mercoledì, Settembre 30

Colombia: la fragile tregua tra FARC e Governo Il disarmo è avvenuto ma c’è forse un progetto per deviare il processo di pace?

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Il gruppo rivoluzionario armato più antico del continente americano, le FARC (Revolutionary Armed Forces of Colombia), ha deposto definitivamente le armi lo scorso 1 Settembre ed è diventato un partito politico. La sigla rimane la stessa nonostante dei contrasti interni al gruppo stesso; c’è chi avrebbe preferito cambiare il nome per via della percezione negativa ad esso legata e favorire così i voti e chi, invece, ha insistito per conservare il vecchio acronimo per una questione di identità. Thomas Mortensen, responsabile nazionale per la ONG ‘Christian Aid, in una sua analisi in proposito ha affermato che «in veste di partito politico, la FARC ora sta combattendo per le sue idee, non con le armi, ma attraverso un procedimento democratico». «Sono lieto di poter dire che, nonostante ci siano ancora tante sfide da affrontare, siamo sulla giusta via per l’instaurazione della pace in Colombia».

Ma la deposizione della armi non riguarda solo le FARC; il 1 Ottobre, secondo quanto ha dichiarato il Governo poco prima della visita di Papa Francesco, dovrebbe cessare il fuoco anche tra il National Liberation Army (ELN), organizzazione di guerriglia insurrezionale rivoluzionaria, e l’esercito nazionale. L’accordo vedrà una prima fase di tre mesi, ma l’intenzione è quella di estendere i colloqui di pace per rendere il processo di pace duraturo. Lo ha confermato Rodrigo Rivera, l’Alto Commissario per la pace, secondo cui la tregua tra il Governo e l’Esercito di Liberazione Nazionale dovrebbe durare fino al 9 Gennaio del 2018.

L’accordo di pace è quanto mai atteso visto che dal momento in cui il gruppo FARC ha deposto le armi e ha sospeso le sue ‘attività’ nelle proprie aree di controllo, i guerriglieri del National Liberation Army ne hanno fiutato un guadagno e hanno iniziato, così, ad occupare quegli stessi territori provocando contrasti, morti, feriti e costringendo decine e decine di civili a fuggire da quei luoghi. Secondo Mortensen, «la lotta armata non è più politicamente accettabile in America Latina». Le FARC ed ora ELN lo avrebbero compreso dal momento in cui è iniziata l’opposizione della vasta maggioranza della popolazione. Inoltre, secondo lo stesso, l’ELN sa che sta rischiando una sconfitta militare e questo è un altro elemento che gioca a favore di una risoluzione pacifica.

Certo è che uno dei problemi principali, rimane quello dei gruppi paramilitari. Uno di questi è il ‘Clan del Golfo’ conosciuto anche come ‘Autodefensas Gaitanistas de Colombia or Clan Usuga’. Secondo Mortensen questi «dovrebbero sentire la stessa pressione militare e politica». Recentemente, il vice comandante il cui soprannome è Gavilan, è stato assassinato e poco dopo il leader Otoniel ha trasmesso un video su Youtube in cui dichiara di volersi arrendere.

«Questo è positivo non solo perché sembra l’inizio della via per lo smantellamento di un altro gruppo armato, ma anche perché aiuta a svelare la verità circa i suoi finanziatori e i collegamenti con le forze di sicurezza». Si è scoperto, infatti, che alcune persone stanno beneficiando delle attività di lotta dei paramilitari e non hanno, quindi, alcun interesse a veder interrotti questi contrasti. Sotto, interessi monetari ed un grande potere economico e politico che preoccupa un po’ il raggiungimento effettivo della pace, indebolito da questo meccanismo.

Certo, però, che un’alea di ottimismo c’è. Insomma, sarà forse un primo passo anche per la fine dell’attività paramilitare in Colombia? Probabilmente è presto per dirlo ma credere che questi primi segnali positivi abbiano spianato il percorso e reso il processo facile, vuol dire fraintendere, in realtà, la situazione. Una pace duratura in Colombia è un qualcosa che richiederà degli sforzi innegabilmente enormi.

Da quando le FARC sono diventate un partito politico, i loro membri sono stati liberati dall’obbligo di rimanere nei campi dove erano stati posti collettivamente. A metà Settembre, Maicol Guevara, un ex membro delle FARC, ha deciso di approfittare della sua libertà andando a trovare i suoi genitori e proprio quel pomeriggio è stato ucciso da un uomo. Secondo la fonte locale ‘La Silla Vacia’, l’episodio ha gettato nel panico gli ex membri armati.

Il punto è proprio questo: l’uccisione di Guevara è solo un tassello di quello che sembra un piano ben costruito per deviare il processo di pace. Intimorire gli ex guerriglieri e spingerli a fuoriuscire dagli accordi di tregua è solo il primo passo. Secondo i dati pubblicati dal ‘Nuevo Arco Iris’, sarebbero non meno di 24 i membri legati alle FARC rimasti uccisi da Maggio. Le preoccupazioni fanno riemergere ricordi passati: stessa storia, stessi protagonisti, stessi tentativi di tregua tra FARC e Governo, ma gli anni erano gli anni ’80.

A quell’epoca i membri del gruppo armato, insieme ad altri simpatizzanti, formarono un partito politico, Patriotic March (UP) che portò a casa dei buoni risultati anche nelle elezioni del 1986. Ma poco dopo, tutto andò a rotoli: i paramilitari insieme ai narcotrafficanti iniziarono ad eliminare fisicamente tutti i membri del partito. Tra i 4.000 e i 6.000 persero la vita: il dramma fu di tale portata che le FARC decisero di uscire dalla negoziazione e di riprendere la violenta battaglia contro il sistema statale. Tante sembrano le assonanze. La storia ritorna? Il dubbio c’è.

Sicuramente sarebbe compito del Governo e delle forze di polizia nazionali garantire un livello adeguato di sicurezza nei loro confronti, ma così non è, almeno per adesso. Il leader delle FARC, in proposito, ha affermato in una lettera pubblicata sul loro sito ed indirizzata al Presidente Juan Miguel Santos che il Governo colombiano sta fallendo nell’adempiere i suoi obblighi per una pace proficua. «Migliaia di ex combattenti non ricevono il salario mensile minimo» che gli era stato promesso e non possono così avere accesso alle cure mediche. Il leader ha invitato tutti i cittadini a «non rimanere passivi di fronte a questa gravissima situazione».

Il leader delle FARC, Rodrigo Londono, in un discorso a Mesetas lo scorso Giugno

La tregua sembra davvero qualcosa di particolarmentefragile’. La lotta tra forze centrali, paramilitari e guerriglie armate ha prodotto in mezzo secolo 260.000 morti, più 60.000 dispersi e sette milioni di sfollati. La necessità di un disarmo aleggiava da molto tempo e nonostante i dubbi sulla reale efficacia di queste negoziazioni, qualcosa si è comunque raggiunto. Dallo scorso Giugno ad oggi il disarmo è stato dichiarato concluso e le FARC hanno promesso anche di porre fine alle attività relative al traffico di stupefacenti e al contrabbando di minerali e pietre preziose. Il Governo della Colombia si è impegnato a sua volta garantendo un sostegno ai coltivatori di coca grazie a finanziamenti pubblici, con l’intento di evitare che altre bande armate inneschino una serie di violenze per prendere il potere perso dal gruppo. La comunità internazionale continua a tenere d’occhio la Colombia che deve ora stare attenta più che mai. Per non ripetere la storia, occorre forse capire dove agire e farlo subito. Per ritrovarsi nel baratro della violenza, d’altronde, è un attimo.

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