sabato, Agosto 8

Colombia: Cocaina, l’origine di tutti i mali Il Governo non riesce a trovare un approccio alternativo alla distruzione delle colture

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Secondo i dati dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), tale assistenza finanziaria ammontava a ben 41 miliardi di dollari nel 2014. Il mercato del mais, per esempio, risulta essere fortemente sovvenzionato. Dal 1979 al 1992 le sovvenzioni da parte degli OCSE  per i Paesi produttori di granturco sono aumentate dal 28% al 38%.

A tal proposito, occorre però sottolineare che i Paesi che attuano questa politica di sovvenzioni, sono soprattutto Paesi ricchi, o comunque già sviluppati.  Questo ha fatto sì che né la Colombia, né altri Paesi andini potevano, e possono permettersi tali sovvenzioni. Di conseguenza, i produttori locali colombiani o andini non hanno la possibilità di competere con le importazioni a basso costo.  Nel 2002, infatti, la FAO ha riconosciuto che le sovvenzioni agricole nei Paesi ricchi hanno comportato l’esclusione dei produttori provenienti da Paesi in via di sviluppo.

Tutto questo ha così permesso agli agricoltori e all’agro business di distorcere il prezzo di mercato, offrendo prodotti a un buon prezzo, vendendoli a meno del costo di produzione, eliminando così la concorrenza dei produttori dei Paesi più poveri. Non è, infatti, una coincidenza che la coltivazione della coca in Colombia, e nei Paesi andini, sia iniziata quando sono aumentate le convenzioni agricole per i Paesi più ricchi.

In un mondo globalizzato, le colture illegali come la coca, la cannabis ei papaveri sono una risposta razionale dei poveri agricoltori ai prezzi ridotti dei prodotti agricoli sovvenzionati. Anche se i progetti promossi dalle organizzazioni delle Nazioni Unite cercano di aiutare gli agricoltori a vendere i loro prodotti in mercati nazionali e internazionali competitivi – basta pensare l’aiuto fornito a circa 100,000 famiglie, al fine di iniziare a coltivare cacao, caffè o miele, anziché foglie di coca – , rimane però necessaria in primis un’iniziativa economica internazionale atta a rendere più accessibili i mercati legali ai minori produttori colombiani.

È necessario, poi, che i margini di profitto relativi ai prodotti legali come il caffè, il miele e il cioccolato, siano più alti rispetto a quelli attuali. Il problema strategico centrale che ostacola l’attuazione di una produzione sostituiva alternativa alla foglia di coca in Colombia risiede in queste due grandi sfide econnomiche. Fino a quando il mercato agricolo internazionale non vedrà l’elargizione di sovvenzioni a Paesi andini, Colombia inclusa, i mercati legali rimarranno inaccessibili ai produttori locali, così che la foglia di coca rimarrà sempre la migliore coltura per i contadini colombiani.

Per oltre 35 anni il mercato illegale di droghe ha arricchito ‘los carteles colombianos’, ed è stato anche la fonte di espansione della guerrilla delle FARC nelle aree più remote del Paese. I recenti accordi di pace tra il Governo colombiano e le Farc hanno comportato una trasformazione radicale nell’economia del narcotraffico nel Paese. Il 70% delle piantagioni di coca si trovavano, infatti, sotto il loro controllo.

 Nonostante gli accordi di pace firmati lo scorso novembre dal Governo colombiano e le Farc prevedano una nuova proposta sostituitiva in termii di produzione – ovvero un piano alternativo per sostituire la produzione di coca dei piccoli coltivatori colombiani – , hanno però lasciato la guerrilla dell’Esercito di Liberazione Nazionale colombiano, ENL, ed alcuni gruppi criminali a contendersi questo mercato, rendendolo così ancor più difficile da controllare.

Secondo quanto affermato da Josè Angèl Mendoza, Generale colombiano direttore della polizia anti-narcotici, in un servizio di Internazionale pubblicato lo scorso aprile, le forze di polizia anti-narcotici stanno portando avanti un’iniziativa oltre di sostituzione di produzione, anche di sradicamento forzato di queste piantagioni. Benchè l’unità anti-narcotici colombiana sia consapevole che il business dietro queste piantagioni non appartenga ai piccoli coltivatori indigeni colombiani, ma al narcotraffico e alle organizzazioni criminali, ha deciso comunque di portare avanti lo sradicamento forzato di numerose piantagioni, come nella località di Tumaco (una delle zone dove si concentra la maggior parte dei campi di produzione di coca in Colombia).

Non si considera però il fatto che sradicare una piantagione di coca non comporta un danno immediato per il narcotraffico o il crimine organizzato, ma mette in serie difficoltà solo i poveri coltivatori colombiani, i quali non possiedono alcuna alternativa per sopravvivere. Le organizzazioni dei ‘cocaleros’ – coltivatori di coca – in Colombia non sono, infatti, contrari a un piano di produzione sostitutivo, ma chiedono dei tempi brevi di una sua applicazione. Se le forze governative continuano a sradicare le piantagioni di coca, senza però fornire un’alternativa reale ed efficiente, i contadini colombiani, nel mentre, di che cosa vivranno? Serve, quindi, un piano alternativo che sia innanzitutto plausibile, e che sia inoltre in grado di fornire nell’immediato un’attività di produzione alternativa per i coltivatori colombiani.

Oltre ciò, è necessario un cambio di mercato a livello internazionale volto ad agevolare l’accesso al mercato legale per questi coltivatori. Senza questi due fondamentali fattori, per la Colombia risulta impossibile arginare la problematica relativa alla produzione di coca in Colombia, o comunque, cotinuare sulla linea degli sradicamenti forzati, si rischia solo di alimentare un sentimento di rabbia e disappunto tra i coltivatori locali.

Oltre ciò, il Paese si trova in un momento alquanto critico da gestire. Sono, infatti, diverse le questioni che il Governo colombiano sta affrontando quest’anno, come l’introduzione delle Farc nel panorama politico nazionale, un processo delicato, che richiederà tempo, impegno e dialogo. Bogotà deve, inoltre, affrontare l’ormai ‘eterno’ problema del narcotraffico, per non parlare dell’enorme flusso di migranti venezuelani in fuga dalla dittatura di Nicolas Maduro, che cercano rifugio nel Paese.

Secondo ‘El Nacional’, circa 25mila venezuelani oltrepassano ogni giorno il confine, e ad oggi si parla di circa 150 mila immigrati venezuelani che arrivano e si stanziano illegalmente in Colombia. L’immigrazione venezuelana – se non esodo – è un’ulteriore sfida che il Governo colombiano si trova ad affrontare da tempo, sfida da non sottovalutare, visto il suo notevole impatto sociale e sull’economia del Paese ospitante.  Una volta elencate le molteplici sfide per il Governo di Juan Manuel Santo, c’è da chiedersi se la Colombia riuscirà a gestirle e ad affrontarle contemporaneamente e soprattutto in maniera equa ed efficiente.

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