domenica, Agosto 25

Commissione UE: Ursula Von der Leyen, pragmatica in cerca di solidità Programma ambizioso e maggioranza da allargare: ecco le principali sfide della neo Presidente

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Due giorni fa, Ursula von der Leyen è divenuta la prima Presidente donna della Commissione UE, eletta in una votazione a scrutinio segreto con una percentuale del 51,27% dei voti espressi dall’Europarlamento. Una vittoria sul filo di rasoio avendo ricevuto appena 383 voti a favore (9 voti rispetto alla maggioranza richiesta), 327 contrari, 22 astenuti. Numeri piuttosto lontani da quelli che avevano portato all’elezione del predecessore Jean Claude Juncker che aveva ottenuto 422 voti, pari al 56,19%. Annunciato il no dei Verdi, quasi certo il voto contrario di una parte dei Socialisti, tra cui l’SPD tedesca,  meno scontate alcune defezioni all’interno dei Popolari (PPE) e dei Liberali (RE), per l’elezione di Von der Layen sono risultati dirimenti i voti favorevoli di alcune forze non proprio europeiste come i Conservatori polacchi del PiS e, per parte italiana, il M5S (14) che si è discostato nettamente dalla posizione contraria dell’alleato di governo, la Lega.

Dal dicembre 2013 fino a ieri Ministro della Difesa tedesco nonché esponente di punta della CDU, molto vicina ad Angela Merkel, la candidatura di Von der Leyen è stata il risultato di un accordo in sede di Consiglio, dopo il naufragio della candidatura dello Spitzenkandidaten socialista Frans Timmermans e, ancor prima, di quello popolare, Manfred Weber. Pochi giorni fa, ancora da candidata, si era espressa senza mezzi termini di fronte all’Aula di Strasburgo: «Solo una cosa è importante, l’Europa va rafforzata. Chi la vuole far fiorire mi avrà dalla sua partechi vuole indebolirla troverà in me una dura nemica». «L’UE» – aveva aggiunto – «è come un lungo matrimonio, l’amore potrebbe non essere come il primo giorno, ma diventa più profondo. Possiamo discutere, ma non possiamo dimenticare i motivi che ci hanno portato a formare questa alleanza». Non era mancato un omaggio ad un’importante figura femminile della storia dell’Unione: «Quaranta anni dopo Simone Veil con grande fierezza finalmente è una donna a essere candidata alla presidenza della Commissione. E’ grazie a Simone Veil quaranta anni dopo che abbiamo una Europa più unita e più giusta. E’ questa audacia dei pionieri come Simone Veil al cuore della mia visione dell’Europa e sarà questo spirito a guidare la Commissione che intendo presiedere». Parole colme di orgoglio e coraggio, alle quali era seguita la spiegazione del proprio programma politico, molto esteso per rassicurare quante più forze politiche possibili in vista del voto per l’elezione, ma, proprio per questo motivo, giudicato da molti osservatori troppo ambizioso per trovare una sua realizzazione: tra i punti salienti, il salario minimo europeo, un ‘Green deal‘ per l’Europa e unito all’impegno a lungo termine per raggiungere la ‘neutralità climatica’ entro il 2050, la riforma del regolamento di Dublino, il rispetto della parità di genere e dello Stato di diritto.

Visti i numeri della sua maggioranza, Von der Leyen non potrà sottrarsi alla necessità di allargare il proprio consenso a livello parlamentare. Dunque una strada tutta in salita, soprattutto a pochi giorni dall’inizio della partita per la scelta dei vari commissari. L’incisività di Von der Leyen, probabilmente, dipenderà da quali saranno le priorità della nuova Commissione e da quali saranno le modalità scelte per dare veste pratica alle diverse proposte in agenda. Cosa è possibile aspettarsi? Quali prospettive e quali difficoltà si dipanano di fronte alla neo Presidente della Commissione UE? Ne abbiamo parlato con Nicoletta Pirozzi, Responsabile del programma ‘Ue, politica e istituzioni’ dell’Istituto Affari Internazionali (IAI).

 

Ursula Von der Leyen è la nuova Presidente della Commissione europea. Chi può definirsi vincitore di questa partita? 

