sabato, Dicembre 7

‘Climate Launchpad’, il trampolino di lancio per il clima che premia i giovani "Sta diventando un movimento globale a giudicare dalla qualità dei progetti presentati". A colloquio con l’AD della EIT Climate-KIC, Kirsten Dunlop

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Climate Launchpad, il ‘trampolino di lancio per il clima, è la ‘gara verde’ più grande del mondo. Quest’anno la sede scelta per questa tenzone era Amsterdam, la più grande città olandese che ha voluto così mostrare al mondo le sue credenziali ambientalistiche raccogliendo il 14-15 novembre ‘la meglio gioventù’ tra ricercatori, scienziati, mini-imprenditori selezionati tra i 2601 incubatori di 53 paesi che avevano presentato i loro progetti. Tali progetti sono stati successivamente valutati da esperti in 70 paesi inviati dagli organizzatori dell’evento ‘Climate Launchpad (Trampolino di lancio per il Clima). Quelli che sono stati selezionati erano presenti con i loro ideatori, ad Amsterdam per cercare di aggiudicarsi i premi in palio oltre a finanziamenti per realizzare e lanciare i loro progetti.

Nato sei anni fa con lo slogan ‘salvare il mondo una start-up alla volta’, ‘Climate Launchpad ha sostenuto finora ben 6.700 idee che hanno portato alla creazione di 8000 posti di lavoro in 1.900 incubatori. Per l’anno venturo si pensa già di allargare i paesi partecipanti portandoli a 70. 

Ma sarà soprattutto l’Italia a dover tenere gli occhi puntati su questi giovani e altri che verranno selezionati per il prossimo anno quando l’Italia parteciperà, in tandem con Glasgow, al COP26, il maggiore evento ambientalista del mondo. La decisione finale per il Cop 26 è stata ‘salomonica’: l’evento si terrà nella città scozzese nel novembre 2020 mentre l’organizzazione e soprattutto gli incontri preparatori tra i giovani si faranno in Italia, tra Milano, Napoli e altre città italiane.

Dopo il rifiuto di Santiago del Cile ad ospitare quest’anno il Cop25 (ripreso per i capelli da Madrid dove si svolgerà a inizio dicembre), lo scettro del più grande evento ambientale al mondo sarà assegnato quindi alla Scozia con l’appoggio organizzativo italiano. Un ‘contentino’ che si potrà però trasformare in una opportunità incredibile per l’Italia che dovrà accogliere e indirizzare migliaia di giovani da tutto il mondo verso nuove strade fatte di progetti, iniziative e innovazione. 

È a questi giovani arrivati ad Amsterdam da tutti i continenti che si è rivolto Consantjin Oranje-Nassau, fratello del re d’Olanda Wilhelm, invitandoli a «cogliere il momento giusto per lanciare un progetto di successo», «un progetto che sia rilevante ma anche giunga nel momento opportuno», un progetto che possa diventare «una ispirazione anche per altri paesi».  Ed ha sottolineato che «la cosa più importante in questo evento è la sua globalità e la capacità di entrare in contatto con quello che avviene nel resto del mondo» L’Italia ha tutto l’interesse ad ascoltare questo messaggio e farne tesoro per l’organizzazione degli eventi del prossimo anno e soprattutto per incoraggiare i suoi giovani a realizzare in patria i loro progetti innovativi.

Vincitrice assoluta della sesta edizione di Climate Launchpad , annunciata in chiusura dei lavori il 15 novembre, è stata una start-up del Kenya, ‘Leafy Ke‘, che ha mostrato come i pannolini dei bebé possano essere usati come combustibile per il riscaldamento delle abitazioni. Il leader del gruppo kenyota che ha vinto il primo premio, Peter Gachanja, ha commentato questa vittoria inaspettata spiegando che «con questo sistema i bambini potranno vivere senza fumo in casa causato dai combustibili sporchi usati nelle abitazioni con una riduzione importante anche delle emissioni di gas nell’atmosfera». Un eccellente esempio di riciclo di sostanze che andrebbero altrimenti ad inquinare l’ambiente e un risparmio di spesa energetica considerevole.

Più tecnologico il secondo classificato, l’indiana ‘Maclec‘, una piccola compagnia per la produzione idrocinetica da turbine, mentre al terzo posto una piccola startup svizzera ‘Enerdrape‘ che ha presentato un pannello geo-termico che riesce a catturare il calore del sottosuolo per utilizzarlo per il riscaldamento o il raffreddamento degli edifici. Una innovazione che potrebbe ridurre in maniera significativa le bollette energetiche in tutto il mondo oltre a risultare positivo con il suo impatto ambientale ridotto.

Ad aprire i lavori di questa avvincente finale di progetti ‘verdi’ la dott.ssa Kirsten Dunlop, amministratore delegato della EIT Climate-KIC, la compagnia europea all’origine dell’iniziativa da lei definita “movimento globale” che è riuscita con il passar degli anni a “costruirsi sulle esperienze precedenti” e a individuare “le zone di maggiore necessità e i rimedi da apportarvi”. 

Dunlop, australiana – ha vissuto e lavorato vari anni in Italia, parla bene la lingua di Dante e ha sposato un italiano – ha tenuto a sottolineare nel suo colloquio con ‘L’Indro’ il ruolo dello stato, del governo nel creare il mercato e soprattutto nel mettere insieme pubblico e privato, creando un “capitale da trasformazione” da poter dividere tra tutti e mantenere così i giovani in patria. 

