mercoledì, Giugno 3

Cohen: solo acqua al mulino di Trump? Le dichiarazioni dell’ex avvocato del Presidente hanno toccato una serie di nervi scoperti all’interno dell’amministrazione

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Le dichiarazioni di Michael Cohen di fronte all’Oversight & reform committee della Camera dei rappresentanti aprono un nuovo capitolo nel braccio di ferro politico e giudiziario che contrappone il Presidente Trump all’opposizione democratica, ora maggioranza nella Camera bassa del Congresso. Le dichiarazioni di Cohen (già avvocato di Trump e già condannato per vari reati che avrebbe compiuto proprio ‘a copertura’ del Presidente) hanno spaziato ‘a tutto campo’, con un’attenzione particolare al tema dei rapporti con la Russia, dove – secondo Cohen – l’imprenditore Trump avrebbe considerevoli interessi che il candidato (poi Presidente) Trump ha sempre negato. La replica irritata di Trump (secondo cui Cohen avrebbe ‘mentito molto’ nella sua testimonianza) non riesce a nascondere il fatto che – sul piano mediatico – l’audizione ha portato parecchia acqua al mulino democratico. Cohen è figura dell’‘inner circle’ presidenziale e ciò gli fornisce una credibilità particolare. Il fatto di essere stato per lungo tempo addentro gli affari riservati del futuro Presidente attribuisce, inoltre, alla durezza di termini usati nei confronti del suo ex cliente un valore particolare.

La dura replica della Casa Bianca (giunta sia direttamente dal Presidente, sia dalla portavoce, Sarah Huckabee) è comunque indicativa dell’impatto che le parole di Cohen hanno avuto. Obiettivamente, le dichiarazioni dell’ex avvocato del Presidente hanno toccato una serie di nervi scoperti all’interno dell’amministrazione. Esse rischiano, infatti, di saldarsi da una parte con le indagini del Procuratore speciale, Robert Mullen, incaricato di indagare sul tema del c.d. ‘Russiagate’, dall’altra con le diverse inchieste promosse a livello congressuale sull’uno o sull’aspetto della condotta e dell’azione politica dell’amministrazione. Si tratta di un esito scontato. Buona parte della campagna democratica per il voto di midterm è stata basata proprio sulla promessa di porre al vaglio l’azione presidenziale e – più radicalmente – la legittimazione stessa di Donald Trump a sedere nello Studio Ovale. Egualmente, le prime dichiarazioni dei leader ‘in pectore’ delle maggioranza democratica alla Camera dei rappresentanti avevano messo in luce questo aspetto, stilando, fra l’altro, un lungo elenco di questioni di politica interna e internazionale da portare ‘sotto la lente’ dei congressmen.

Al di là dell’impatto mediatico, tuttavia, le dichiarazioni di Cohen non sembrano avere spostato di molto le parti delle posizioni che queste hanno occupato sino a oggi. L’ostilità della Camera dei rappresentati verso il Presidente è ampiamente compensata dal favore di cui questi gode al Senato e in un Partito repubblicano sempre più filo-trumpiano. I risultati dell’indagine di Mullen – che (giova ricordarlo) sono cosa diversa dall’audizione degli scorsi giorni – saranno consegnati solo nelle prossime settimane al Segretario alla giustizia, William Barr. Parallelamente, al netto dell’acredine che affiora in certi passaggi, le dichiarazioni di Cohen non hanno fornito la ‘smoking gun’ per quanto riguarda il coinvolgimento di Mosca nelle elezioni di 2016. Proprio su questo punto, l’ex avvocato di Trump sembra, anzi, avere offerto alla Casa Bianca una sponda che questa è stata sollecita a evidenziare. In altre parole, anche dopo la deposizione di Michael Cohen di fronte all’Oversight & reform committee, siamo lontani dal possibile impeachment che alcuni osservatori hanno voluto evocare, impeachment per la cui approvazione, fra altro, il Congresso non pare avere i numeri.

Qual è, quindi, il risultato netto dell’audizione di Cohen? Difficile a dirsi. Sul piano della percezione pubblica, il suo impatto è stato indubbiamente forte, anche per la visibilità che ha avuto. D’altra parte, proprio questa visibilità rischia di accentuarne il carattere latu senso ‘politico’ rendendola, più che la conferma dei limiti ‘oggettivi’ del Presidente, un attacco alla persona e ai suoi metodi. E’ un argomento politicamente pericoloso. Proprio su questi elementi si fonda, infatti, il successo di ‘The Donald’. Il voto del novembre 2016, più che un programma, ha premiato una figura che ha saputo marcare la sua distanza dal mondo della politica tradizionale e che oggi può evocare quella distanza come risposta agli attacchi che le vengono portati. Più che un meccanismo giuridico in senso stretto, quello dell’impeachment è un meccanismo in cui la terminologia legale dà forma e dissimula una crisi di consenso intorno alla figura del Presidente; crisi di consenso che, oggi, non pare esistere. Al contrario, l’attacco di Cohen rischia (dal punto di vista degli avversari di Trump) di aggregare favore intorno alla Casa Bianca nel nome di un’opposizione alla ‘politica politicante’ che, negli Stati Uniti come fuori da questi, sembra rispondere alle domande di ampie fasce di elettorato.

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