sabato, Dicembre 7

Cina in Africa, ma la Francia non sta a guardare A chiusura del settimo Forum Cina-Africa l’analisi della presenza cinese nel continente nero tra luci e ombre. Ne parliamo con Marco Cochi, l’analista del think tank ‘Il Nodo di Gordio’

0

Tra il 3 ed il 4 settembre scorsi si è svolto a Pechino, capitale della Cina, il FOCAC (Forum on China-Africa Cooperation), il summit ufficiale che, ogni tre anni, a partire dal 2000, riunisce i vertici della Repubblica Popolare Cinese e di oltre 50 Stati africani. L’obiettivo che si pone il Forum è il «miglioramento della comprensione, ampliamento del consenso, rafforzamento dell’amicizia e promozione della cooperazione» tra questi attori.

Nell’ultimo vertice – nel quale è stata firmata la ‘Dichiarazione di Pechino’, che prevede un piano  d’azione per il triennio 2019-2021- il Presidente cinese Xi Jinping, in linea con gli obiettivi esposti dal FOCAC, ha ribadito che «i leader hanno deciso all’unanimità di costruire una comunità Cina-Africa con un futuro condiviso che si assuma responsabilità condivise, persegua una cooperazione vantaggiosa per tutti, che goda di felicità per tutti, goda di prosperità culturale, garantisca sicurezza comune e promuova l’armonia tra uomo e natura».

Dietro a queste parole ed agli obiettivi dichiarati, che rappresentano l’aspetto cordiale e formale del vertice, vi è poi l’aspetto materiale e più sostanziale espresso dalle cifre in ballo in questa cooperazione e dai reali investimenti che la Cina ha già attuato ed ha intenzione di replicare sul suolo africano. Xi, infatti, ha proposto, per i prossimi anni, investimenti in Africa pari a 60 miliardi di dollari, che si vanno ad aggiungere alla stessa identica somma che è stata definita durante il FOCAC del 2015. Quest’ultimo finanziamento era così composto: 35 miliardi di dollari in prestiti agevolati e linee di credito all’esportazione; 5 miliardi in sovvenzioni; 15 miliardi di capitale per il Fondo di sviluppo Cina-Africa; 5 miliardi in prestiti per lo sviluppo delle piccole e medie imprese africane.

Gli investimenti cinesi in Africa, e non solo, vanno sostanzialmente in una direzione: la progettazione ed il miglioramento delle infrastrutture. Nelle infrastrutture, infatti, il predominio delle imprese cinesi è netto, poiché rivendicano quasi il 50% del mercato delle costruzioni a contratto internazionale in Africa. Non a caso, altro tema caldo del summit, è stata la discussione della ‘Belt and Road Initiative’ (BRI), la Nuova Via della Seta, l’ambizioso progetto, promosso da Xi sin dal 2013, che mira a creare un ampio flusso economico ed auspica una profonda integrazione dei mercati migliorando la connettività dei continenti asiatico, europeo e africano e dei loro mari adiacenti.

Come riporta la Brookings Institution – autorevole think tank di Washington – la presenza della Cina in Africa si fa sentire attraverso il finanziamento di 3.000 progetti infrastrutturali. La Cina, inoltre, ha esteso oltre 86 miliardi di dollari di prestiti commerciali ai Governi e alle entità statali africane tra il 2000 e il 2014.

Come riporta una ricerca della McKinsey&Company, intitolata ‘The closest look yet at Chinese economic engagement in Africa’, la Cina è sempre tra i primi quattro partner in Africa per quanto riguarda queste categorie: commercio, investimenti, crescita degli investimenti, finanziamento delle infrastrutture e aiuti.

A fronte di questi dati si capisce bene come la Cina, negli ultimi anni, sia diventata il primo partner commerciale dell’Africa e, contemporaneamente, il maggiore creditore della regione.

Non sono mancate, però, da parte dei critici occidentali, le polemiche sulle reali intenzioni della Cina e il ruolo che svolge all’interno del continente nero.

