giovedì, Gennaio 23

Collassato l’accordo commerciale tra EAC e Europa 40

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Kampala – Le trattative che si sono svolte a Kigali (capitale del Rwanda) sul rinnovo dell’Economy Partnership Agreement (EPA), documento che regola i rapporti commerciali tra l’Africa Orientale e l’Unione Europea, sono collassati davanti alla ferma volontà di Burundi, Kenya, Rwanda, Tanzania e Uganda di riequilibrare i rapporti commerciali attualmente troppo a favore dei partner europei. L’Unione Europea ha immediatamente informato della reintroduzione del 12% di tasse doganali sui prodotti provenienti dalla East Africa Community (EAC) a partire al 01 ottobre 2014, data di scadenza dell’attuale accordo EPA. Come risposta la EAC ha chiarito che i paesi europei non sono piú gli unici interlocutori ed ha informato il suo progetto di aumentare la collaborazione economica con partner meno aggressivi e piú affidabili provenienti dai Paesi del BRICS. Le negoziazioni per il rinnovo dell’accordo, iniziate in Belgio lo scorso gennaio, sono fallite su diversi e strategici punti.

Sulle tasse di esportazione, l’EAC rifiuta di sottostare all’approvazione dell’Unione Europea di eventuali tasse doganali imposte su prodotti africani destinati all’esportazione in Europa.  «Le tasse doganali sulle esportazioni vengono normalmente utilizzate per proteggere la produzione nazionale e per stabilizzare la valuta dinnanzi ad una bilancia commerciale sfavorevole al paese. Se per esempio in Kenya si registra un deficit di prodotti alimentari le tasse doganali sono utilizzate come deterrente per impedire agli agricoltori di vendere gli alimenti ai mercati europei per trarre maggior profitti creando cosi una deficit alimentare all’interno del Paese», spiega il Dottor Karanja Kibicho, il Segretario del Ministero keniota degli Affari Esteri e del Commercio Internazionale. Le tasse doganali sui prodotti africani esportati in Europa non sono state progettate solo per evitare carestie o penurie alimentari ma anche per scoraggiare l’esportazione di idrocarburi non trattati, visto che i paesi dell’EAC hanno deciso che la produzione di petrolio e gas naturale servirà per la maggior parte a soddisfare la domanda regionale di carburanti ed energia.

Sui sussidi all’agricoltura l’EAC ha chiesto l’immediata cessazione dei sussidi agli agricoltori europei. I loro prodotti concorrenziali destabilizzano i mercati africani e la produzione agricola interna. Michael Ryan, responsabile della delegazione europea nelle trattative in Rwanda ha negato l’esistenza di sovvenzioni statali agli agricoltori europei per i prodotti esportati nell’Africa Orientale. Un’affermazione considerata oltraggiosa dagli stati membri dell’EAC, che hanno minacciato di sospendere l’importazione dei prodotti agricoli europei sovvenzionati. Una misura facile da attuare avendo a disposizione le liste dei sussidi agricoli dei singoli stati europei, lista aggiornata ed ottenuta con una classica operazione di spionaggio commerciale. I paesi dell’Africa Orientale inoltre rifiutano di sottostare ad obblighi di buon governo, rispetto dei diritti umani e trasparenza imposti dall’Europa nel trattato e presenti negli Accordi di Cotonou.

Questa decisione è stata presa non per ottenere la libertà di violare i diritti umani, aumentare la corruzione e rafforzare regimi semi democratici ma per tutelare la sovranità nazionale, secondo gli esperti della comunità economica dell’Africa Orientale. «Le crisi libica, ucraina e palestinese, dimostrano senza ombre di dubbio l’utilizzo strumentale della democrazia e della difesa dei diritti umani che quotidianamente attua l’occidente. I governi dell’EAC riconoscono e promuovono questi valori universali ma prendono di migliorare democrazia e diritti umani per l’interesse nazionale e della proprie popolazioni senza interferenze esterne. Non permetteremo mai più all’Europa di utilizzare questi valori come armi commerciali. I tempi sono cambiati e la Belle Epoque europea finita», afferma categoricamente il Dottor Kibicho. In un disperato tentativo di salvare il salvabile l’Unione Europea ha proposto di riprendere le trattative il prossimo settembre, nella speranza di poter rinnovare gli accordi commerciali preferenziali prima della loro scadenza di ottobre 2014.

