venerdì, Dicembre 13

Colombia: Duque, fra le Farc e la cocaina Ha vinto il leader del Centro Democratico e la Colombia si appresta a risolvere due grane: un accordo di pace con le FARC, ritenuto insoddisfacente, e la risoluzione del problema delle coltivazioni di coca

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Il ballottaggio nelle elezioni presidenziali colombiane si è concluso con la vittoria di Ivan Duque, leader del partito di centrodestra Centro Democratico, su Gustavo Petro, della sinistra radicale. Il neo-presidente si è affermato con il 54% delle preferenze, contro il 41% del suo avversario.

Duque, 41 anni, sarà il più giovane Presidente della storia della Colombia. Si pone nel solco della continuità rispetto alla tradizionale preminenza dei moderati al Governo della Colombia, ma la sua vittoria presenta un fortissimo elemento di discontinuità rispetto alla precedente Presidenza Infatti, uno dei punti cardine del proprio programma riguarda la contrarietà all’accordo di pace con le Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia (FARC), faticosamente raggiunto sotto la Presidenza di Juan Manuel Santos, suo predecessore. L’accordo ha rappresentato uno snodo chiave per la storia recente colombiana, che era stata attraversata negli ultimi decenni da grandissime tensioni, in una condizione di guerriglia semi-permanente. I miliziani delle FARC hanno rappresentato sempre una sorta di Stato nello Stato, in guerra contro Bogotà.

Raggiunto nel 2016, questo accordo è frutto di un travagliato percorso e di una difficile trattativa fra lo Stato colombiano e le FARC, passato anche attraverso il voto referendario. Il testo prevede la consegna delle armi e un inventario dei beni posseduti dall’organizzazione, da destinare ai parenti delle vittime di questa vera e propria guerra – si calcola che oltre 220 mila persone siano rimaste uccise – e l’impegno, da parte delle FARC di chiarire ogni loro legame con il traffico di droga, attraverso cui raccoglievano risorse economiche. Dal canto suo, lo Stato concede agli ex miliziani delle FARC il reinserimento nella società, fornendo loro agevolazioni e permettendo ai loro leader di accedere alle cariche pubbliche. L’accordo valse all’allora Presidente Juan Manuel Santos il premio Nobel per la Pace e ha permesso alla Colombia di inaugurare una nuova fase della propria storia, all’insegna della convivenza pacifica.

Tuttavia, ci fu chi, già ai tempi del referendum, si oppose fermamente all’accordo di pace: fu l’ex Presidente Alvaro Uribe, contrario a scendere a patti con il nemico di sempre. Uribe, infatti, negli anni della sua Presidenza, fu protagonista di una serie di campagne militari volte a contrastare le FARC e a eliminarle. Il nuovo accordo concedeva all’organizzazione il riconoscimento delle loro istanze e delle loro rivendicazioni, in totale contrasto con la politica seguita fino ad allora. Inoltre, secondo la propaganda di parte, concedeva ai miliziani condizioni di vita favorevoli, rispetto alla gente comune colombiana che non poteva godere delle stesse agevolazioni. E Uribe, come si sa bene in Colombia, è il padrino politico di Ivan Duque, vincitore delle recenti elezioni presidenziali. L’opposizione, infatti, non esita a definire il neo-Presidente come poco più di una marionetta nelle mani di Uribe. Rimane il fatto che proprio la campagna elettorale, in cui ampio spazio ha avuto l’opposizione all’accordo, è valsa a Duque la vittoria.

