lunedì, Gennaio 27

Come affrontare il terrorismo dopo l’11 settembre 2001

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di Jasim Muhammad* – Il mondo è diventato meno sicuro, 15 anni dopo i fatti dell’11 settembre 2001, la tristemente nota serie di attentati terroristici che ha colpito gli Stati Uniti quando quattro aerei da trasporto civile sono stati dirottati su obiettivi specifici, rappresentati dalle due torri del World Trade Centre di Manhattan e dalla sede del Pentagono (il ministero della difesa americano), causando 2973 vittime.

La ‘lotta al terrorismo’ guidata dagli Stati Uniti ha concesso loro numerose giustificazioni per spingere i Paesi europei e della zona loro alleati a implementare la loro politica sotto lo slogan della guerra al terrorismo, una guerra che non ha limiti nello spazio e nel tempo. Dallo studio della mappa della diffusione dei movimenti terroristici tafkiristi nel mondo, da quelli locali al salafismo jihadista globalizzato, emerge che i movimenti tafkiristi sono distribuiti su una superficie enormemente ampia, che si estende dall’Afghanistan ad alcune regioni del Pakistan passando per il Mashreq arabo, specialmente Yemen, Siria e Iraq, per arrivare nel continente nero: Mali, Nigeria e nord Africa.

Sebbene le circostanze di formazione di questi movimenti, la loro protezione e i loro obiettivi siano diversi, è certo che essi attingono agli stessi riferimenti intellettuali, che possono essere raggruppati tutti sotto la bandiera del cosiddetto ‘pensiero salafita jihadista’. Alcuni di questi gruppi sono nati nel contesto locale per obiettivi locali o territoriali, come nel caso dei Talebani, che sono comparsi nel contesto della lotta all’invasione sovietica. Altri sono comparsi dall’inizio con l’intento di espandersi e fondare ‘un proprio califfato’, come l’ISIS, che pone l’eliminazione degli eserciti regolari della regione nella scala delle sue priorità e ha contribuito più che altro alla cristallizzazione di una nuova mappa di divisione della zona su basi settarie ed etniche, con la proclamazione della nascita del ‘califfato islamico’ da parte di Abu Muhammad al-Adnani e l’investitura di Abu Bakr al-Baghdadi come califfo dei musulmani a giugno del 2014.

A questo proposito, il dottor Hasan Abu Haniya afferma che il ramo iracheno ribelle all’organizzazione al-Qaeda centrale non è estraneo all’esercizio di giochi strategici ben elaborati e ha prodotto sorprese e traumi; quando Abu Bakr al-Baghdadi, il 9 aprile 2013, ha annunciato la fondazione dello ‘Stati Islamico dell’Iraq e della Siria’, in molti hanno ritenuto che la proclamazione della nascita dello stato fosse una questione propagandistica e ipotetica, e non oltrepassasse i confini del mondo virtuale; tuttavia, questa visione è cambiata, dopo che il mondo si è svegliato, all’alba del 10 giugno 2014, con la notizia della caduta della città di Mosul nel governatorato di Ninawa per mano dell’organizzazione, e improvvisamente si è iniziato a parlare di uno stato reale nei confini del mondo reale. Tra le implicazioni della proclamazione del “califfato” rientrano sollevare il morale dei combattenti, guadagnarne e polarizzarne di nuovi e ottenere dichiarazioni di fedeltà da parte di altre fazioni islamiste.

 

L’espansione delle associazioni jihadiste in Europa

Il movimento dei combattenti esteri in Europa ha preso a rappresentare un mal di testa cronico, e tale preoccupazione ha trovato riflesso negli incontri di Bruxelles. In questo contesto, l’Unione Europea ha rivolto numerose richieste alla Turchia perché sorvegliasse i confini con la Siria e controllasse i gruppi che si dirigono in Siria dalla Turchia. Il passo più considerevole in questo senso è stato rappresentato dalla creazione di un unico ingresso operativo che funge da punto di contatto per seguire attentamente la questione dei combattenti stranieri.

Altra questione in sospeso con la Turchia è la richiesta degli europei di concludere un accordo operativo tra gli apparati di polizia europei creati a marzo del 2013 come strumento di analisi dell’intera Europa e degli stati terzi, a condizione che l’unità lavori sull’analisi e sullo scambio di informazioni sulla questione del reclutamento e delle agevolazioni di viaggio per i sospetti e del sostegno degli stati per scoprire, controllare e individuare coloro che attraversano le frontiere internazionali e l’aggregazione alle organizzazioni terroristiche.

Gli stati europei tentano ora di intensificare la loro collaborazione di intelligence, più che altro, il che significa che l’Europa sta assistendo al ritorno di politiche di sicurezza di intelligence nella lotta al terrorismo, specialmente nei confronti dei combattenti stranieri che tornano dalla Siria, dall’Iraq e da altri protettorati ‘jihadisti’.

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