domenica, Maggio 26

Commercio: proseguono i negoziati tra Usa e Cina La trattativa sembra arrivata a buon punto

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I negoziati tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese sul commercio vanno a gonfie vele. È quello che si evince dalle dichiarazioni rese negli scorsi giorni dai rappresentanti Usa, tra cui Donald Trump, il funzionario del Dipartimento dell’Energia Steven Winberg e il segretario al Commercio Wilbur Ross. Tutti concordi nel ritenere che vi siano buone probabilità di raggiungere un’intesa generale che dissipi le nubi minacciose addensatesi nel corso dei mesi sul rapporto bilaterale tra Washington e Pechino soddisfacendo entrambe le parti in causa. Molto più cauti e abbottonati sono apparsi i negoziatori cinesi, i quali si sono riservati di fornire un resoconto dettagliato soltanto una volta terminati i colloqui.

Di certo, la stessa presenza al tavolo negoziale di Liu He, vice-premier molto ascoltato da Xi Jinping, testimonia l’importanza che le autorità cinesi attribuiscono alla definizione di un accordo con gli Usa entro il 2 marzo prossimo, limite massimo per trovare una soluzione definitiva alle controversie commerciali tra Usa e Cina, di un mese più breve rispetto a quanto stabilito lo scorso dicembre in occasione del G-20 in Argentina. Nello specifico, la delegazione statunitense accettò allora di far scattare con tre mesi di ritardo – dal 1° gennaio al 1° aprile – il rialzo dei dazi dal 10 al 25% su una serie di prodotti cinesi che sul mercato nazionale ‘pesano’ per circa 200 miliardi di dollari. Come contropartita, la Cina si impegnò ad incrementare considerevolmente gli acquisti di prodotti energetici (gas di scisto soprattutto), agricoli (soia in primis) e industriali così da ridurre lo squilibrio commerciale tra i due Paesi. Qualora una volta ultimato il decorso dei 90 giorni i due governi non fossero riusciti a siglare un patto che risolva gran parte dei problemi evidenziati da Washington, l’inasprimento delle misure tariffarie statunitensi sarebbe entrato regolarmente in vigore.

Il tempo, dunque, stringe, anche se i colloqui proseguiranno fino al termine di gennaio. Alla fine del mese, infatti, si terrà il World Economic Forum di Davos, in Svizzera, a margine del quale le delegazioni statunitense (di cui farà parte anche lo stesso Trump) e cinese (di cui farà parte anche il vice-presidente Wang Qishan) si rivedranno per riprendere il dialogo. I punti di accordo tra le parti, beninteso, sembrano non mancare. I cinesi, dal canto loro, si sono mostrati inclini a prolungare il regime tariffario morbidoverso le merci Usa (automobili in particolare, sulle quali i dazi sono passati dal 40 al 15%) stabilito in Argentina e ad incrementare gli acquisti di riso, soia e gas naturale liquefatto statunitensi, oltre che ad avviare l’import di semi Ogm made in Usa. Stando alle indiscrezioni, i rappresentanti di Pechino avrebbero addirittura stilato una bozza di regolamento per la tutela delle proprietà intellettuali, mentre le controparti statunitensi chiedono garanzie per quanto concerne l’applicazione delle norme e un maggior accesso al mercato cinese per le imprese Usa.

Coniugandosi con le dichiarazioni moderate rilasciate dal presidente della Federal Reserve Jerome Powell, l’ottimismo manifestato dai negoziatori statunitensi ha provocato un sensibile rialzo dei listini azionari di Wall Street, sebbene le aperture cinesi rischino seriamente di approfondire la spaccatura tra le varie anime dell’amministrazione Trump. La disponibilità mostrata dalla delegazione dell’ex Celeste Impero potrebbe infatti soddisfare le aspettative del fronte moderato, di cui fanno parte il segretario al Tesoro Steve Mnuchin e il consigliere economico Larry Kudlow, ma rimanere fortemente indigesta allo schieramento oltranzista facente capo al direttore del White House National Trade Council Peter Navarro e al consigliere Robert Lighthizer. Il che rende ancor più complesso il lavoro dei negoziatori, chiamati al difficilissimo compito di escogitare una soluzione di compromesso in grado di risolvere le tante questioni aperte, che vanno dalla tutela delle proprietà intellettuali alla definizione delle barriere non tariffarie, dalla cyber-guerra al trasferimento di tecnologie sensibili dagli Usa alla Cina.

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