domenica, Giugno 7

Colombo, Flick, Violante: superare il carcere Chi ha paura di Raffaele Cutolo? Lo strano caso di Carlo Carpi

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Diciamocelo con franchezza: stupisce che, dopo una vita trascorsa nelle aule di giustizia, due ex pubblici ministeri, magistrati cioè che accusano e cercano le prove che ‘incastrino’ un imputato, e lo condannino, dicano che il carcere così com’è, va superato, va abolito; e che lo dica anche un giudice emerito della Corte Costituzionale: comincia la carriera convinto della necessità dell’ergastolo, poi si convince che va abolito; e che anche il carcere bisogna lasciarlo alle nostre spalle…I due magistrati sono Gherardo Colombo, il magistrato che indaga sulla P2 e i fondi neri dell’IRI, sul delitto Ambrosoli, su ‘Mani Pulite’ milanese; e Luciano Violante, che indaga a Torino contro le Brigate Rosse, poi parlamentare del Partito Comunista, e responsabile per gli affari della Giustizia; il terzo, è Giovanni Maria Flick, tra i suoi mille incarichi, anche ministro della Giustizia nel governo di Romano Prodi.

Dice Colombo: “L’idea di mandare in galera una persona mi tormentava, mettendomi davanti a interrogativi insolubili e angosciosi. Ho cominciato a pensare che il carcere non fosse più compatibile con il mio senso della giustizia, la mia concezione della dignità umana, la mia interpretazione della Costituzione. Più che pensare, in realtà sentivo: sentivo tutta l’ingiustizia della prigione. Era ormai intollerabile. Perciò, dopo anni passati a pensarci, ne ho tratto tutte le conseguenze”.

Colombo racconta di aver chiesto l’ergastolo una sola volta nella mia vita: “Quando ho saputo che il giudice l’aveva rifiutato, ho tirato un sospiro di sollievo. Ero felice che non mi avesse ascoltato”. Ora dice: “Sono convinto che il carcere, così com’è, è in contrasto con la Costituzione. L’articolo 27 dice che ’le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità’. Basta mettere piede in qualsiasi carcere, salvo rare e parziali eccezioni, per rendersi conto che le condizioni in cui vivono i detenuti lo contraddicono scandalosamente”.

In estrema sintesi, Colombo ha maturato l’idea del recupero della relazione con chi commette il reato. Senza la disponibilità a ri/accogliere nella collettività chi ha sbagliato, il tessuto sociale strappato dalla trasgressione della norma non si ricucirà mai. Questo significa il perdono: recuperare il rapporto. Non cancellare il male che è stato fatto. Riconoscendo il dolore della vittima e, per quanto possibile, riparandolo. Fermo restando, lo ripeto, che è necessario mettere chi può fare del male agli altri nelle condizioni di non farlo.

Luciano Violante, ora: “Non credo che oggi ci si possa emancipare dal carcere in maniera assoluta. Però sono convinto che possiamo e dobbiamo liberarci dal carcere in maniera relativa, rompendo il monopolio della pena carceraria. Limitando la galera al massimo, e solo ai casi in cui non è possibile fare altrimenti. Già oggi ci sono 53 mila persone che scontano la pena in prigione e 61 mila che la scontano fuori. Bisogna andare ancora più avanti, ancora più a fondo. Riformando l’intera concezione della pena, che è rimasta ferma al Settecento, quando nacquero le istituzioni totali”.

Violante osserva che si è ancora fermi a un’idea antica, secondo la quale chi rompe la fiducia della comunità merita di essere estromesso dalla società, spinto in un luogo ai margini, com’è il carcere.Occorre al contrario virare su una “concezione moderna: la pena dovrebbe servire a ricostruire la relazione. Già nell’Antico testamento c’è un concetto che è stato sepolto sotto millenni di pratica dell’emarginazione del colpevole. La parola tsedakah viene tradotta con il termine giustizia, ma in realtà significa ‘ristabilire il rapporto’. Riconciliare chi ha infranto le regole della comunità con la comunità stessa

Carcere come extrema ratio, e non come metodo ‘normale’ per risolvere quello che è percepito come un problema. Così dice Giovanni Maria Flick. Un modello da superare, perché, in molti casi, non rispetta la dignità del detenuto. Non garantisce quei principi che pure sono scritti, nero su bianco,nell’articolo 27 della Costituzione”.

Flick sostiene che il primo impegno è assicurare quelle che definisce “condizioni culturali: la società deve essere in grado di assumersi un rischio. Di accettare che potrebbe accadere che qualche detenuto che sconta la pena in casa torni a commettere reati. Ma si può fare in modo che ciò, tendenzialmente, non accada. O che si verifichi il meno possibile. Innanzitutto non abbandonando il condannato a se stesso. Poi, perché un modello del genere possa essere messo in pratica, è necessario che la politica la smetta di utilizzare le carceri e il sistema penale come strumento di persuasione e di paura. C’era un tempo in cui la saggezza del nostro sistema consentiva di distinguere l’uomo dal fatto che ha commesso.