 

Come vede la situazione in Italia con la sua ‘crescita zero’? E come può una cultura ambientalista diventare la cultura del nostro paese?

Il problema in Italia sono i nostri punti di riferimento. Quando si parla ad esempio di crescita zero ci riferiamo a una serie di concetti che riguardano il GDP. Ma la ricchezza in Italia è altrove. Se è vero che ci sono responsabilità di molti, io partirei da una riflessione di come viene definito il valore. In Italia la ricchezza non è la liquidità. Chi viene a vivere in Italia ad esempio trova che non c’è molta disponibilità di case in affitto. Il valore degli immobili non è infatti ‘liquido’ perché le famiglie tendono a conservare le proprietà e a passarsele in famiglia. Quindi il valore è tutto lì ma non figura in questi discorsi di crescita anche perché il valore viene compreso in altri modi, è intangibile e non viene calcolato nella maniera in cui ragiona il mondo, gestito sul modello americano e sull’importanza di una crescita economica. Credo che in Italia ci sia una opportunità per definire diversamente il concetto di valore e incominciare a reclamare il valore dell’intangibile, in valore dell’idea, il valore della speranza, il valore della memoria, la capacità di proteggere a lungo gli ‘asset’, le proprietà, il rapporto tra tali ‘asset’ cioè terre, case, foreste ecc con le persone, le comunità e i vantaggi che derivano dalle persone che li curano, che se ne occupano. Quindi questa capacità di comunità, di cura è uno dei grandi vantaggi che ha l’Italia che a mio avviso è molto importante e ha quindi ottime prospettive per attrarre i giovani e per riprendere un rapporto tra arte e scienza, nella costruzione di soluzioni per il futuro che è una cosa che si è persa nell’arco della rivoluzione industriale e di cui avremmo un bisogno enorme adesso, ma anche nella capacità di costruire ad esempio ecosistemi legati alla comunità. 

Ha qualche esempio concreto da proporre?

In Emilia Romagna questo si vede per esempio: hanno creato una serie di iniziative con sistemi tecnici diversi che possono interagire tra loro. Incominciamo quindi a capire che l’idea principale che ha il mondo, e a cui noi diamo risposte che chiamiamo ‘circle-economy’ non esiste ancora, non ci sono modelli per questa ‘economy’ e quindi bisogna inventarli. Bisogna cominciare a ragionare con concetti di valore diversi. Che sono concetti di proprietà comune, di riferimenti nel tempo, di cambiamenti di valore tra un anno e l’altro e tra luoghi diversi. Come possiamo creare forme narrative nuove che possano ad esempio ragionare sui principi ad esempio di ‘co-ownership’, coproprietà. L’Italia ha una serie di abitudini culturali molto più precise, che vanno riviste o rivalutate. 

Lei ha vissuto in Italia. Quali sono a suo avviso i suoi punti di forza? 

Ho lavorato prima a Milano poi a Treviso. Ho lavorato per le Generali negli anni 2000 e conosco la situazione in Italia. I punti di forza in Italia sono le comunità e quelli deboli il rapporto tra politica e individuo. Bisognerebbe creare un ‘level playing field’, una situazione di parità che possa aiutare a creare quelle che io chiamo ‘hollow chain’, la catena aperta, con tecnologie che creano le condizioni per uno scambio di valori ‘senza intermediazioni’ e quindi senza la necessità che ci sia qualcuno in mezzo che intaschi i soldi. L’ideale per l’Italia sarebbe di creare le condizioni per uno scambio di valori trasparente e equo. Non credo sia necessario cambiare il sistema politico che in queste situazioni si cambierebbe da solo. 

Ma cosa si fa di fronte alle partenze dei giovani? 

In Italia ci sono ancora in forza delle generazioni che hanno avuto tutto, non hanno dovuto pagare e non sanno quindi affrontare il futuro. Quando ero in Italia per esempio mi ricordo che la gente gettava la spazzatura per strada poi andavo nelle case degli italiani, e le trovavo spesso bellissime e pulitissime. Per cominciare ad avere una cura per l’ambiente, è necessario passare attraverso le famiglie, spiegando loro quello che è meglio per il paese. 

E cosa può dirmi di questa iniziativa di Climate Launchpad? 

Sta diventando un movimento globale a giudicare dalla qualità dei progetti presentati e dal fatto che la gente li costruisce sulla base di quello che è stato già fatto, imparando gli uni dagli altri e rivolgendosi ai settori dove è maggiormente sentita la necessità di intervenire. Il valore aggiunto di Climate Launchpad è che tutti i partecipanti sono ‘vincitori’ in quanto sono stati selezionati e rappresentano la prossima generazione di leader del movimento verde nel mondo. Avranno cosí la possibilità di far conoscere le loro ricerche e apprendere dagli imprenditori interessati ad esse come applicarle nel loro paese o comunità. 

Per me – ha concluso Kirsten Dunlop – “quest’anno abbiamo avuto risultati fantastici pieni di impegni verso un’azione per il clima.  Guardiamo ora con grande interesse alla possibilità di sostenere questi imprenditori e ricercatori che portano le loro idee nel sistema che noi sosteniamo”. 

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