Sicuramente sia Macron che Merkel, il tandem franco-tedesco che, anche in questo caso, si è confermato il vero traino dell’agenda europea attraverso la definizione delle nomine apicali. Questa non era la prima scelta di Macron e Merkel che, come ricordiamo, avevano concluso un altro tipo di accordo a margine del G20, il cosiddetto ‘accordo di Osaka’ che prevedeva, alla guida della Commissione europea, Frans Timmermans. Tuttavia, nella soluzione che si è trovata adesso e che è comunque frutto della forzatura dell’intesa soprattutto interna alla maggioranza di governo tedesca, è chiaro il disegno sia di Macron sia di Merkel che rispecchia l’idea della ‘nuova Europa’ che avevano in mente. Il Presidente francese è, alla fine, il vero vincitore della partita, visto che si è assicurato la presidenza della BCE con Christine Lagarde, fondamentale per i prossimi anni, e quella del Consiglio UE, affidata ad un belga, Charles Michel, a lui molto vicino. In generale, si è accreditato come il master di tutte le partite europeo. Angela Merkel si è trovata molto più in difficoltà a causa dell’opposizione interna: sia all’interno del suo partito, in quanto la CDU/CSU non era affatto convinta della candidatura di Timmermans alla Presidenza della Commissione; sia all’interno della SPD, in quanto, in questa seconda fase, è stato messo da parte il metodo dello Spitzenkandidaten ed è stato escluso il candidato progressista che era stato proposto in seconda battuta. Guardando, però, tutte le ultime mosse della Cancelliera, direi che anche lei può essere annoverata a pieno titolo tra i vincitori, anche perché abbiamo una Commissione conservatrice, guidata da una donna tedesca vicina alla Merkel. Questo le ha permesso di sistemare alcune ‘pedine’ nella sua scacchiera: ad esempio, con la nomina di AKK (Annegret Kramp-Karrenbauer) alla guida del Ministero della Difesa. 

In questo senso, l’asse franco-tedesco esce rafforzato?

Certamente, non ci sono dubbi. In più, spenderei due parole anche sulla Spagna che, pur non essendo stata ancora protagonista in questa fase, ha cominciato questo percorso di accreditamento ai vertici europei, non solo perché si è seduta al tavolo a negoziare con Francia e Germania, ma anche perché il tassello dell’Alto Rappresentante con Borrel è comunque molto importante nel panorama della prossima legislatura. C’è, ovviamente, poi da considerare tutta la partita, ancora aperta, interna alla Spagna per la formazione del nuovo governo, ma Madrid sta comunque emergendo a livello della politica europea. 

E questo, con tutta probabilità, anche a causa della veduta corta dell’attuale politica europea condotta dall’Italia. A questo riguardo, come giudica il ruolo italiano nell’elezione di Von der Leyen?

L’Italia è stato il Paese che ha legittimato la posizione dei Paesi di Visegrad nello scartare il pacchetto precedente concordato da Francia e Germania. Dopodiché l’Italia, vista la situazione di marginalizzazione in cui si era trovata, ha cercato di accreditarsi in modo diverso e credo che il voto favorevole del Movimento 5 Stelle a Von der Leyen sia stato letto anche in quest’ottica. 

Marginali sono stati anche i Paesi di Visegrad?

Assolutamente sì. Il ruolo dei Paesi di Visegrad è stato marginale o, quantomeno, marginalizzato dall’accordo franco-tedesco tant’è vero che nessuno di questi Paesi è riuscito ad ottenere una carica apicale nella nuova legislatura europea. E’ vero che hanno rivendicato un ruolo di ago della bilancia, ponendo il veto su Weber e, poi, votando a favore della candidata Von der Leyen. Quindi, possiamo dire che avranno dei crediti da spendere nella prossima legislatura, però, per il momento, la loro azione è stata del tutto marginale e lo sarebbe stata ancor di più se non avessero avuto l’Italia al loro fianco. 

Più in generale, l’elezione di Ursula Von der Leyen riafferma la preponderanza del Consiglio sul Parlamento?

