spesso lo sostengono non per convinzione, ma perché hanno degli interessi economici a farlo. Non si è riusciti, dunque, ad unificare questo fronte disomogeneo di milizie in qualcosa di più centralizzato.

Qual è la strategia dell’Italia sulla Libia?

Non mi sembra che ci sia una vera e propria strategia o un’iniziativa diplomatica del Governo: non c’è una proposta italiana per la Libia. Intanto, la Conferenza di Palermo è stata fatta soprattutto per rispondere alla Conferenza di Parigi organizzata dalla Francia. Ma quando si fa politica estera bisogna avere delle proposte, delle idee, e cercare di difendere i propri interessi nazionali avanzando delle soluzioni o dei punti di partenza, oppure, in alternativa, sostenere una delle proposte emerse nel Paese. Si è andati verso una direzione di difesa degli interessi economici e di contenimento dell’immigrazione, ma non è stata avanzata un’idea di Paese per la Libia condivisa con i libici. Il tema vero di discussione è: come si convincono gli attori ad accettare il risultato delle prossime elezioni? Che garanzia dare ad Haftar e al-Serraj? Che tipo di Governo ci sarà? Magari si sta discutendo nell’ombra di queste cose e non lo sappiamo, ma l’impressione è che negli ultimi mesi non ci sia stata una visione chiara. A Palermo l’Italia non si è presentata dicendo ‘noi abbiamo questa idea della Libia, discutiamone insieme per migliorarla o cambiarla’. Non è che si improvvisa questa cosa. L’impressione è che non ci sia un’idea forte di quello che può essere il futuro della Libia.

Quanto ha inciso la Conferenza di Palermo perché si arrivasse alla prossima Conferenza Nazionale e quanto ha inciso il cambio Ambasciatore da Giuseppe Perrone a Giuseppe Buccino Rinaldi?

Durante la Conferenza di Palermo si è avviato un dialogo tra Haftar e al-Serraj, che qualche mese fa non si parlavano nemmeno. Già la Francia l’aveva fatto e, almeno, l’Italia ha seguito l’esempio. Se stiamo arrivando a parlare del fatto che un qualche accordo tra i due è possibile, è anche merito dell’Italia. Forse l’unico risultato è questo. Dato il numero degli attori in campo, forse, sarebbe stato meglio partire da un livello locale per arrivare ad un livello internazionale, anziché il contrario, però, è quello che sta cercando di fare l’ONU, mentre l’Italia ha leva solamente su alcuni attori e non su altri. Riguardo al cambio di Ambasciatore, fortunatamente abbiamo sempre avuto ottimi diplomatici in Libia. Il punto è che Haftar voleva segnalare che la posizione dell’Italia non gli andava bene e usare come pretesto l’Ambasciatore. A lui interessava che l’Italia lo riconoscesse come interlocutore politico e, in qualche modo, questa cosa è successa.

Parliamo della Francia. Il Ministro degli Esteri francese, Le Drian, lunedì e martedì è stato in Libia ed ha fatto visita prima ad al-Serraj e, dopo, ad Haftar. Che ruolo ha svolto Parigi nei negoziati tra le parti e da che parte pende il favore dell’Eliseo?

Sicuramente la Francia ha una relazione privilegiata con Haftar. Storicamente c’è questo rapporto stretto tra Parigi e il generale, anche perché l’Eliseo ha un grosso peso soprattutto nella parte del Fezzan, che è la parte meridionale dove Haftar sta avanzando. Francia e Italia erano su due piani opposti, ma adesso si stanno avvicinando. Ovviamente, per l’Italia il sostegno principale è a Tripoli ed in seconda battuta ad Haftar, per la Francia viceversa. È evidente, però, che vi sia una competizione tra la Francia e l’Egitto, gli Emirati che  guardano con favore al generale libico e i loro rivali. Prima, però, vi era sostanzialmente un dualismo nei rapporti diplomatici, ora, invece, tutti parlano con tutti. Questa è una delle principali evoluzioni che ci sono state negli ultimi mesi. Alla fine, quella in Libia, è una questione poco ideologica e molto concreta, economica.

Quale invece le mosse o la strategia di Russia e Stati Uniti?

Gli USA hanno fatto capire, anche all’Italia, che la questione gli interessa fino  un certo punto, nel senso che non hanno così tanti interessi in Libia. Ovviamente gli interessa che il Paese sia unificato e che non crei troppi problemi, ma l’Italia si è sempre posta come interlocutore principale in Libia e agli Stati Uniti la cosa va abbastanza bene perché non è un’area cui sono granché interessati. La Russia ha ottimi rapporti con Haftar ed ha più interessi di Washington nel Paese. Avere buoni rapporti con Haftar è importante in prospettiva futura se volesse aumentare la sua influenza nella regione, ma neanche per Mosca la Libia è un punto così imprescindibile. I Paesi più interessati sono l’Italia e l’Egitto, e poco dopo viene la Francia.

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