La critica più feroce che viene rivolta alla Cina è quella di approfittare delle condizioni dei Paesi in via di sviluppo elargendo enormi prestiti ai loro governi assoggettandoli così allo strapotere economico ed all’influenza del Governo cinese. Il debito dell’Africa nei confronti della Cina, però – come riporta il Center for Global Development – non è particolarmente rilevante: i 115 miliardi di dollari di credito della Cina in Africa, tra il 2000 e il 2016, rappresentano meno del 2% dei 6 trilioni di dollari di debito complessivo dell’Africa.

C’è poi chi sostiene che i progetti destinati a far crescere l’Africa, non siano preposti all’aiuto effettivo ed alla crescita delle popolazioni e delle economie locali, ma puntino esclusivamente allo sfruttamento intensivo delle risorse naturali di cui è stracolmo il territorio africano. Inoltre, non ci sarebbe nessun vantaggio dalla messa in atto di questi progetti, dato che un numero così elevato di cantieri non si tramuterebbe in altrettanti posti di lavoro creati a favore della manodopera autoctona, poiché la tendenza della politica industriale cinese è quella di portare in loco operai dalla madrepatria.

Il Global Times, il quotidiano in lingua inglese, voce del Partito Comunista Cinese, ha risposto alle critiche pubblicando un editoriale, dal titolo ‘Xi’s China-Africa guidelines are the keys to the new global paradigm’, nella quale si elencano, appunto, le linee guida, dettate dal Presidente Xi Jinping, che si rifanno sostanzialmente a due approcci: quello dei ‘five no’ (i cinque no) e quello dei ‘four i can’t’ (i quattro non posso). L’approccio ‘five no’ esprime, in sostanza, la non ingerenza della Cina negli affari interni degli Stati africani e assicura sulla volontà di non ricercare guadagni egoistici nei finanziamenti donati e nella cooperazione. D’altro canto, il ‘four i can’t’ evidenzia lo stretto legame creatosi tra Cina e Africa e l’impossibilità da parte di terzi – con velato, ma non troppo, riferimento alle potenze occidentali- di ostacolare questo progetto/processo di crescita e collaborazione.

‘Il velato, ma non troppo, riferimento alle potenze occidentali’, della prima parte dell’editoriale, si fa più tangibile nella seconda parte dell’articolo, nel quale il Global Times rigetta tutte le accuse rivolte alle strategie cinesi in Africa e passa all’attacco, affermando che «dal momento che molte nazioni africane hanno annunciato la propria indipendenza, ogni sovranità è stata costantemente disturbata dai paesi occidentali, il che ha causato piuttosto un’estesa erosione», e quindi, in conclusione «la scossa del colonialismo occidentale e una mentalità straniera distorta hanno impedito all’Africa di svilupparsi sulla propria strada e hanno fatto sì che molte di quelle nazioni si trovassero dietro altri continenti».

Questo duro monito, però, non va letto solo in funzione propagandistica, ma bisogna chiedersi perché ribadire così veementemente tale posizione? Perché creare una netta linea di demarcazione tra il vecchio colonialismo occidentale e la grandiosa collaborazione Cina-Africa?

Quello che si può scorgere, dietro queste pungenti parole, sono delle difficoltà che lentamente stanno emergendo e che potrebbero incrinare una cooperazione strategica che, ancora, sembra essere idilliaca. Infatti, una serie di pressioni interne ed esterne potrebbero portare la Cina a rimodulare la sua mira espansionistica in Africa.

Sul versante interno si riscontrano due problematiche: un indebolimento dello yen cinese nei confronti del dollaro, che se non fermato da misure mirate potrebbe ripercuotersi su tutta l’economia cinese; la riduzione del prestito sul fronte BRI e il conseguente ridimensionamento del progetto rispetto ai fastosi annunci originari.

Pressioni esterne, invece, giungono dal Fondo Monetario Internazionale, che ha richiamato il Ministero del Commercio cinese in modo che si conformi agli standard internazionali di prestito e ai principi del Club di Parigi sulla sostenibilità del debito.