Sì e questo è, secondo me, un altro elemento rilevante da tenere in considerazione anche per i prossimi equilibri europei. Il tentativo che si era fatto alle scorse elezioni europee, quelle del 2014, era stato proprio quello di dare un segnale ai cittadini europei, pensando di connettere in maniera più diretta l’espressione del voto popolare con la legislatura europea, in particolare con la Presidenza della Commissione europea, tramite il meccanismo dello Spitzenkandidaten. Ora non che tutti i cittadini europei si fossero accorti di questo meccanismo, ma è chiaro che, finché non avremo delle vere elezioni europee, con candidati europei, esso potrà fare poco. Certamente era un meccanismo istituzionale importante anche perché bilanciava un po’ il potere tra le istituzioni, dando un potere forte al Parlamento europeo. Nell’elezione di Ursula Von der Leyen, invece, conferma un trend a cui si è assistito nell’ultimo decennio, soprattutto dopo lo scoppio della crisi economico-finanzaria in Grecia, e cioè quello del ruolo guida del Consiglio europeo in tutte le principali decisioni: quindi un organo intergovernativo, composto dai capi di Stato e di governo, rispetto alle altre istituzioni più prettamente di carattere transnazionale. In fin dei conti, effettivamente si è sottratta questa decisione, seppur indiretta ed ancora parziale, dalle mani dei cittadini per restituirlo agli esecutivi europei. E’ anche vero, però, che ci siamo trovati in una situazione di grandissima frammentazione all’interno del Parlamento europeo che non ha reso la conferma dello Spitzenkandidaten così scontata come in passato. 

Ursula Von der Leyen è stata eletta alla Presidenza della Commissione con 383 voti favorevoli, solo 9 sopra la maggioranza richiesta. Con uno scarto così risicato, si preannuncia tutta in salita la strada della neo-Presidente?

I numeri parlano sicuramente chiaro: Ursula Von der Leyen è una dei Presidenti della Commissione che ha ottenuto meno consensi all’interno del Parlamento europeo. Precedenti di questo tipo erano stati Santero o la seconda elezione di Barroso. Questo dato inciderà sul suo ruolo e sulla sua capacità di portare avanti l’agenda molto ambiziosa che ha proposto nel suo discorso di apertura. Bisognerà aspettare e vedere. Ovviamente, conterà molto anche l’impegno dei governi dei Paesi che hanno avanzato la sua candidatura e questo sarà un po’ l’ago della bilancia all’interno del Consiglio europeo. All’interno del Parlamento, invece, fino a che punto sarà in grado di ricompattare la maggioranza europeista intorno alle sue proposte e non sarà per niente facile. 

Alcune forze politiche come il Movimento 5 Stelle hanno votato a favore di Von der Leyen. E’ d’accordo con chi sostiene che, con questa elezione, si è iniziata a rompere la dicotomia tra euroscettici ed europeisti?

Secondo me, resta, ma ci sono alcune eccezioni: da un lato, quella più interessante è sicuramente quella del M5S; dall’altro quella dei Verdi che, invece, hanno deciso di tenere la linea dura e di non votare per la candidata. 

Perché, secondo Lei, i Verdi hanno deciso di adottare questa linea nonostante Ursula Von der Leyen, nel suo discorso programmatico, avesse dato forti rassicurazioni su temi a loro cari, dall’ambiente allo Stato di diritto, passando per la questione dei salvataggi in mare? 

Formalmente, anche sulla base delle dichiarazioni di voto, hanno giudicato le proposte della candidata Von der Leyen insufficienti, soprattutto non credibili in seguito ai contatti che c’erano stati prima del voto. Nella logica politica, bisogna considerare che anche i Verdi puntavano ad avere una loro candidata alla Presidenza della Commissione e quindi ad esprimere una delle cariche apicali, in particolare dopo le negoziazioni della nuova maggioranza. Questa ambizione è stata mortificata, per certi versi, dal pacchetto che è stato concordato, rispetto al quale i Verdi erano in opposizione. E’ un peccato che non abbiano votato con la maggioranza perché, in questo modo, si sono tirati fuori dal gioco di influenze sulla nuova Presidente dall’interno e questo sia per la partita delle nomine dei nuovi Commissari che si disputerà nelle prossime settimane, sia, in generale, dall’agenda europea. Quindi il contrario della strategia adottata, invece, tanto dai Socialisti e Democratici quanto dai Liberali. Bisognerà vedere quale strategia politica pagherà di più.

