lunedì, Settembre 23

«Con il male, non si negozia» field_506ffb1d3dbe2

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È come se la Chiesa Cattolica stesse vivendo due prospettive separate. In Occidente l’avvio del papato di Francesco sembra aver rivitalizzato la fiducia dell’opinione pubblica nel papato e nelle istituzioni ecclesiali, grazie alle aperture del Santo Padre a coppie non sposate, alla condanna delle discriminazioni sessuali e di genere, nonché alla denuncia delle sperequazioni prodotte dal sistema economico vigente. Una rivitalizzazione evidente anche grazie al rinnovato peso dei cattolici nella politica delle grandi potenze. Negli Stati Uniti dell’Amministrazione Obama, gli italoamericani rivestono posizioni di primo piano nelle istituzioni, come Janet Napolitano, Leon Panetta o il nuovo Sindaco di New York De Blasio. L’apertura di Obama alla regolarizzazione degli 11 milioni di immigrati irregolari, in gran parte latinos, apre prospettive di crescita per l’elettorato cattolico, negli scorsi decenni decurtate dalla stagnazione demografica della North-East coast statunitense, abitata per lo più da discendenti di irlandesi ed italiani.

Mentre il panorama occidentale si schiarisce, quello asiatico offre uno spettacolo assai meno gratificante. In Cina gli aderenti alla Chiesa ufficiale aumentano gradualmente, ma le persistenti persecuzioni contro quest’ultima in favore della Chiesa nazionale, riconosciuta da Pechino, continua a dividere la comunità. Frattanto, nella classe dei nuovi ricchi urbani, lo spirito di impresa che caratterizza il capitalismo della prima ora favorisce di più la penetrazione dell’etica  -e quindi del credo- protestante, ma la cultura confuciana a-religiosa rimane di gran lunga quella predominante.

È però nell’Asia Meridionale che la cristianità, soprattutto cattolica, affronta una situazione di persecuzione e discriminazioni seconda solo al Medio Oriente in quanto ad intensità e violenza. In India è soprattutto l’intolleranza diffusa a rendere la vita difficile ai credenti. Negli ultimi 20 anni il settarismo anti-cristiano si è però dotato di forme organizzative politiche e para-militari, spesso legittimate politicamente da autorità locali legate al nazionalismo indù. In Pakistan la situazione è anche peggiore. Alla violenza, molto più frequente, degli integralisti islamici armati di cui il Paese pullula, si affiancano aperte discriminazioni governative integrate nella ‘Legge Anti-Blasfemia’.

Le comunità cristiane di Pakistan ed India rappresentano una infima minoranza della popolazione dei due Paesi: il 2,6% della popolazione indiana ed appena l’1,6% di quella pakistana. I numeri in cifra assoluta, viste le dimensioni demografiche dei due Paesi, sono comunque rilevanti: circa 30 milioni di cristiani in India e 5 milioni e mezzo in Pakistan, dei quali rispettivamente 19 e 2 milioni e mezzo cattolici. In India la comunità cattolica rappresenta dunque quasi due terzi dei cristiani, complice l’eredità coloniale portoghese e olandese nel popoloso Sud del Paese, mentre in Pakistan è divisa esattamente a metà. In tutta la regione è dunque lo Sri Lanka ad avere l’incidenza di cristiani maggiore sulla popolazione totale: il 7,5%, di cui il 6% cattolici, che godono di una relativa tolleranza interconfessionale. La comunità bengalese è invece di gran lunga la meno consistente sia in cifra relativa che assoluta: 420mila persone tutte di fede cattolica, lo 0,3% delle dimensioni demografiche del Bangladesh. Una comunità che, come le sue cugine indo-pakistane, è duramente provata dalle aggressioni dei fondamentalismi altrui.

L’origine ed il prolungarsi dell’intolleranza confessionale non risiede, però, nelle ridotte dimensioni delle comunità, perlomeno in India. In una democrazia consolidata da 60 anni, la protezione delle minoranze dovrebbe essere costituzionalmente garantita. Il fronte caldo nel gigante indiano è bensì il proselitismo religioso. Negli ultimi 20 anni, la crescita di movimenti sociali e politici nazional-conservatori ha esaltato la necessità di difendere le radici culturali indiane dall’inquinamento tanto del  laicismo consumistico quanto di altre confessioni, derivato dall’apertura del Paese al resto del mondo.  Tra le ‘intrusioni’ più temute c’è la conversione degli indiani al cristianesimo, che in India e Pakistan si verifica solitamente attraverso l’opera dei missionari e delle istituzioni caritatevoli legate alla Chiesa.

Naturalmente, quanto questo tipo di conversioni siano volontarie o meno è frutto di dibattito. La gran parte avvengono in una ottica di adesione degli individui al messaggio religioso dopo un contatto con il mondo dell’assistenza ai poveri, senza però che tra le due cose vi sia un nesso di scambio. Vi sono però molti casi, soprattutto tra le chiese evangeliche protestanti, di campagne di conversione forzate o addirittura violente, nelle quali l’adesione al culto è condizione necessaria per accedere ad una comunità in grado di garantire determinate protezioni o aiuti all’individuo.

Le autorità della Chiesa cattolica indiana, ormai molto attente a calmare l’odio settario, hanno sempre condannato con forza questi metodi. Ma la reazione dei gruppi ultra-nazionalisti indù non sembra distinguere nemmeno tra cattolici e protestanti: quando un caso di conversione forzata viene anche solo sospettato, gruppi di estremisti aggrediscono violentemente la comunità cristiana più prossima all’accaduto, come avvenne durante i violenti pogrom del Karnataka nell’estate del 2008.

La pressione dei nazionalisti indù sulle autorità locali nel corso degli anni si sono fatte talmente pesanti da spingere i Governi degli Stati federali indiani a varare leggi repressive contro le conversioni religiose. A partire dal 2003, Gujarat, Orissa, Madhya Pradesh, Chhattisgarh, Himachal Pradesh hanno varato legislazioni che proibiscono esplicitamente le conversioni forzate, e provvedimenti simili sono in arrivo anche nel Rajasthan. In linea di massima, obiettivo delle leggi dovrebbe essere la repressione di pratiche come quelle dei protestanti evangelici sopra descritte, ma le autorità locali della Chiesa cattolica denunciano che in molti casi le leggi non sembrano distinguere tra queste e l’opera di ordinario proselitismo. Il timore è che nelle piccole città o villaggi di provincia, pubblici ufficiali e politici possano abusare del provvedimento per guadagnarsi il favore dei nazionalisti.

La situazione del Pakistan è però ben peggiore di quella indiana. Fino al 1971, le minoranze indù e cristiane erano parte integrante della vita del Paese grazie alla significativa presenza nella parte orientale del Paese. Con l’indipendenza del Bangladesh, questa caratteristica venne rapidamente meno, favorendo una omogeneizzazione del Paese intorno ad una identità islamica sempre più conservatrice. Con la giunta militare di Zia Hul-aq ed il nuovo governo pur democratico di Nawaz Sharif, le discriminazioni iniziarono a farsi legge, con il promulgamento e progressivo rafforzamento della ‘Norme anti-blasfemia‘. Leggi tese  -anche in questo caso- ufficialmente a proibire conversioni forzose e atteggiamenti ostili alle icone dell’Islam, ma poi utilizzate per ridurre la comunità cristiana al silenzio ed all’isolamento. Con l’eruzione del fondamentalismo armato negli anni ’90, la vita dei cristiani in Pakistan si è fatta spesso impossibile, spingendone centinaia di migliaia a migrare in Europa e Nord America.

La Chiesa di Papa Francesco, pur non imbarcandosi per ora in direttive ufficiali di particolare rilievo, sembra aver preso di petto la questione. Il nuovo Papa ha più volte invocato giustizia per le vittime delle persecuzioni, ed al tempo stesso lo stabilimento di percorsi di dialogo che disinneschino le tensioni latenti. A livello locale, la Chiesa ha anche reagito duramente, specialmente contro le ambiguità della politica locale. Oltre a sollevare dubbi sulle legislazioni anti-conversione, la Curia di New Delhi ha attaccato duramente il partito nazional-conservatore (Bharatiya Janata Party – BJP) per l’attivismo anti-cristiano e musulmano dei Governi locali sotto il proprio mandato. Un attacco sorprendentemente duro contro il BJP è avvenuto lo scorso 25 settembre, quando la Chiesa di Delhi ha attaccato frontalmente la nomina di Narendra Modi a candidato per le elezioni politiche del prossimo anno, accusato di essere un candidato legato all’estremismo religioso e nazionalista indù: da governatore del Gujarat, Modi fu infatti il primo a varare – nel 2003- una legislazioni anti-conversioni religiose che venne poi presa a modello da altri Stati.

 Un altro fronte di rafforzamento della Chiesa è l’unione di intenti contro le discriminazioni sia con i protestanti non integralisti che con la piccola comunità degli ortodossi indiani. Una circostanza manifestatasi lo scorso 11 dicembre, quando le tre comunità hanno marciato pacificamente assieme per le vie di Delhi per protestare contro le violenze anti-cristiane. La manifestazione è stata duramente repressa dalla polizia, che ha caricato il corteo a manganellate, cannoni ad acqua ed arrestato 400 persone, vescovi compresi. La reazione, durissima, delle autorità religiose di tutte e tre le confessioni ha costretto il Governo indiano a presentare scuse ufficiali per l’accaduto.

 

 

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