A ciò si devono aggiungere le notizie che arrivano dalla Francia. Infatti, Jean-Yves Le Drian, Ministro per l’Europa e gli Affari Esteri, ha dichiarato, presso la sede dell’Agenzia di Sviluppo francese (AFD), che «entro il 2019, la quota delle donazioni sarà quadruplicata, da 300 a 1,3 miliardi di euro, e andrà a ‘paesi poveri e fragili’». Questo aumento è parte di un programma più ampio che vedrà lo 0,55% del PIL destinato allo sviluppo. Le parole di Le Drian sono datate 3 settembre 2018, proprio in concomitanza con l’inizio del FOCAC, una coincidenza?

A far da spalla alla Francia e all’Europa per lo sviluppo dei Paesi africani potrebbero esserci anche gli USA di Donald Trump. Il Presidente americano non si è mostrato mai benevolo nei confronti dell’Africa e non ha risparmiato attacchi dispregiativi al continente, ma negli ultimi tempi sembra esserci un atteggiamento più conciliante, dettato anche dall’ansia dell’espansione cinese.

La ‘paura rossa’ potrebbe, dunque, giocare un ruolo chiave nelle politiche euro-americane e creare un fronte solido e concreto che contrasti quello cinese nella cooperazione e nello sviluppo del continente africano.

In tutto ciò l’Africa sembra essere sempre spettatore dietro le quinte e ininfluente delle politiche socio-economiche che si giocano all’interno dei suoi territori. Un laissez faire tipico africano che, però, sembra venire meno con la presa di coscienza da parte di molti Stati della condizione di subalternità rispetto alla forza economica cinese. Le preoccupazioni da parte dei popoli africani sono aumentate e si chiedono quanto realmente sia vantaggiosa questa collaborazione con la Cina. Malcontenti raccolti dal Daily Nation kenyota che si esprime in questi termini «è giunto il momento per i leader africani di interrogare criticamente le loro relazioni con la Cina».

Per approfondire maggiormente questa analisi sulle questioni cino-africane abbiamo contattato Marco Cochi, analista per il think tank ‘Il Nodo di Gordio’, docente presso la Link Campus University e ricercatore presso l’Osservatorio sul Fondamentalismo religioso e sul terrorismo di matrice jihadista dell’Università della Calabria. Ha da poco dato alle stampe per i tipi di Castelvecchi il volume ‘Tutto cominciò a Nairobi. Come al-Qaeda è diventata la rete jihadista più potente dell’Africa’, che racconta come si è evoluta la minaccia del terrorismo di matrice islamica nel continente africano.

In un editoriale del Global Times, pubblicato dopo la chiusura del vertice FOCAC, la Cina ha ribadito le sue linee guida dei suoi investimenti in Africa, segnate, come si evince dal rapporto, da due tipi di approcci, quello dei “cinque no” e quello dei “quattro non posso”, non mancando di rimarcare la differenza tra il suo piano di attuazione e la politica colonialista occidentale. Perché il Governo cinese sente il bisogno di rimarcare la specificità delle sue azioni e le differenze con le pratiche di investimento europee? È solo propaganda o dietro queste parole si nasconde una difficoltà?