E’ stato un errore della candidata Von der Leyen, come hanno sostenuto Romano Prodi, Enrico Letta e Pierre Moscovici, quello di interrompere quasi subito le trattative con i Verdi? 

Non credo ci fossero le basi per fare di più. La posizione dei Verdi era troppo chiara ed intransigente fin dall’inizio.

E’ possibile, in futuro, un’apertura da parte dei Verdi?

Al momento, mi sembra difficile. Molto dipenderà dalla Presidente della Commissione e dalle politiche che deciderà di mettere in campo: Von der Leyen cercherà nuovamente la sponda dei Verdi anche perché, credo, la cosa peggiore che le possa capitare sia di essere vista come una Presidente che sta in piedi con le forze populiste, l’incubo che aveva prima della votazione. 

Anche i Socialisti, o, quantomeno, una parte di essi, hanno dato del filo da torcere alla neo Presidente della Commissione europea che non ha incassato, per esempio, il voto favorevole da parte dell’SPD. Probabilmente il ragionamento è simile a quello fatto per i Verdi. Tuttavia, è da escludere che, in futuro, la compagine socialista, all’interno del Parlamento UE, possa compattarsi ed entrare tutta all’interno della maggioranza?

Non lo escluderei, soprattutto per due motivi. Uno ha a che fare con l’agenda della nuova Presidente, molto avanzata dal punto di vista dei diritti sociali, dell’Europa sociale, tutti temi che sono molto cari ai ‘Socialisti e Democratici’. Anzi, da questo punto di vista, Von der Leyen ha rotto dei tabù della sua stessa famiglia politica, quella dei Popolari. Queste sono proposte attorno alle quali una maggioranza fatta di conservatori e socialisti può coagularsi e sulle quali Von der Leyen, al contrario, ha molto più lavoro da fare per convincere i Popolari che hanno posizioni abbastanza divergenti rispetto a questi obiettivi. L’altro motivo è che, sebbene ci sia una grande frammentazione nella maggioranza europeista al Parlamento europeo, la maggioranza ‘Popolari-Socialisti’ è già ben rodata e consolidata dopo l’esperienza degli ultimi anni: si è sempre trovato il modo di portare avanti un’agenda comune all’interno del Parlamento. Oggi sarà più difficile perché ci sono altri attori come i Liberali e i Verdi da tenere in considerazione. 

Dallo zoccolo duro della maggioranza, rappresentato, al momento, dai Popolari e dai Liberali, determinanti per la sua elezione, Von der Leyen non deve aspettarsi brutti scherzi?

Io prenderei in considerazione due elementi. Uno riguarda gli equilibri interni tedeschi.

Vede in pericolo la Grosse Koalition in Germania? 

La situazione interna tedesca è molto complessa e quella sarà una delle partite più decisive in quanto la CDU rimane il gruppo più corposo all’interno del PPE quindi sarà ancora un po’ l’ago della bilancia. Nel PPE, tuttavia, ci sono diverse anime e la presenza dei vari Orban potrebbe rappresentare un problema interno per i prossimi cinque anni. Dal punto di vista del sostegno alla Presidente, non credo che quello del Partito Popolare possa essere messo in dubbio. Per i Liberali, per il momento, c’è un sostegno, anche se con riserva. Nelle stesse dichiarazioni di voto, hanno sottolineato come si aspettino un impegno concreto soprattutto per il rispetto dello Stato di diritto e, ovviamente, il riferimento implicito era alla presenza, all’interno della famiglia dei Popolari, di Orban ed altri partiti che hanno, per primi, attentato ad alcuni principi fondatori dell’Europa. Quindi ritengo saranno molto vigilanti per capire dove si sposta l’asse popolare nel corso della legislatura. 

Inizia adesso la partita della formazione della Commissione. Finora, Von der Leyen pare aver messo due paletti per la scelta dei futuri commissari: il rispetto della parità di genere e l’impegno europeista. Come pensa si svolgerà questo processo, decisivo per il governo dell’Unione?