Il nuovo Presidente, inoltre, si troverà ad affrontare un’altra spinosa questione. Com’è noto, la Colombia è il primo produttore mondiale di foglie di coca, da cui si ricava la cocaina. La coltivazione di questa particolare pianta è molto diffusa ed è praticata, in grande parte, da piccoli produttori, che hanno nella coltivazione della coca la loro unica fonte di sostentamento economico. Infatti, le piante di coca sono un tipo di coltura tradizionale per quell’area geografica e cambiare tipo di coltura, oltre che essere difficile, è anche estremamente rischioso nel breve periodo. Pur trattandosi di una coltivazione illegale, i contadini poveri delle campagne colombiane non riescono a cambiare, potendo godere di un accesso ai mercati della cocaina che non avrebbero nel caso decidessero di cambiare coltura. Per contrastare questo fenomeno, i vari Governi colombiani hanno provato ad assistere i contadini, estirpando coattamente le colture di piante di coca e provando a reindirizzarli verso altri generi di coltivazione, come il cacao, probabilmente più redditizio della coca, ma di più difficile accesso ai mercati. Quali saranno le intenzioni della nuova Presidenza per risolvere questo annoso problema e indebolire il traffico di droga?

Di questo e altro abbiamo chiesto a Luca Alteri, ricercatore dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma e coordinatore del settore “Territorio e società” dell’Istituto di Studi Politici ‘S. Pio V’.

Come si spiega questo spostamento a destra dei Paesi Sudamericani? L’esempio dei vicini venezuelani ha giocato un ruolo nell’affossare i partiti di sinistra?

Come ebbi modo di dire in un’altra occasione in cui L’Indro ebbe la bontà di ospitare le mie riflessioni, la Colombia che vota a destra non è certo una novità in termini assoluti, dato che il Paese ha sempre sostenuto il ruolo di “sentinella” degli Usa nel Latino America. Casomai, il dato rilevante di queste elezioni presidenziali – di fatto anticipate dalle Politiche dello scorso marzo – è il ritorno del “passato che non passa”, cioè dell’uribismo, dato che Iván Duque riconosce esplicitamente nell’ex Presidente Álvaro Uribe, al potere fino a otto anni fa, il suo “mentore” politico.

La seconda variabile, rappresentata dal vicino Venezuela, nel quale il Presidente Maduro continua a districarsi tra i meandri della guerra economica intentata contro il popolo bolivariano, poteva agire in un doppio senso: fungere da “spauracchio” nei confronti della minacciata Colombizuela, vale a dire una Colombia “castrizzata” e “chavizzata” (come la destra annunciava che sarebbe accaduto, in caso di vittoria della sinistra), oppure costituire un modello da imitare, se ricordiamo le indubitabili conquiste sociali del chavismo, a cominciare dai milioni di venezuelani usciti dall’area dell’indigenza e divenuti, per la prima volta, effettivi cittadini. A una prima occhiata sembra che abbia vinto la prima rappresentazione e non la seconda, ma il dato che emerge dalle urne parla di una Colombia piuttosto divisa, secondo rigide discriminanti di classe e di ceto sociale: la Colombia dei poveri e dei marginalizzati ha votato per Gustavo Petro oppure non ha votato.

Per quali ragioni Duque vuole mettere mano sull’accordo con le FARC?

Perché questa volontà rappresentava un punto di onore per Uribe e forse l’unico elemento di vera distinzione rispetto alla presidenza di Juan Manuel Santos che, di contro, aveva conquistato il Nobel per la pace (premio simbolico oggi francamente inflazionato, a dire il vero) proprio in virtù di un accordo che pareva essere capace di interrompere una guerra lunga 52 anni, un vero retaggio del Novecento. Le prime dichiarazioni del neo-Presidente appaiono concilianti: ha annunciato che non farà “briciole” (trizas) di quell’accordo (né potrebbe farlo, anche volendo, perché si tratta di fatto di un accordo internazionale, depositato presso il Consiglio di Sicurezza dell’Onu e facente parte integrante della Costituzione colombiana), ma ha lasciato intendere che lo riformerà in alcune parti. Teniamo presente, però, che le dichiarazioni “a caldo” dei vincitori, a qualsiasi latitudine, sono sempre concilianti e infarcite di buoni propositi…

Come intenderebbe riformarlo? Non c’è il rischio di far precipitare il Paese in una condizione di guerriglia continua?