Il settimo Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC), che si è appena concluso, ha portato a Pechino oltre 50 capi di Stato e di Governo africani pronti a  fare pressioni per riscuotere una quota della generosità del governo cinese che, come nello scorso FOCAC di tre anni fa a Johannesburg, ha stanziato 60 miliardi di dollari (in realtà 10 dovranno essere messi a disposizione da aziende private cinesi) per lo sviluppo infrastrutturale del territorio, specie in ottica commerciale. Un’ulteriore conferma della politica di sviluppo che il gigante asiatico sta adottando da oltre due decenni nei confronti del continente africano e che di fatto dal 2009, l’ha portato a diventare il primo partner commerciale dell’Africa. In tutto questo Pechino rimarca le differenze con le pratiche di investimento europee impegnandosi al rispetto di “cinque no” nelle relazioni con gli Stati africani: no a modifiche del percorso di sviluppo che deve rimanere in linea con le rispettive condizioni nazionali, no all’interferenza negli affari interni, no all’imposizione dei voleri di Pechino, no a legami finanziari di assistenza e no alla ricerca di vantaggi politici nel fornire finanziamenti o nell’investire in Africa. Tuttavia, c’è da sottolineare che al tempo stesso adotta una linea difensiva nei confronti dei partner africani, come dimostra il fatto che lo sblocco di una larga parte dei 60 miliardi di fondi stanziati dalla Cina prevede il rispetto di una vasta gamma di accordi e memorandum, che impongono una lunga serie di vincoli sui progetti e garanzie di credito che i governi africani sono tenuti a rispettare. C’è da precisare che tutti questi obblighi e garanzie finiscono per essere considerati come sovvenzioni e ‘prestiti politici’. Inoltre, il modello di diplomazia economica cinese richiede che anche le mere iniziative private, che coinvolgono attori non statali in Cina, siano accorpate a imprese governative e richiedano come controparti sul lato africano solo agenzie governative, ministeri o imprese statali. Dopo la solenne cerimonia di firma degli accordi per progetti di sviluppo al termine del FOCAC, molti imprenditori africani privati ​​sono rimasti sconcertati nello scoprire che le loro controparti cinesi non si muoveranno, a meno che gli operatori africani non riescano a portare i propri governi al tavolo. Da ciò si evince che la Cina è generosa nelle sue promesse ma guardinga nel dispensarle, forse anche più dei donor europei.  

Se è effettivamente sulla difensiva e si è resa conto delle difficoltà, come si sta riorganizzando la Cina sul fronte investimenti in Africa?

La Cina in Africa (e non solo) sta cercando di presentarsi come il nuovo volto della globalizzazione, ma questo attuale modello non incoraggia molto l’aumento dell’interazione tra le nazioni, favorendo solo una maggiore influenza della potenza asiatica su scala mondiale e comportando il rischio di una formula che funziona solo nell’interesse cinese. Inoltre, non possiamo ignorare che la Cina ha intrapreso un serio processo di transizione economica e uno dei problemi principali del suo approccio agli aiuti esteri è l’alto livello di debito detenuto nei confronti di numerosi Paesi in via di sviluppo, che potrebbe rivelarsi insostenibile per le economie in crescita. Senza tralasciare il tangibile rischio che il continente africano diventi eccessivamente dipendente da un unico Paese.

Molti Paesi africani, ovviamente, sono disposti ad accettare le tesi cinesi sugli investimenti, memori degli strascichi del colonialismo passato e del silenzioso, ma sempre presente, colonialismo attuale espresso in forme diverse. Quali però, se ci sono, i dubbi che i Paesi africani hanno sugli investimenti cinesi? Si sta sviluppando un pensiero critico africano su questo punto?

Per rispondere a questo quesito è importante precisare che l’approccio cinese all’Africa è ispirato più dai bisogni interni che da una visione politica globale e l’elemento fondante del partenariato sino-africano è il pragmatismo economico: nessuna condizione politica ma solo contratti da firmare. Detto sistema, però, non tiene conto di certi criteri internazionali in materia di investimento e di diritti umani e pone il rischio che l’Africa non sia in grado di gestire al meglio l’eccezionale flusso di finanziamenti. I detrattori della sempre più avvolgente influenza di Pechino in Africa ritengono che l’economia africana abbia acquisito una dipendenza troppo marcata rispetto a quella cinese e gran parte del recente sviluppo del continente dipende dalle performance dell’ex Celeste Impero. Tale dipendenza ha penalizzato i Paesi africani ricchi di risorse ma con un basso reddito medio. Di conseguenza, i critici dell’espansione cinese nel continente ritengono che un grande mercato come l’Africa dovrebbe ridurre la propria dipendenza dal colosso asiatico e avviare un processo di sviluppo maggiormente autonomo per riequilibrare il rapporto economico sviluppatosi tra i due blocchi.