Non sarà un processo facile perché andranno, come sempre, accomodate diverse esigenze che, da una parte, riguardano la rappresentanza degli Stati membri: anche se i Trattati non ne parlano esplicitamente, è ancora implicita nella corrispondenza tra un commissario ed uno Stato membro e quindi anche la volontà dei governi di mantenere una certa libertà nel proporre i candidati che sono di loro gradimento. D’altra parte, i paletti posti dalla Presidente Von der Leyen: l’assoluta parità di genere, cosa non facile e mai riuscita finora, e l’impegno ad attuare un’agenda che è europeista. Secondo la mia opinione, non si potranno escludere quelle forze che definiamo nazionaliste, populiste, ma si potrà assegnare loro dei portafogli magari meno rilevanti per l’agenda europea. In questo senso, secondo me, avremo una Commissione con almeno due esponenti che non potremmo definire proprio europeisti. Poi starà ai singoli Stati nazionali trovare dei profili che possono essere accettati sia dalla Presidente sia dal Parlamento europeo.

Sebbene sia ancora difficile parlare di portafogli, considerato il voto favorevole del M5S a Von der Leyen, è possibile che riceva il via libera il candidato pentastellato a commissario italiano?

Questo dipenderà molto dalle dinamiche interne al governo. Ovviamente è importante la partita a Bruxelles, ma nella proposta del candidato bisognerà innanzitutto risolvere una questione interna. Poi adesso si parla di un tandem di candidati per rispettare la parità di genere e questo rende tutto più complicato. Devono essere candidati credibili, con un’esperienza nel portafoglio al quale si ambisce. 

Una questione dirimente è senz’altro il programma presentato da Von der Leyen. E’ ottimista riguardo la sua realizzabilità? E’ troppo ambizioso oppure, forte del sostegno dell’asse franco-tedesco, pensa sia possibile per la neo Presidente della Commissione attuarlo?

Trovo che il programma sia estremamente ambizioso ed è anche per questo che lo ha inserito in un discorso di investitura in quanto dà, quantomeno, un orizzonte ideale avanzato all’Europa che ne ha bisogno. E’ un discorso che è frutto della realtà politica attuale al Parlamento europeo, estremamente frammentata, e la necessità di rassicurare un po’ tutti: i Socialisti sull’agenda sociale, i Verdi sull’agenda climatica, i Popolari sulle riforme economico-finanziarie, e così via. Quindi quando si troverà di fronte all’esigenza di far passare alcune proposte più specifiche e, soprattutto, di destinare le risorse del bilancio europeo a priorità così eterogenee, secondo me, nasceranno dei problemi: al Parlamento, per avere la maggioranza necessaria a portare avanti questo tipo di proposte; al Consiglio, di cui l’elezione di Von der Layen è un diretto prodotto. Questa è una dinamica che abbiamo sempre visto in funzione a livello europeo: il Parlamento fa salti in avanti e poi il Consiglio, attraverso l’accordo politico, trova il minimo comun denominatore necessario a portare avanti alcune proposte. In una situazione in cui il ruolo del Consiglio europeo è molto rafforzato rispetto a quello del Parlamento che, a sua volta, soffre della mancanza di coesione della maggioranza, secondo me sarà molto complicato portare avanti questa agenda nel corso della legislatura. E questo è un peccato perché ne avevamo bisogno. 

La neo Presidente Von der Leyen, tra le varie proposte, ha parlato di mettere in discussione il meccanismo dell’unanimità in politica estera, una vera e propria rivoluzione qualora accadesse. Esistono i margini per attuare questo cambiamento da molti auspicato?

Secondo me, saranno introdotti dei correttivi alla regola dell’unanimità, un po’ sulla linea di quanto era stato proposto dal precedente Presidente della Commissione, Jean Claude Juncker: iniziare ad introdurre meccanismi di maggioranza qualificata in alcuni settori come i diritti umani. Sul passaggio completo di tutto il pacchetto della politica estera alla maggioranza qualificata resto un po’ scettica. 

Nel programma della nuova Presidente, anche il salario minimo. Una proposta del genere può trovare accoglimento nella frammentata maggioranza?

