domenica, Novembre 29

La Cina e le riforme verso il futuro L' intervista a Paolo De Nardis, docente ordinario di Sociologia presso Sapienza-Università di Roma e Presidente dell’Istituto di Studi Politici ‘S.Pio V’, e Alberto Bradanini, già Ambasciatore a Pechino e Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea.

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In Cina, lo scorso mese, si è concluso il Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese (PCC) durante il quale l’Assemblea nazionale del Popolo, l’organo legislativo cinese, ha formalizzato l’abolizione del limite di due mandati presidenziali per il Presidente Xi Jinping e l’iscrizione in Costituzione della sua filosofia politica, il cosiddetto ‘pensiero di Xi Jinping’. Tale riforma, approvata lo scorso 11 marzo col voto schiacciante di 2.958 delegati favorevoli,  permetterà all’attuale capo della Repubblica Popolare cinese di rimanere presidente a vita. Sono stati approvati anche importanti mutamenti istituzionali, che sottolineano la volontà del PCC di incidere in maniera più ampia sull’attuazione della linea del futuro politico del Paese. Tale appuntamento ha rappresentato un momento cruciale per la Cina in quanto il pacchetto di riforme formulate dal Politburo consolida ulteriormente il potere di Xi come figura apicale e leader indiscusso della struttura piramidale e partitica della Repubblica Popolare Cinese. La citazione del ‘pensiero di Xi Jiping sul Socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era’ – all’interno del preambolo della Costituzione cinese –  renderebbe non solo Xi come l’unico leader dopo Mao Zedong  e Den Xiao Ping ad essere inserito nella Costituzione – ma ne farebbe una figura di pari importanza a quella dello storico fondatore della Repubblica Popolare Cinese. Il riconoscimento dell’identificazione della leadership del PCC come elemento distintivo del ‘Socialismo con caratteristiche cinesi’   e dei valori del Socialismo  come ispirazione e linea politica per lo Stato irrigidiscono sia la natura socialista della Repubblica Popolare cinese e sia, costituzionalmente, la superiorità del PCC sugli apparati governativi. In tal modo, si accentua la compenetrazione tra la linea politica del PCC e la gestione dello Stato. L’accentramento di potere nelle mani di Xi sembra voler rispondere alla volontà di assicurare al Paese una leadership forte e indiscussa, sancita costituzionalmente per attuare l’ambiziosa agenda politica considerata necessaria per promuovere lo sviluppo economico della Cina all’interno del panorama internazionale. ‘Il Sogno di Xi’ è quello della ‘rinascita’ cinese: una modernizzazione senza occidentalizzazione che conduca la Cina, entro il 2035, allo stesso livello degli Stati Uniti d’America e a divenire  una superpotenza nel 2050.

Per un’approfondita analisi delle ultime riforme istituzionali all’interno dell’ordinamento della Repubblica Popolare Cinese, abbiamo intervistato Paolo De Nardis, docente ordinario di Sociologia presso Sapienza-Università di Roma e Presidente dell’Istituto di Studi Politici ‘S.Pio V’, e Alberto Bradanini, già Ambasciatore a Pechino e Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea.

Riguardo al consolidamento dell’autorità di Xi Jinping sul Partito e sulla Nazione con la cancellazione dei ‘mandati’,  l’assegnazione al PCC di un nuovo ruolo ‘in tutti i settori della politica’, al rafforzamento del totalitarismo e ai riflessi sulla società cinese, Paolo De Nardis spiega che da sociologo parte da una nota di merito: “le nostre interpretazioni sulla preparazione, lo svolgimento e i risvolti (tanto politici, quanto sociali) sul XIX congresso del Partito Comunista Cinese soffrono tutte – al netto di pochi sinologi di chiara fama e collaudata esperienza – di forti bias interpretativi. Vale a dire: noi sappiamo poco della Cina, abbiamo scarse fonti su un Paese così diverso dalle economie sviluppate e dalle democrazia ‘mature’, spesso ignoriamo i principali parametri fondamentali per comprendere una realtà che, pure, non da oggi – ma da quasi dieci anni – rappresenta la seconda economia al mondo e che vede nel PCC il suo organo politico principale, pressoché l’unico.”  De Nardis specifica che noi occidentali fatichiamo ancora a capire il ‘modello cinese’, arrivando spesso a vantare una piena comprensione del suo sviluppo che spesso, però, è più millantata che autentica. “In definitiva, noi fondiamo le nostre opinioni sul “Celeste impero” sui fattoidi, più che sui fatti, come correttamente suggerito da Antonio Talia: un esempio classico si è avuto proprio nello specifico del Congresso del PCC dello scorso autunno. I commentatori europei si sono sforzati di interpretare i significati più profondi – al di là dell’inevitabile coreografia – di quell’assise, scrutando elementi oggettivamente secondari: il posizionamento in prima o in seconda fila dello scranno di un dirigente (a indicare una possibile promozione/retrocessione), il numero di occhiate che Jiang Zemin, considerato ‘il Grande Vecchio’, rivolge al suo orologio mentre parla Xi Jinping, un’alzata di sopracciglio o un ‘passaggio liturgico’ più breve del previsto”, osserva De Nardis. E aggiunge che, talvolta, edificare pagine e pagine di commento partendo da considerazioni del genere lasciano gli analisti occidentali nell’alveo dell’imponderabile e rischiano, incredibilmente, di far passare in secondo piano quanto sia stato effettivamente enunciato da Xi e diffuso, persino in anticipo, dagli organi ufficiali e ufficiosi con i quali la Cina parla al mondo (bollettini delle comunità nazionali, riviste politiche, pubblicazioni scientifiche). Sempre che il mondo abbia interesse ad ascoltarla, ovviamente, e non preferisca la comoda posizione di difesa dei propri preconcetti.

Dunque, cosa ci dice effettivamente il XIX congresso del PCC? “Al netto degli aspetti coreografici – che sono propri, a dire il vero, di qualunque partito che celebri nel congresso la sua ‘messa cantata’ e il punto di arrivo di mesi di discussioni e di trattative – appare evidente come Xi Jinping abbia consolidato il suo potere: ciò non si desume tanto dal fatto che i cinque nuovi membri del Comitato Permanente del Politburo pare siano vicini alla linea di Xi (quanti occidentali hanno letto documenti politici che confermino tale previsione?), quanto dall’evidenza che la loro età, più anziana dello stesso Xi, li rende improbabili nel ruolo di erede. Non a caso, forse, l’ultimo Congresso non ha designato ‘il delfino’ dell’attuale Capo di Stato – come da prassi pluridecennale – quasi a indicare che la presidenza di Xi non conoscerà un tramonto, almeno a breve”, precisa De Nardis.

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