sabato, Dicembre 7

‘Climate Launchpad’: ecco come il mondo potrà cambiare grazie ai giovani (e anche ai meno giovani) Alcuni dei progetti giunti alla finale del premio come descritti dai loro ideatori

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All’incontro finale di Climate Launchpad, il trampolino di lancio del clima che si è svolto a metà novembre ad Amsterdam, sono stati premiati una serie di progetti presentati da gruppi di giovani ricercatori di tutto il mondo. Ecco alcuni dei progetti giunti in finale come descritti dai loro ideatori

‘Oscillum’ o l’etichetta che cambia colore

L’invenzione di un gruppo di giovani ricercatori spagnoli, tra cui Luis Scimeno che ce lo spiega, è una speciale etichetta che indica lo stato di deterioramento dei prodotti alimentari, specialmente carne e pesce. Purtroppo, ci spiega Scimeno che ha studiato e lavora all’Università ‘Miguel Hernandes’ di Elche (Alicante), le etichette apposte dai mercati e supermercati che determinano la vita di esposizione dei prodotti alimentari – che vengono definite ‘best before’ o ‘da consumarsi entro’ – non rispecchiamo la vera durata del prodotto che per motivi di sicurezza viene ridotta per evitare problemi. “Noi abbiamo invece creato un’etichetta” – dice – “che indica l’effettivo stato di conservazione del prodotto che non sempre coincide con la data di scadenza”. Si tratta di una etichetta che, al contatto con il prodotto alimentare, cambia colore: il giallo indica che il prodotto si può consumare in tutta sicurezza, il verde è un invito a consumarlo presto, mentre il blu mette in guardia da ogni tentativo di consumarlo

Questo vuol dire che molto cibo viene gettato via anche se è invece ancora buono da consumare” spiega Scimeno, e aggiunge che la data indicata sulla confezione non ha molto significato e che molto dipende invece da come il prodotto è stato confezionato e dalla temperatura di conservazione. Il consumatore ha quindi in mano uno strumento utile per capire se il prodotto si può ancora consumare. Il segreto dell’etichetta che cambia colore? Ricreare al suo interno il processo di deterioramento del prodotto: l’etichetta diventa così la spia ineguagliabile della sua freschezza (o meno) passando dal giallo (tutto ok) al verde (da consumare presto) al blu (assolutamente da non consumare).  L’etichetta viene venduta a chi prepara i prodotti per la vendita che la includono nella confezione.  Non c’è il rischio che l’etichetta-semaforo possa confondere il consumatore?”. “Nessun rischio – risponde – “perché la gente sa che i colori sono tre e che il blu è quello da evitare. Non si può fare confusione”.

Green-mining, ovverosia ‘la miniera-verde’

Tra i progetti finalisti, che riceveranno quindi la maggiore attenzione da parte degli investitori, figura anche un progetto brasiliano: Green-mining. “La miniera verde”– dice Rodrigo Olivera, che è il suo ideatore – “sono i rifiuti urbani”. “La spazzatura come miniera?”. “Noi lavoriamo nei centri urbani” spiega. “Recuperiamo tutto quello che può essere risorsa: petrolio, sabbia, prodotti da costruzione, legname, vetro ecc. Le compagnie stesse pagano per questi materiali. C’è un punto di concentramento dove portiamo tutto il materiale che raccogliamo e lo mettiamo in appositi contenitori. Quando il contenitore è pieno portiamo il materiale a chi lo chiede. Questo facilita il compito perché non abbiamo altri mediatori, noi portiamo il materiale già selezionato e chi lo riceve paga”.  

La raccolta viene fatta da persone a basso reddito o senza lavoro: noi forniamo loro i mezzi di trasporto (tricicli e abiti da lavoro) e diamo loro la possibilità di guadagnare. La gente a cui consegniamo il materiale paga il servizio. Noi raccogliamo gratuitamente ma chi ci paga sono coloro a cui portiamo il materiale”.

Lavoriamo a San Paolo, Rio de Janeiro, Brasilia” – conclude Rodrigo Olivera – “Sempre in grandi città. Per il momento ‘Green-Mining’ dispone di 39 dipendenti. Ogni volta che raccogliamo materiale si risparmia in emissioni e il nostro lavoro ha un grande impatto climatico”. 