L’idea sicuramente sì: sarebbe un’idea di bandiera forte anche per riavvicinare le istituzioni ai cittadini. Il problema, però, sta sempre nelle risorse e quindi bisognerà capire dove l’Unione Europea troverà le risorse necessarie ad attuare questa misura e a scapito di quali altri interventi. Avendolo presentato la neo Presidente Von der Leyen ed avendolo inserito nel suo discorso inaugurale anche il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, penso sarà uno dei punti dell’agenda che saranno perseguiti nei prossimi anni. 

In materia finanziaria, fiscale e di unione bancaria, cosa potrà fare la nuova Commissione? 

Quello che posso dire è che passi avanti in questo settore rientravano anche nell’agenda di riforma dell’Europa avanzata da Merkel e Macron qualche mese fa. Quindi, sicuramente qualche passo in avanti sarà fatto, ma non saprei valutare fino a che punto. 

E’ noto l’atlantismo di Von der Leyen che ha sostenuto l’importanza della NATO quale «pietra miliare» per la sicurezza europea. Da ex Ministro della Difesa tedesco, Von der Leyen ha preso parte al tentativo della precedente Commissione di gettare le basi per una difesa europea, la cosiddetta PESCO. Seppur non vi abbia fatto riferimento nel suo discorso, è possibile che dia impulso a questo importante aspetto dell’integrazione europea?

Diciamo che questa era una delle aspettative più immediate rispetto alla Von der Leyen, proprio per la sua esperienza come Ministro della Difesa e per i passi avanti significativi degli ultimi anni in questo settore. Tuttavia, sono rimasta sorpresa proprio dal suo discorso inaugurale perché ha ribadito il carattere transatlantico dell’Europa, ma, appunto, non ha presentato alcuna proposta concreta sulla difesa. Ha fatto riferimento all’Unione Europea della difesa come ad uno dei più importanti passi in avanti degli ultimi anni, però, non c’era nel suo discorso un’agenda forte da questo punto di vista: non ha parlato di autonomia strategica né di rafforzamento del mercato europeo della difesa. Quindi, sinceramente, si può essere un po’ scettici rispetto ai suoi obiettivi anche se è chiaro che è in atto un rafforzamento della Commissione europea nel settore della difesa: in ballo, ci sarebbe la creazione di una nuova direzione generale per la difesa all’interno della Commissione e, forse, un Commissario per la difesa. Però di tutto questo lei non ha parlato quindi non si sa come e se verrà attuato tutto questo. 

Come cambieranno, se cambieranno, i rapporti tra Unione Europea, da una parte, e Stati Uniti, Russia e Cina, dall’altra? 

Anche questo è un po’ prematuro dirlo. Von der Leyen ha una fede atlantista abbastanza forte e certamente lavorerà per un rafforzamento dell’Alleanza Atlantica che rimarrà, quindi, una pietra miliare della politica estera e di sicurezza europea. Lei ha assunto anche delle posizioni molto forti nei confronti della Russia e questo rende il suo orientamento abbastanza chiaro. Bisognerà vedere come sarà composta la Commissione e, poi, come si orienteranno il Consiglio e l’Alto Rappresentante.

Sulla Brexit, come si comporterà Von der Leyen che ha affermato di esser pronta a concedere altro tempo qualora fosse necessario, per «motivi validi»?

Secondo me, quello è stato un grave errore strategico, forse il punto più debole del suo discorso in quanto indebolisce la credibilità dell’Unione Europea. Uscire così allo scoperto, già nel discorso di investitura, con una disponibilità ad un allungamento dei tempi senza porre delle condizioni, al di là del richiamo ai diritti dei cittadini e alla risoluzione della situazione in Irlanda, è stato un grave errore.

Per quanto riguarda la questione ambientale, Von der Leyen riuscirà a dare attuazione a quanto proposto nel suo programma? 

Sicuramente, guardando alle proposte ideali, è stato un passo in avanti. Però occorrerà vedere come gli verrà data attuazione anche perché non si è parlato, ad esempio, di riforma della finanza che accompagni tale rivoluzione verde. 

