mercoledì, Novembre 25

Come salvare Porto Rico? Le devastazioni degli uragani si sommano alla crisi economica asfissiante. Lo stato annuncia il default e chiede l'annessione agli USA

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La denominazione ufficiale è ̔Estado Libre Asociado de Puerto Rico̓.  Libre e Asociado. Due definizioni che se interpretate secondo le categorie mentali occidentali tendono a cozzare fra loro, o quanto meno a generare confusione. E’ dall’inizio dello scorso secolo che i portoricani portano sulle spalle questa incertezza. La natura ambigua del rapporto tra la più piccola isola delle Antille e gli Stati Uniti è un quadro che effettivamente è di difficile interpretazione e che, probabilmente, ha rivestito un ruolo importante nello sviluppo altalenante dell’economia portoricana.

La piccola isola dell’Atlantico, dal 1500 sotto dominazione spagnola, viene assediata e conquistata dagli Stati Uniti nel 1899, nel corso dell’ultima guerra ispanico-america. Da quel momento in poi si avvia un lungo processo che vede Porto Rico affrancarsi dalla condizione coloniale e conquistare lo status di ̒Territorio non incorporato̓ degli Stati Uniti.

Nel 1917, complice anche la Grande Guerra, ai cittadini portoricani viene concessa la cittadinanza americana, restando tuttavia  assoggettati alle decisioni del Congresso USA. Serviranno altri quarant’anni per vedere la prima elezione democratica di un governatore portoricano. Ben cinque referendum hanno tentato di definire chiaramente il tipo di rapporto tra l’isola e la madre patria americana. In tre di questi (’67, ’93, ’98) gli stessi portoricani scelsero di restare nel Commonwealth americano. Con gli ultimi due invece (2012, 2017), complice la forte crisi economica ed il default annunciato nel maggio 2017,  il Porto Rico ha chiesto di essere riconosciuto a tutti gli effetti come cinquantunesimo Stato degli United States.

Ad oggi i cittadini portoricani non hanno diritto di voto negli States. Non possono quindi votare per eleggere il presidente USA, né per il congresso, né tanto meno possono eleggere dei propri rappresentanti in Senato. Dalla Grande Guerra in poi Porto Rico ha versato miliardi di tasse nelle casse americane, ricevendo tuttavia molto meno di un qualunque Stato federato e rimanendo comunque alle dipendenze politiche americane. Sarebbero queste dunque le rivendicazioni alla base della richiesta di annessione. Richiesta, che nelle intenzioni del neo governatore progressista Ricardo Rossellò, potrebbe servire anche a mettere una toppa alla profonda situazione di crisi economica che paralizza il paese da anni.

Con un debito pubblico che supera i 70 miliardi e che ha portato, a maggio di quest’anno, il governo del Paese a dichiarare la bancarotta, il Porto Rico rischia di diventare la regione più povera di tutto il centro America. Le cause, ovviamente, non possono essere riconducibili esclusivamente al rapporto di sudditanza verso gli USA. Corruzione, criminalità, incapacità politica, ma soprattutto la delocalizzazione degli impianti industriali subita negli ultimi anni, la stagnazione del mercato del turismo, la mancanza di materie prime, la ridotta autonomia economica e la revoca dei privilegi fiscali alle industrie da parte del governo USA, sono cause strutturali e fondanti dell’attuale crisi economica.

Come se non bastasse, nelle ultime settimane, l’isola dell’Atlantico è stata colpita da due uragani, Irma e Maria, che l’hanno di fatto messa in ginocchio. 17 morti, pesanti danni alle infrastrutture, più del 90% della rete elettrica fuori uso, ospedali inagibili, distributori di benzina svuotati, traffico aereo interdetto per giorni. Una vera e propria catastrofe. Una tegola ancora più pesante da gestire per una popolazione che per il 40% vive al di sotto della soglia di povertà.

Eppure pochi kilometri più in là, nel centro America continentale, se la passano decisamente meglio. Paesi come Panama, Costa Rica, Honduras, Nicaragua e persino la vicina Giamaica vivono da anni una straordinaria fase di crescita. La crescita del PIL di questi Paesi dal 2013 fino ad oggi, non è mai scesa al di sotto del 3%, arrivando addirittura a toccare punte del 6,2%, come nel caso di Panama nel 2016. Paesi dunque, che al contrario dello sfortunato Porto Rico, si avviano a passi decisi verso la modernizzazione. La svolta è arrivata dalla decisione di investire pesantemente, grazie anche all’aiuto di capitali stranieri, sulle grandi infrastrutture. Non è un caso ad esempio l’allargamento del Canale di Panama del 2016 e la progettazione del Canal Interoceanico in Nicaragua e in Honduras. Per rendere efficaci gli investimenti però, i Paesi hanno dovuto anche fare i conti con un necessario ammodernamento della macchina statale. Meno burocrazia ma più controlli e più trasparenza. Oltre, ovviamente, all’inasprimento della lotta alla criminalità organizzata.

Potrebbe essere questa la ricetta utile a guarire il Porto Rico? Certo è che un’inversione di tendenza è necessaria, e proprio sulle infrastrutture potrebbe giocarsi il futuro economico dell’Isola. Una proposta interessante in questo senso arriva dal ̔Peterson Institute for International Economics̕.
In un articolo che analizza la situazione del Porto Rico post-uragano sottolinea la massiccia presenza, ma lo stato arretrato, delle infrastrutture portoricana. La scommessa dell’Istituto guarda ad un futuro green. «Ironicamente», si legge nell’articolo «I prezzi dell’elettricità sull’isola sono più alti di qualsiasi altra parte degli Stati Uniti (ad eccezione delle Hawaii) e il servizio non è affidabile. Di conseguenza, un numero sempre crescente di portoricani fa affidamento esclusivamente sui propri generatori a benzina.» Tuttavia, «la costruzione di rete intelligente per l’accumulazione di energie rinnovabili che si basi sulla distribuzione dello stoccaggio dell’energia  potrebbe attenuare l’impatto dei futuri disastri naturali o attacchi umani». In questo modo «Almeno il 50 per cento di tutta l’energia potrebbe provenire da fonti rinnovabili». «Una tale rete stabilizzerebbe i costi per le imprese esistenti. E creerebbe condizioni per scenari futuri veramente innovativi. Porto Rico potrebbe diventare la Capitale mondiale dei veicoli elettrici, con stazioni di ricarica ben distribuite, emissioni quasi zero e condivisione di auto per il settore turistico. E potrebbe anche diventare un esportatore di energia, fornendo la produzione eccessiva ai vicini Stati Uniti e alle Isole Vergini Britanniche».

Una scommessa rischiosa ma tutto sommato abbordabile «Quasi tutto questo è realizzabile con le tecnologie esistenti. La questione ora è strategica, organizzativa e regolamentare. Con il sostegno del governo, questa visione potrebbe diventare realtà entro il prossimo decennio», sottolinea il centro studi.

Fondamentale in questa direzione è il ruolo degli Stati Uniti, che dovrebbero decidere di investire fortemente nel progetto e rilanciare in questo modo l’economia portoricana.

Prima di tutto, però, occorre fare chiarezza sul rapporto tra gli States e l’Isola. La discussione è ancora bloccata al Congresso e Trump, di certo non ha interesse a forzarne l’approvazione. Intanto il Presidente, in visita post emergenza in Porto Rico, ha promesso la cancellazione del debito pubblico. Sarebbe un passo avanti importante. Ma senza investimenti seri potrebbe portare, nel giro di pochi anni, alla stessa situazione.

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