Queste riflessioni conducono a un paio di casi concreti. Il primo riguarda Raffaele Cutolo: indubitabilmente uno spietato e sanguinario delinquente. Sulla coscienza decine, forse centinaia di delitti: commessi o fatti commettere. Boss di quella Nuova Camorra Organizzata, organizzazione criminale caratterizzata da una struttura piramidale e paramilitare, basata sul culto di una sola personalità, Cutolo appunto. Lui e la Nuova Camorra Organizzata lungo tutti gli anni Ottanta sono stati protagonisti di una faida senza esclusione di colpi con la Nuova Famiglia e altri clan di camorra. Il sangue scorreva a fiumi, in quegli anni, a Napoli e in Campania.

Cutolo è nato il 10 dicembre del 1941, a Ottaviano, vicino Napoli. Oltre due terzi della sua vita li ha trascorsi in carcere. Deve scontare quattro ergastoli, e dal 1995 è sottoposto al regime del 41-bis. La sua organizzazione da tempo non esiste più. Molti dei suoi luogotenenti sono morti ammazzati; la sorella Rosetta che è sempre stata al suo fianco, ha 83 anni. Lui quasi 80. E’ malato, nel febbraio scorso è stato ricoverato in ospedale a Parma per crisi respiratorie. L’hanno poi dimesso ed è tornato in cella.  L’avvocato che lo assiste ha chiesto gli arresti domiciliari, motivando la richiesta con il rischio che possa infettarsi di Coronavirus. Istanza respinta, perché secondo il giudice di sorveglianza può essere curato in cella, le sue patologie non sono ritenute esposte a ‘rischio aggiuntivo’, il 41 bis gli permette di “fruire di stanza singola, dotata dei necessari presidi sanitari”. Cutolo più volte ha chiesto un’attenuazione del regime carcerario 41 bis senza mai ottenere alcuno sconto sulla pena inflittagli.  

Lo si ritiene depositario di una quantità di verità indicibili, di segreti, relativi a una quantità di misteri degli ultimi quarant’anni. Comunque non sufficienti per evitargli la dura carcerazione a cui è sottoposto da decenni. Evidentemente sono segreti che non fanno più – se mai l’hanno fatta – tanta paura. Forse perché nel frattempo sono morti.

Come s’è detto, Cutolo è sicuramente un delinquente colpevole di una quantità di orribili delitti. Ma il 41 bis si giustifica con la pericolosità del soggetto che a tale regime viene sottoposto. Come si fa a sostenere che Cutolo, ottantenne, malato, la sua organizzazione distrutta e dispersa, possa ancora costituire un pericolo? Si obietta che attenuare il regime detentivo può costituire un segnale per gli altri boss di Cosa Nostra, ndrangheta o altro: lo Stato cede. Il realtà dimostrerebbe di essere forte, autorevole. “Garantire la salute del detenuto, di qualunque detenuto, dall’ex boss al 41 bis al detenuto ignoto, è fondamentale, è un atto che ha una efficacia antimafia immediatamente misurabile, perché un carcere che non è democratico, diventa immediatamente un carcere dove comandano le mafie…”. Questo scrive Roberto Saviano, in un commento pubblicato su ‘Repubblica’.

Riflessione opportuna, più che fondata. Perché poi si apprende di una storia che non fa ‘notizia’. E’ la storia di un imprenditore che si chiama Carlo Carpi. E’ in carcere a Genova, condannato per calunnia, diffamazione e stalking nei confronti di un magistrato sempre di Genova. Non si entra nel merito, si dà per buona la condanna a un anno e dieci mesi di reclusione. Carpi è in carcere dal 1 luglio 2019. Ha dunque scontato quasi undici mesi, metà della pena. La madre di Carpi lancia un appello dettato dai rischi dell’emergenza sanitaria che “si manifesta in modo evidente all’interno delle carceri, dove non è possibile mantenere la distanza di un metro tra detenuti, prescritta dalla legge”. Il procuratore generale della Corte di Cassazione ha invitato tutti i colleghi delle Corti d’Appello a chiedere la scarcerazione per i detenuti che devono scontare meno di tre anni. A Carpi restano undici mesi e si chiede che li possa scontare agli arresti domiciliari. Il tribunale di sorveglianza ha rigettato la richiesta, perché ritiene che Carpi possa reiterare niente meno il reato di diffamazione. Reiterare il reato di diffamazione: come motivazione è piuttosto curiosa. Anche all’interno della cella, e non solo nel chiuso di casa sua, potrebbe diffamare nuovamente il magistrato.

Cutolo vecchio, malato,  che non è più in grado di far paura a nessuno, resta al 41 bis; un detenuto che deve scontare ancora undici mesi per calunnia e diffamazione, non va ai domiciliari e resta in cella perché può riprendere a diffamare all’interno delle mura casalinghe…

Questa la situazione, questi i fatti.  

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