La Francia ha recentemente rilanciato, tramite l’Agenzia di cooperazione allo sviluppo (AFD), un programma che prevede lo 0,55% del PIL destinato allo sviluppo e, sempre in questo senso, delle donazioni che arriveranno ad un miliardo di euro nel 2019, rispetto ai 300 milioni attuali. Cosa sta succedendo? La Cina fa davvero così paura? La Francia, in particolare, che in Africa non ha mai avuto un ruolo di secondo piano, anzi, sta iniziando a capire quanto sarà importante l’Africa in futuro? O a spingerla in queste nuove iniziative sono i pericoli derivanti da un’Africa sempre meno nera e sempre più con occhi a mandorla?

La Francia ha sempre perseguito una politica specifica per l’Africa sin dai tempi di Charles De Gaulle, che interpretava le relazioni tra Parigi e le sue ex colonie in Africa attraverso il sistema della cosiddetta Françafrique, legato alla figura politico francese Jacques Foccart, che per quasi quattro decenni ha plasmato gli assetti politici del continente africano e ha fatto da cerniera nel costruire relazioni tra i presidenti francesi e quelli africani in uno stretto rapporto di stampo neocoloniale. L’attuale presidente francese Emmanuel Macron, oltre a mantenere una rilevante presenza militare nel continente in operazioni di contrasto all’insorgenza jihadista, fin dal suo insediamento ha dato segnali di voler abbandonare definitivamente le antiche chimere neocoloniali e sviluppare una politica volta a realizzare una collaborazione sostenibile e reciprocamente vantaggiosa tra il suo Paese e l’Africa. Una politica non priva di ostacoli, ma necessaria a rimodulare l’approccio di Parigi verso le economie africane in crescita, che rimangono fondamentali per il futuro della Francia. Macron ha più volte ribadito la necessità di una cooperazione europea nei settori della sicurezza e dello sviluppo. Del resto, uno dei suoi capisaldi africani è basato sul fatto che è proprio in Africa che l’Europa può e deve cominciare a sviluppare una visione strategica comune per proiettarsi nel futuro, superando le frontiere dell’Unione. In definitiva, i segnali che evidenziano la determinazione di Macron nel chiudere la pagina della Françafrique sono molteplici ed evidenti, resta da vedere se e in quanto tempo il presidente francese riuscirà a concretizzare la sua “partnership rinnovata” con l’Africa.

Sul fronte USA, invece, un Trump sempre critico e senza una vera politica per quanto riguarda l’Africa, sta rivalutando un piano d’azione nel continente. È così?  Deriva tutto ciò sempre dalle mosse che sta attuando la politica cinese?

La Casa Bianca ha più volte criticato le politiche cinesi e rischiando la perdita d’influenza ha rilanciato investimenti nell’ambito dell’asse Asia-Pacifico con Australia e Giappone, i cui termini restano incerti. Ma sarei orientato a ritenere che la politica africana degli Stati Uniti, più che dalle dalle mosse di Pechino nel continente sia sollecitata dallo spiccato approccio alla sicurezza del presidente Donald Trump, come dimostra il fatto che questa regione vanta la più importante presenza di truppe Usa dopo il Medio Oriente. Del resto, l’aumento della presenza di militari americani in Africa è in linea con strategia decisionista del presidente Donald Trump per arginare il terrorismo. Per questo, unità di élite statunitensi addestrano e supportano le forze di sicurezza locali in chiave anti-terrorismo per riuscire a formare reparti speciali capaci di contrastare i più sanguinari gruppi jihadisti attivi nel continente come Boko Haram, al-Shabaab e il Gruppo per il sostegno all’islam e a i musulmani, che ha riunito sotto un’unica sigla tutti le fazioni fedeli ad al Qaeda operative nella vasta area del Sahel.

Vede, in questo senso, una polarizzazione di due fronti opposti sul versante africano? Cioè, crede che la forte politica economica cinese in Africa possa far nascere un fronte comune EU-USA che possa competere con la Cina in Africa, replicando una sorta di guerra fredda – ma con diversi attori – per il continente nero?

Non mi sento di escludere nessuna ipotesi, ma al momento ritengo remota la possibilità della nascita di un fronte comune Europa-Usa che entri in competizione con la Cina per espandere la sua influenza in Africa.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore