giovedì, Agosto 6

Compostela: il ‘lusso’ del silenzio

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Il Cammino di Santiago è un pellegrinaggio che migliaia di persone all’anno, fin dal Medioevo, compiono per raggiungere la tomba dell’apostolo Giacomo il Maggiore, a Compostela, capoluogo della comunità autonoma della Galizia, in Spagna. Si dice Compostela e, appunto, si pensa all’apostolo e ad un ‘cammino’ religioso. E’ così, ma non solo. C’è una dimensione laica, un modo laico di vivere questo cammino che si sta imponendo, esperienza spirituale che sta conquistando sempre maggiori ‘camminatori’.

Il Cammino di Santiago, è, in realtà, un insieme di percorsi C’è il Cammino francese, chiamato così perché parte dai Pirenei, che è il più noto; si tratta di un percorso che copre circa 800 chilometri da suddividere in 30 giorni. Poi esistono altri cammini, in particolare quello del Nord, lungo la costa settentrionale; la via della Plata, la via dell’argento, che inizia a Siviglia; il Portoghese, e poi una serie di ‘vie’ minori, ossia il Sanabrese, il Primitivo e quello Inglese.

Secondo i dati diramati da ‘La Voz de Galicia, primi tra gli stranieri, sono gli italiani, 23.874. Dato che ci viene confermato anche da Paolo Caucci, storico specializzato nello studio delle vie del pellegrinaggio cristiano nel Medioevo, “Non esistono studi specifici sui profili dei pellegrini. Notiamo soprattutto giovani durante l’estate e pensionati nelle altre stagioni. Appartengono a tutte le fasce sociali e provengono principalmente dal centro nord, anche se si sta diffondendo rapidamente il pellegrinaggio nel Meridione e nelle isole. Le motivazioni che li spingono sono religiose, ma anche culturali“.

Al netto di questi dati, la domanda che sorge spontanea è: cosa spinge una persona a percorrere così tanti chilometri? Riflessione spirituale? Ricerca interiore? Moda? Una motivazione alla base ci deve essere, altrimenti non si spiegherebbe perché in trent’anni il numero dei pellegrini si è centuplicato.

Siamo partiti in coppia per collaudo. Siccome durante il cammino emerge realmente la tua persona ed è un percorso sottoposto a fatiche psico-fisiche, era l’ideale per capire se il nostro rapporto funzionava”, inizia così il racconto di Alberto Fontanin, trentenne di Pordenone e della sua fidanzata Sara Berruti, infermiera di Alessandria.

Alberto, che a differenza di Sara aveva già fatto il Cammino altre volte, sintetizza questa esperienza in tre parole: “Silenzio, riflessione, pace”. Per Sara, il cui grande limite è stato pensare che questo cammino non l’avrebbe cambiata, non è stata un’esperienza particolarmente forte; confessa risoluta:“Sono cambiata talmente tanto nel mio viaggio precedente, in Africa, che questo non mi poteva cambiare. Certamente, però, ha stravolto la mia vita di coppia perché si è concluso con il fidanzamento”.

Altra coppia che decide di raccontarsi è Andrea Cantore e Annarita Poliseno, trentenni di Bari. Da tempo avrebbero voluto fare il Cammino, poi si sono conosciuti, si sono innamorati e hanno deciso di farlo insieme, “perché non avevamo alcuna intenzione di viverci questa esperienza a prescindere da noi”, afferma Andrea.

Annarita aggiunge: ”Questi 13 giorni da Leon a Santiago mi hanno tolto ma mi ha anche dato tanto. Come coppia abbiamo capito come gestire e rispettare i nostri spazi. Ho avuto tante conferme sul nostro rapporto ed è stato bello, ma abbiamo anche litigato spesso, ci siamo allontanati, ci sono stati tanti momenti di silenzio, a volte desiderati, altre volte necessari. Se qualcuno ci avesse osservato da lontano, avrebbe notato un avvicinarsi e allontanarsi continuo. Il cammino è stata la metafora perfetta di quello che solitamente accade nella vita”.

Infine c’è Antonietta Moretto, 32 anni di Foggia: “Ho fatto il Cammino Francese in due volte, la prima volta nel 2014, la seconda nel 2015. In entrambe le occasioni sono partita da sola, avevo bisogno di chiacchierare con me stessa”, ammette di aver trovato una guida spirituale e di esser tornata a casa piangendo, “Mi ero liberata”.

Annarita con schiettezza, caratteristica che la contraddistingue, dice:“Per me non è stato niente di trascendentale, ero semplicemente me stessa in un altro contesto. Ero io… nella mia gioia, nella mia tranquillità, anche nella mia chiusura più totale e nel mio nervosismo. Però mi sono “sentita”. Ho notato degli atteggiamenti in me, che ho sempre criticato nei miei genitori, che invece appartengono anche a me, e non volevo accettarlo”.

Quando chiediamo loro che cosa li ha colpiti di più, Andrea ammette di non aver mai avuto l’ansia, questo per la facilità del Cammino, quel sentirsi sempre completamente a proprio agio ovunque, senza preoccuparsi di sapere dove si è, con chi si va, come organizzarsi.

Alberto rivela la sua dicotomia di pensiero: “Da un lato ti direi la condizione delle cose, dall’altro se dovessi pensare ad una singola risposta da darti ti direi la sensazione che provi alla fine, esser riuscito a camminare per tutti quei chilometri e la pace trovata, quella sorta di silenzio interiore”. Sara, da romantica, risponde semplicemente:”La sintonia con Alberto”.

Inaspettatamente Antonietta condivide un particolare momento del suo Cammino: ”Mi piaceva la pioggia, passeggiare sotto i goccioloni in silenzio… alla mattina partivo anche alle 6 per non incontrare nessuno”. Proprio lei che riuscirebbe a far parlare anche il più ermetico del mondo ammette di aver cercato e trovato, fin da subito, il suo silenzio e di esserselo portata dentro, “un silenzio di pace”.

Andrea, invece, ricorda la notte, l’essenzialità che c’era in quel buio…privo di rumori e di luci inquinanti. Sinonimo di quei momenti era il silenzio,“È un extra lusso, non si può neanche pretendere…è antisociale. Però è fondamentale, come anche il cielo stellato. Ci stiamo perdendo la purezza di certi istanti, ma molti non ne sentono la mancanza perché non li hanno mai vissuti… logicamente non ti può mancare qualcosa che non hai mai avuto o vissuto”.

La sua fidanzata, però, puntualizza: ”È un lusso nel contesto in cui viviamo noi… nei piccoli paesi che abbiamo incontrato il silenzio è quotidianità. Anche se ritengo essere un lusso che possiamo concederci tutti. La meditazione, ad esempio, aiuta molto”.

Il silenzio è un abbellimento, nutre di significati e di sfumature le parole, gli dà valore e forza. Spesso lo si evita per paura che crolli tutto. Andrea ammette: ”Mi sono sempre preoccupato di farla ridere e divertire costantemente, avevo paura dei vuoti… in realtà il silenzio, quello giusto, serve ed è bellissimo”.

I nostri erano silenzi pieni. Comunicavamo con gli occhi”, conclude Annarita.

Alberto, in tutta la sua concretezza, definisce il silenzio “ossigeno”.“La cosa bella del cammino è che non trovi un silenzio assordante ma che sa di pace. Ovviamente stupisce, perché in assenza di suono sei portato ad ascoltare le tue voci interiori”.

Sara, invece si sente particolarmente fortunata perché da tempo non le accadeva di “sentirsi”.“Anche da coppia ci sono stati momenti in cui eravamo colmi di emozioni e allora stavamo zitti. Vedi, io credo che il silenzio sia un comunicare senza rumore”.

Ma il Cammino è anche riabilitazione e reinserimento sociale. La Confederación de Salud Mental Española lo fa da anni dal 2003, con l’obiettivo di normalizzare l’immagine degli internati «mostrando le loro vere capacità, e rivendicare un trattamento completo». (‘Il cammino di Santiago, strumento di riabilitazione per una triplice omicida’,).

Anche l’Università di Saragozza, insieme ad altri due ospedali spagnoli ha iniziato uno studio riguardante gli effetti benefici del Cammino. La ricerca ha come obiettivo, attraverso test sottoposti a volontari pellegrini, quello di vedere e capire i cambiamenti avvenuti a livello psicologico durante il Camino de Santiago.

Paolo Caucci ci dice che:In Italia, la Confraternita di San Jacopo di Compostela ha promosso 9 pellegrinaggi di reclusi nell’ambito di un progetto di reinserimento con eccellenti risultati”.

 Riguardo ciò abbiamo sentito Cristina Castelli, direttrice della Unità di Ricerca sulla Resilienza dell’Università Cattolica di Milano. “Essere fedeli all’impegno iniziale d’intraprendere un viaggio e riuscire a compierlo rafforza l’autostima nelle persone. Esse si sentono capaci di programmare, misurarsi con le proprie forze e raggiungere l’obiettivo superando delle difficoltà. L’autostima è fondamentale per la resilienza e per poter guardare avanti con fiducia, consapevoli delle proprie capacità. Inoltre, con il viaggio, si stimola la curiosità e la conoscenza di nuove realtà interiori ed esteriori, materiali ed immateriali”.

Probabilmente più passerà il tempo, più toni e volumi contenuti torneranno di moda come reazione inevitabile a tutta questa smodatezza.

Castelli conclude dicendo:“Le persone, per riabituarsi, dovranno vivere il silenzio come una necessità dello spirito e non come fuga dalla realtà”.

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