I progetti dal Pakistan

Sheik Daneesh ci parla di Goat for money (una capra per danaro). I contadini che cercano soluzioni ‘verdi’ per l’energia necessaria a lavorare la terra possono ‘comprarla’ vendendo una capra. “Una capra?”. Si molti di coloro che lavorano la terra in Pakistan non hanno soldi ma hanno gli animali. Vendendo una capra possono acquistare l’energia di cui hanno bisogno. Se vogliono ad esempio acquistare pannelli solari, la capra potrà diventare la strada da percorrere per avere l’energia pulita.

Sempre nel campo dell’energia ‘verde’ c’è il progetto ‘Green-tech-energy’ o Fruges, che consiste nella produzione di speciali semi che chiedono meno acqua e meno fertilizzanti ma danno un raccolto migliore, riducendo le emissioni di anidrideMa come si creano questi semi? È una speciale formula chimica ‘bio’ che permette al seme di crescere in un ambiente sano. Non è modificato geneticamente ma è completamente organico.

Il terzo progetto pachistano è il Geoaircon, che permette di creare un sistema di condizionamento per le abitazioni posto a 15 piedi sottoterra: la temperatura a quella profondità, trasmessa all’abitazione sovrastane, permette di mantenerla stabile e costante anche all’interno della casa contribuendo anche alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica. “Questo” – spiega Sheik Daneesh– “ci permette di conoscere meglio il sistema su cui si basa il riscaldamento del pianeta e ci offre sistemi nuovi per ottenere migliori soluzioni e lanciare la nostra startup che ha già avuto molti consensi”.

Maclec dall’India

Il progetto che ha vinto il secondo premio al Climate Launchpad di Amsterdam è  ‘Maclec’ e ce ne parla Sargerao Bapu Doltades. Maclec è un sistema di micro generatori e uno di purificazione dell’acqua

Nel primo caso si creano mini centrali elettriche che possono essere installate anche in acque basse e non correnti. Si impedisce in questo modo il ristagno dell’acqua con tutte le conseguenze per la salubrità delle acque stesse e soprattutto si crea energia elettrica anche in assenza di cascate o ruscelli. 

Il secondo progetto di purificazione idrica è specialmente rivolto alle popolazioni rurali che vivono in piccoli villaggi.  Il grande problema lì è il rischio per l’acqua, causa di morte di molti bambini. In India si calcola che ogni anno muoiono almeno 1,5 milioni di bambini per la diarrea dovuta all’acqua non potabile. Ma chi vive nei villaggi non può permettersi un sistema di purificazione dell’acqua. Il progetto proposto consiste nel creare micro-bolle che a loro volta generano impulsi elettrici che ammazzano i microorganismi dannosi presenti nell’acqua. Niente filtri né membrane, solo micro-bolle.    

Attualmente” – dice Sargerao Bapu Doltades – “si usano prodotti chimici per disinfettare l’acqua potabile. Noi vogliamo invece introdurre tecnologie verdi che siano anche sostenibili. Stiamo sperimentando questo progetto nella regione indiana di Maharashtra nei pressi della città di Pune dove abbiamo puntato su due distretti per sperimentare questo sistema innovativo che non richiede né manutenzione né elettricità”. 

Dal Brasile all’Italia: Marco Curatella e il progetto ‘Adapta’

Una compagnia gestita da due italiani (insieme a Marco Curatella, esperto finanziario, c’è anche Daniele Cesano che ha un dottorato in ingegneria ambientale) e quattro brasiliani. E’ Marco Curatella che ci racconta la sua esperienza di italiano all’estero, prima per 10 anni in banche d’affari in Brasile e poi altri dieci nel settore della revisione finanziaria sempre in Brasile e infine negli ultimi 5 anni impegnato in progetti di impatto, di asset-management e consulenza nella strutturazione di progetti nei quali prendeva una piccola partecipazione. Alcuni di essi erano finanziati dalla Banca Interamericana di Sviluppo.

