mercoledì, Settembre 30

Civili sotto attacco

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Subito prima di Natale, la Repubblica Centrafricana ha visto una nuova impennata negli scontri tra le milizie Seleka ed anti-balaka che hanno provocato un’ondata di sfollati che l’UNHCR e Human Rights Watch hanno dichiarato in pericolo di vita se non verranno rilocati dall’enclave in cui si sono rifugiati, Yaloké, in altre aree del paese o addirittura nei paesi vicini.

La Repubblica Centrafricana è nel caos dall’inizio del 2013, quando il presidente François Bozizé, arrivato al potere nel 2003 con un colpo di stato, è stato deposto dal movimento Seleka dopo un breve periodo di governo congiunto. Michel Djotodia si è autoproclamato leader del movimento e nuovo capo di stato.

Per mesi il movimento Seleka, formato da un disordinato insieme di gruppi armati a maggioranza musulmana provenienti dal nord del paese, ha seminato terrore tra i civili, colpendo principalmente i cristiani che costituiscono l’80% della popolazione. In reazione al carattere predatorio e violento dei Seleka, la popolazione cristiana delle regioni sud-occidentali si è organizzata in gruppi di difesa, le milizie anti-balaka (anti-machete in lingua Sango), che ben presto si sono trasformate in vere e proprie squadriglie, attaccando indiscriminatamente non soltanto le roccaforti Seleka ma anche i civili musulmani.

A gennaio 2014, Djotodia, incapace di ristabilire l’ordine, è stato costretto a dimettersi da una coalizione composta dai paesi della regione e dal cosiddetto G5 (Francia, Unione Africana, Nazioni Unite, Unione Europea e USA). A Bangui si è insediato un governo di transizione guidato Catherine Samba-Panza, ex-sindaco della capitale.

Con la rimozione di Djotodia, i Seleka hanno perso la loro (precaria) unità, e gli anti-balaka si sono spaccati tra ‘Front de résistance’, a favore di negoziati con il G5, e i ‘Combattants pour la liberation du peuple centrafricai’n, a favore della strategia violenta e al ritorno al potere di Bozizé. Secondo il direttore della sezione Africa Centrale di International Crisis Group, sarebbe proprio l’ex-Presidente a fomentare la milizia, trasformatasi di fatto in gruppo ribelle, nella tentativo di tornare al suo posto.

Il fallimento del tentativo di dialogo di Samba-Panza con i gruppi armati, nel corso del 2014, ha portato ad un intensificarsi degli scontri tra Seleka ed anti-balaka. Amnesty International ha identificato almeno venti possibili colpevoli di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e altre gravi violazioni dei diritti umani tra i comandanti di entrambi i gruppi. Nonostante il dispiegamento, a settembre 2014, della missione ibrida ONU-Unione Africana MINUSCA con un mandato che include la protezione dei civili, e la dichiarazione da parte di entrambi i movimenti armati di voler abbandonare la strategia violenta in vista delle elezioni di giugno 2015, gli scontri continuano, coinvolgendo occasionalmente anche i peacekeepers.

Nella capitale Bangui, la popolazione resta costantemente sotto attacco. In un rapporto pubblicato il 22 dicembre, Human Rights Watch ha dichiarato che più di 10.000 musulmani sono rimasti intrappolati in alcune enclavi nella parte occidentale del paese sotto la protezione dei peacekeepers: se si spostano rischiano di essere attaccati dagli anti-balaka, ma se restano rischiano di morire di fame o per malattia. Secondo l’Ufficio per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite (UNOCHA), nel paese è in corso un vero e proprio disastro umanitario, con circa un milione di persone (su una popolazione di 4,5 milioni) costretto alla fuga (424.000 rifugiati in Chad e Camerun e 430.000 sfollati interni, dati aggiornati a dicembre 2014), e oltre due milioni e mezzo in grave bisogno di aiuti umanitari.

Sempre più di frequente, la guerra in Repubblica Centrafricana viene descritta in termini religiosi: Seleka musulmani contro anti-balaka cristiani ed animisti. Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), supportando questa lettura del conflitto, ha accusato la Francia di aver lanciato una vera e propria crociata contro i musulmani in Repubblica Centrafricana per aver inviato dei peacekeepers nel paese dopo gli scontri di dicembre 2013 che avevano provocato più di mille morti in pochi giorni. Tuttavia, numerose sono le voci che invitano alla prudenza rispetto a letture manichee del conflitto.

Secondo David Zounmenou, ricercatore all’Institute for Security Studies di Pretoria, il movimento non è mai stato vicino all’islamismo radicale ed è composto da “un mix di criminali, banditi, ex-soldati, avventurieri e qualsiasi altra figura il governo della RCA consideri fuori legge”. Il paese non ha infatti una storia di radicalismo religioso, ma piuttosto di politicizzazione dell’identità etnica: tutti e tre i presidenti che hanno preceduto il colpo di Stato dei Seleka, Kolingba (1981-1993), Patassé (1993-2003) e Bozizé (2003-2013), hanno infatti instaurato dei regimi etno-clientelari, favorendo i loro rispettivi gruppi etnici nell’accesso a posizioni di potere e alle risorse. Tutti e tre hanno monopolizzato le finanze pubbliche, assumendo il controllo del settore diamantifero e trasformando la Repubblica Centrafricana in quella che è stata definita una “gemocrazia”, ossia uno stato che si regge sul monopolio dei diamanti (Olivier Vallée, Les gemmocraties: l’économie politique du diamant africain, Paris 1997). I leader Seleka non hanno fatto altro che seguire questo stile di governo, peggiorando ulteriormente le condizioni della popolazione di quello che International Crisis Group definisce uno “stato fantasma” in un report di giugno 2014.

Nyeko Caesar Poblicks, Project Manager per l’Africa Centrale e Orientale dell’ONG Conciliation Resources, conferma che le cause del conflitto sono prima di tutto economiche, legate alla mancanza di opportunità per i giovani e alla strategia di arricchimento attraverso il commercio illegale delle ricchezze minerarie che le armi consentono. Una interpretazione del conflitto in termini religiosi, secondo Poblicks, rischia di determinare forme nuove di segregazione che in Repubblica Centrafricana non sono mai esistite, lasciando invece irrisolte le vere cause delle ripetute crisi del paese.

L’intervento internazionale, assolutamente necessario viste le condizioni di estrema debolezza delle istituzioni centrafricane, non sembra però dedicare molta attenzione ad una strategia di lungo periodo, focalizzandosi principalmente sulla sicurezza e sull’aiuto umanitario immediato. Queste cose, di fondamentale importanza per le centinaia di migliaia di cittadini centrafricani, sia cristiani che musulmani, che si trovano a vivere nelle zone di guerra, rischiano però di non essere sufficienti se ad esse non si affiancheranno programmi di rilancio dell’economia e di rafforzamento delle strutture di gestione delle finanze pubbliche.

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