«In mare è un dovere salvare vite. Nei nostri trattati e nelle nostre convenzioni c’è il dovere morale e giuridico di rispettare la dignità di ogni essere umano» ha detto nel suo discorso programmatico Von der Leyen. Il tema dell’immigrazione è diventato un dossier cruciale per il futuro dell’UE, ma anche spinoso, dove gli interessi dei diversi Stati e delle singole forze politiche si intrecciano. In che modo la nuova Commissione tenterà di trovare una quadra, anche riformando finalmente il Trattato di Dublino?

Abbiamo due esponenti della leadership europea, Von der Leyen e Sassoli, che già hanno parlato di riforma del Trattato di Dublino. Un tentativo sarà fatto e questo è sicuramente un passo in avanti visto che negli ultimi mesi non si è mosso più nulla sul fronte migrazione. Si è messa una pietra tombale sulla missione ‘Sophia’ nel Mediterraneo, non ci sono stati passi in avanti sui principi di solidarietà. Con la posizione del governo italiano, la situazione in Europa è diventata ancora più drammatica. Da questo punto di vista, è importante che ci sia stata una presa di posizione. Dopodiché, sulle possibilità di riuscita, mi permetto di essere ancora scettica. Quantomeno, però, ci sarà una spinta forte che proviene sia dalla Commissione sia dal Parlamento e questo è un cambiamento importante rispetto al passato. 

In quest’ottica, nei vari tavoli dove si prendono le decisioni più importanti anche per apportare i necessari cambiamenti, l’Italia, con una forza di governo in maggioranza e una all’opposizione, perderà credibilità e conterà sempre meno?

Certo, ma questo è stato sempre il problema dell’attuale governo: molte volte Lega e Movimento 5 Stelle si sono trovate su posizioni diverse in Europa. La mancanza di coerenza e di unitarietà non fa certo il gioco dell’Italia. 

Stando così le cose, la Lega, che oggi attacca gli alleati del M5S di ‘asse con il PD’ e che in campagna elettorale aveva promesso più volte di poter cambiare l’Europa, si sta mostrando del tutto irrilevante?

Sì sconfessa il suo cavallo di battaglia che era fallimentare fin dall’inizio. Tutti sanno che in Europa non si va a battere i pugni sul tavolo, ma, anzi, quando ci si prova, si viene automaticamente marginalizzati. Si prova, invece, a costruire delle alleanze, in linea con gli obiettivi del Paese. 

Cambierà qualcosa nel dialogo tra Roma e Bruxelles in merito alla stesura della manovra finanziaria?

La Commissione ha già fatto grandi aperture all’Italia decidendo, ad esempio, di non aprire nessuna procedura di infrazione. Sono già stati fatti passi avanti significativi, ma non penso di possa andare. Ora sta all’Italia fare i ‘compiti a casa’.

Ricapitolando, Von der Leyen è consapevole di dover allargare il proprio consenso. Per far questo, l’idea che sembra emergere è il non voler fare scatti in avanti bensì prendere di petto alcune sfide decisive per poi proseguire nella strada dell’integrazione comunitaria. E’ questa un po’ la linea pragmatica della nuova Presidente della Commissione?

Sì, una linea pragmatica, con alcune iniziative bandiera che possano aiutarla a conquistare una posizione solida all’interno dell’Unione Europea. 

Essendo la sua elezione frutto di un accordo all’interno del Consiglio, Von der Leyen privilegerà il dialogo con i governi piuttosto che con il Parlamento?

Questo sarà inevitabile anche se ha fatto, nel suo discorso, delle proposte molto avanzate in termini di parlamentarizzazione, proponendo di dare potere di iniziativa al Parlamento europeo. Il suo tentativo era, appunto, quello di essere percepita non tanto come il prodotto di una decisione degli esecutivi, ma come una vera e propria Presidente della Commissione.

Quale segnale ha voluto lanciare con la richiesta di dimissioni di Martin Seylmar da Segretario generale della Commissione?

Di appeasement. Credo fosse più che altro una delle pedine per ottenere la maggioranza in Parlamento. 

Fa ben sperare questa Commissione a guida rosa?

E’ sicuramente un bel segnale.  

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