Il progetto ‘Adapta’ ora fa due cose: continua a lavorare come società privata nella prosecuzione dei progetti di sviluppo realizzati nello stato di Bahia come appoggio alle autorità locali. Lo stato di Bahia appoggia il nostro modello MAIS (modulo agroclimatico intelligente e sostenibile) che ha dato risultati comprovati che dimostrano di poter offrire un aumento del reddito del 100% e una riduzione delle oscillazioni produttive nei piccoli produttori anche in presenza di siccità.  Il modello garantisce la sopravvivenza del suolo a una siccità fino a due anni. Si usano tecniche di rigenerazione e si parte da zone degradate (pascoli abbandonati, deforestazione ecc) e nel giro di 2-3 anni l’area viene trasformata con la ricostruzione della struttura microbiologica del suolo sia per il pascolo che per i sistemi forestali combinando piante e alberi che aiutano la ricomposizione naturale del suolo e fertilizzano con la biomassa vegetale proteggendolo

Inoltre, il gruppo Adapta vuole ora venire in Italia per portarle il nostro sistema, a cui crediamo molto, convinti che questo sia l’unico modo per creare una trasformazione ambientale e sociale in zone in condizioni degradate e dove non c’è più reddito dalle attività tradizionali legate alla terra. I vantaggi qui sono evidenti: si frena l’esodo rurale, si aiutano le donne a inserirsi e questo permette loro di intervenire nel campo del lavoro (a tutto vantaggio dell’equilibrio familiare). Il sistema diventa così importante anche per la stabilità sociale.Gli strumenti tecnologici possono ora aiutare anche i giovani a interessarsi alla terra con un approccio molto più tecnologico di prima anche cercando di riscoprire tradizioni di colture passate.

È un cambiamento di paradigma che vogliamo proporre ora all’Italia, conclude Marco Curatella.  “Il nostro obiettivo è di creare aree di produzione pilota in Piemonte, Sicilia, Toscana, Veneto, Emilia cercando di vedere come sviluppare in Italia una struttura che possa favorire la ripopolazione delle campagne. Noi vogliamo andare oltre il bio perchè il bio non rigenera l’ambiente mentre il nostro progetto sì”. E da dove partirà l’offensiva alla riconquista della terra in Italia?  “Ma dal Piemonte ovviamente, la terra da dove sono partito un quarto di secolo fa”.    

Fill up! Un sistema di riutilizzo dei vuoti che viene da Singapore

Sono due giovani Joel Li e Ann Chen, tra i finalisti del Climate Launchpad2019.  La loro ‘start-up’ si chiama ‘Fill Up!’. Non hanno vinto i primi premi ma il loro progetto sembra geniale nella sua semplicità. Più che un progetto è un nuovo comportamento: riutilizzare i vuoti come già avviene, ma collegandosi direttamente ai fornitori dei prodotti stessi. Il sistema consiste nell’acquistare in grandi quantità dalle case di prodotti di bellezza e per la cura della persona (Unilever, P&G, Johnson&Johnson ecc.) e proporre alle istituzioni come collegi e residenze universitarie di rivendere loro i prodotti a prezzi molto convenienti per studenti e insegnanti. L’idea, dicono, piace alle grandi case che hanno cominciato a interessarsi al loro progetto che permette di risolvere il problema dei vuoti di plastica che aumentano a dismisura mettendo a repentaglio la salute del pianeta.

Per concludere abbiamo raccolto la storia di Maria Briglia, una ricercatrice di Foggia sposata a un olandese che vive in Olanda. “In Olanda” – racconta la signora Briglia – “ho trovato un buon lavoro nel campo scientifico che mi ha portato anche in altri luoghi in Europa. Ma quando sono diventata mamma ho lasciato il lavoro per occuparmi di mio figlio. Una volta cresciuto mio figlio mi ha detto un giorno: ‘Tra tutti i miei compagni di scuola tu sei l’unica mamma che non lavora’. Allora ho cercato un lavoro nel settore della ricerca e l’ho subito trovato nel campo della gestione dei sedimenti del fango. Una volta che sono andata in visita in Italia con un gruppo della mia compagnia uno dei dirigenti della regione Lombardia ha molto apprezzato il mio lavoro e voleva riproporlo anche lì. Mi ha fatto molto piacere che quello che ho fatto sia stato apprezzato. Il che vuol dire che il sistema che ho ideato funziona. L’anno scorso abbiamo vinto il secondo premio nella iniziativa di ‘Climate Launchpad 2018’ e quest’anno sono ritornata per dare una mano come volontaria e assistente per le centinaia di giovani arrivati qui da tutto il mondo”. 

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