Proposta accettata dai paesi africani che hanno però fatto intendere l’impossibilità di compromessi sui punti definiti dall’EAC come strategici per la crescita economica regionale. Questa intransigenza è dettata dal nuovo vento di indipendenza economica e dalla volontà di radicale trasformazione economica dei paesi anglofoni africani sicuri della posizione di debolezza dell’occidente, costantemente dipendente dalle fonti energetiche del terzo mondo ma non più in grado di esercitare il monopolio politico economico e miliare sullo scenario mondiale causa l’emergere dei paesi del BRICS. Per l’Unione Europea e le istituzioni internazionali il mancato accordo commerciale con l’Africa Orientale non è il solo fattore di preoccupazione.

La scorsa settimana l’Unione Africana ha creato il Fondo Monetario Africano, che sarà affiancato agli istituti finanziari continentali già esistenti (Africa Central Bank e African Investment Bank) per aiutare i paesi africani ad eliminare le barriere commerciali all’interno del continente e offrire prestiti a tassi agevolati per l’avvio della rivoluzione industriale che permetterà all’Africa di diventare il quarto blocco economico mondiale. Esattamente quello che Europa e Stati Uniti intenderebbero evitare. Il Fondo Monetario Africano è stato studiato per porre fine allo strapotere e alle ingerenze della Banca Mondiale e del FMI, istituzioni internazionali controllate da Stati Uniti e Francia. Il capitale iniziale proposto per il FMA è di 23 miliardi di dollari, composto per il 50% dalle contribuzioni dei stati membri e per il 50% da finanziamenti esterni provenienti dai BRICS.

La FMA contribuirà a spezzare le catene finanziarie che legano l’Africa all’occidente grazie ad una seconda operazione concordata: quella della progressiva entrata in scena della BRICS BANK nel continente,resa possibile dalle immense riserve di dollari possedute da Russia e Cina. L’Unione Africana è prossima a varare nuove tasse continentali: 5% sui biglietti aerei, 2% sugli hotel, 0,1% sui messaggi elettronici con cellulari (SMS). L’introduzione di queste tasse dovrebbe portare entrate annuali pari a 2 miliardi di dollari che corrisponde a quasi 4 volte il budget dell’Unione Africana approvato per il 2015 di 522 milioni di dollari. Dopo l’indipendenza politica degli anni Sessanta ora l’occidente rischia di subire l’indipendenza finanziaria ed economica dell’Africa, suo storico deposito di materie prime quasi gratuite e teatro di rapina.

Alle potenze occidentali in declino non rimarrà che adattarsi alla realtà imparando a confrontarsi con maturi partner economici o cercare di destabilizzare i paesi africani con guerre civili e colpi di stato, magari con la scusa della lotta contro il terrorismo internazionale. Purtroppo questa soluzione (attuata da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia) negli ultimi 54 anni, sembra essere sempre più limitata. Per ironia storica mentre Europa e America sono concentrati sulla nuova guerra fredda contro la Russia imponendo sanzioni economiche che comprometteranno la ripresa economica occidentale, Africa e BRICS stanno lavorando per offrire quotidianamente delle sgradite sorprese con il chiaro obiettivo di escludere l’occidente dall’approvvigionamento delle risorse naturali africane. Tempi duri ed incerti stanno sicuramente arrivando e le conseguenze saranno ovviamente pagate dai più deboli. In questo caso i cittadini europei e americani. La storia gira e nulla è eterno ed immobile.

 

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