La sinistra dice che il Paese vuole la pace. Questa affermazione è vergata con l’ottimismo della volontà: diciamo che è soprattutto la sinistra a volere la pace, tanto la sinistra istituzionale (delusa perché pensava, con buona innocenza, di ottenere i voti del centrista Fajardo), quanto quella rivoluzionata, ovviamente usurata da decenni di lotta armata. Il fracaso dell’accordo di pace coinvolgerebbe non solo le Farc, ma anche l’Esercito di Liberazione Nazionale, che in questi giorni si vedrà a Cuba, e che pure era in predicato, prima delle elezioni, di scegliere la via totalmente parlamentare per la lotta politica.

Quali sarebbero le difficoltà procedurali di un’eventuale riforma?

Come detto, l’Accordo è blindato dal diritto costituzionale colombiano e dal diritto internazionale, ed è depositato a Ginevra. Già il risultato negativo del referendum dell’ottobre 2016 che, a strettissima maggioranza, bocciò la prima bozza di accordo con gli ex-guerriglieri fu poi “bypassato” attraverso alcune modifiche. Ciò vuol dire due cose: 1) se permane la volontà politica di considerare la lotta armata come una ferita del passato, la pace (formale) verrà confermata; 2) una percentuale consistente del Paese non si accontenta di mettere una pietra tombale su decenni di lotta armata.

Sul risultato elettorale quanto ha inciso la sua posizione contro l’accordo?

Molto, soprattutto perché Uribe e Duque hanno concentrato la propria propaganda su poche tematiche e l’accordo con le Farc era uno di questi. Facile immaginare che risulti particolarmente indigesta la “quota parlamentari” che assegna di default alla Forza Rivoluzionaria Alternativa Comune (la versione “politica” delle Farc) cinque seggi alla Camera Alta e cinque alla Camera Bassa. C’è da aggiungere che Duque è stato abile a tacere, in campagna elettorale, le sue posizioni su tutte le questioni preminenti nell’ambito della politica internazionale, al netto della scontata avversione per il Venezuela “madurista”. Non c’è che dice: il gran parlare sull’accordo con le Farc ha fatto comodo a molti.

 

Quali sono le proposte di Duque circa la sostituzione delle coltivazioni di coca? 

Duque ha parlato genericamente di “lotta alle coltivazioni illecite (cultivos ilícitos)”, come pure di contrasto alla corruzione, di difesa dell’ambiente e di aiuto alle imprese: l’indice di sincerità – si può ipotizzare – volge verso l’alto soprattutto per quest’ultimo punto, dato che il neo-Presidente, uno dei tanti homines novi della politica latinoamericana del Terzo Millennio, proviene dalla Banca Interamericana di Sviluppo, mentre è pessimista sugli altri aspetti. Di certo, le rivelazioni contenute nei cablogrammi statunitense, da poco desecretati, a proposito dei collegamenti tra l’ex presidente Uribe e il narcotraffico volgono nella direzione opposta, rispetto ai primi propositi, e fanno già parlare di una nuova stagione di “narco-politica”.

Duque tutela gli interessi di quale classe? I contadini che hanno nella coca il loro unico sostentamento verranno tutelati dal nuovo governo?Il problema della coltivazione di coca è molto complesso, non solo in Colombia: sicuramente necessita di un “approccio integrato” e non solo di operazioni di facciata, spesso estemporanee e unicamente persecutorie. C’è bisogno di una tutela completa del medio ambiente, come delle popolazioni di indigeni e di contadini non-urbanizzati che ancora sopravvivono con il risultato della loro fatica nei campi. Tutelare le foreste, trarre risorse compatibili con il rispetto dell’ambiente e adeguarsi ai ritmi del buen vivir, che in Latino America è una filosofia di vita secolare e non una moda da hippie postdatati, può essere una soluzione che accontenta le diverse classi sociali e che riduca i rischi di contrapposizioni radicali, come quelle uscite fuori dalle urne. In pochi hanno ricordato come una parte di imprenditoria, legata ai servizi e al turismo, è favorevole alla pace con le Farc non tanto per motivi umanitari, quanto di convenienza economica: la fine della lotta armata significa anche la possibilità di far scoprire al turismo internazionale la biodiversità delle foreste colombiane. Possibilmente in maniera sostenibile.

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