lunedì, Agosto 10

Civati lo sfida, Renzi rischia

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‘Civati se n’è ghiuto e soli c’ha lassato’. Riprendendo la celebre battuta di Parmiro Togliatti, Matteo Renzi sembra così liquidare, conversando con amici e sodali, l’abbandono del Partito Democratico da parte di Giuseppe Pippo Civati. Il ‘Migliore’, come veniva chiamato l’allora capo del Partito Comunista Italiano, ridicolizzò con un definitivo «Vittorini se n’è ghiuto e soli c’ha lassato» l’addio dello scrittore Elio Vittorini, sino ad allora ‘intellettuale organico’ del Partito che lasciò nel 1951 accusandolo di «intolleranza ideologica». Era la maniera, propria di allora e tipica del Segretario comunista, di ridurre a quasi nulla obiezioni ed obiettori, dissidi e dissidenti. All’epoca, e per decenni ancora, pagava, data anche monolicità ed infrangibilità di quella forza politica, solo marginalmente intaccata anche da più consistenti rotture, come quella del Manifesto, rivista e gruppo politico, e di altre neonate organizzazioni di fine anni ’60, inizi ’70. Ma erano, appunto, altri tempi.
Adesso la maniera di rispondere di Renzi e dei suoi ricalca gli stessi modi, ma non è detto sia pagante. Certo, la ‘sinistrasinistra’ viene in Italia da anni di sconfitte. Dal semiazzeramento del 2008, quando le forze che componevano la sciagurata lista La SinistraL’Arcobaleno, partendo da un consenso elettorale precedente attorno al 12 per cento ed una complessiva rappresentanza parlamentare del 15% sia nel Parlamento Italiano che in quello Europeo, non riuscirono a raggiungere la soglia di sbarramento del 4% prevista per la corsa solitaria, superando di pochissimo il 3%. Senza ottenere neppure senatori nelle ‘regioni rosse’. Da allora è sempre stato un affannarsi alla ricerca del voto ormai involatosi per altri lidi, anche per la fortissima sirena del Movimento Cinque Stelle. Passando per la debacle della presentazione alle Elezioni Politiche 2013 di Rivoluzione civile capeggiata dall'(ex) magistrato Antonio Ingroia, per tentativi locali, per la Lista Tsipras delle Europee 2014 che subito dopo aver superato per miracolo il 4% si dissolse tra accuse e recriminazioni. (Ci sarebbe da valutare anche il percorso, e le prospettive, dell’ormai quasi disciolta Sinistra Ecologia Libertà, ma a tempo e luogo).
E dunque, chi voglia provare a ripartire deve fare in primo luogo i conti con questi feroci dati. Ben lo capiscono, sembra, sia Maurizio Landini della Fiom, che ora Civati. Avvedutamente non intendono compiere sommatorie di partitini e classe dirigente in cerca di sopravvivenza. Rimanendo su citazioni d’antan la questione non è ‘Quante divisioni ha Civati’ (dalla sprezzante battuta di Stalin su quante ne avesse Papa Pio XII). Poche, certo. Ma piuttosto se potrà dare il suo contributo ad un percorso diverso, avendo per il momento almeno dimostrato che il coraggio chi non ce l’ha se lo può pure dare. Ha giocato con intelligenza il suo addio al partito in cui aveva ottenuto un consistente 14% alle Primarie per la segreteria stravinte da Renzi a fine 2013: un più che dignitoso risultato, poco meno dell’uomo di apparato Gianni Cuperlo. Dopo aver calibrato tempi e modi del suo distacco, avvenuto in solitaria e con eccellente scelta di tempo mediatica, ora chiarisce il suo percorso. «Vedo l’entusiasmo di tanti elettori che hanno lasciato il Pd prima di me. La mia credibilità si stava offuscando, l’accusa di non avere coraggio stava diventando insostenibile, dalla prossima settimana sarà interessante vedere chi si muove con me, a partire dal Senato». Quanto alle prospettive: «Farò un progetto di sinistra di governo, Landini è un interlocutore. Non credo che la sua iniziativa si chiuda in un fronte sindacale». E saluta Renzi con un definitivo «Non ha mai provato a convincermi, preferendo imporre le sue decisioni. A leggere le liste delle regionali c’è da avere paura. Vado via senza rancore, con l’orgoglio delle mie convinzioni».
Adesso c’è, incombente, il primo passaggio per valutare i consensi di una nuova proposta politica: le Elezioni Regionali del 31 Maggio. Una partita che su questo fronte si gioca soprattutto in Liguria dove la candidata ufficiale del PD, Raffaella Paita, è contrastata dalla consistente candidatura dell’ex compagno di partito Luca Pastorino (civatiano di ferro), dopo il confuso esito delle Primarie locali e la sconfitta di Sergio Cofferati. Nelle altre regioni al voto, invece, la ribellione al decisionismo renziano potrebbe riversarsi soprattutto nel Partito del Non Voto. Come già era avvenuto nel novembre scorso in Emilia Romagna, appena il 37,71% dei votanti rispetto all’oltre 68% del marzo 2010, con un clamoroso quasi dimezzamento. (Vinse comunque il candidato PD, il renziano Stefano Bonaccini, superando il 49%). Adesso la partita è diversa, dalle prospettive nazionali, l’insofferenza verso Renzi da parte di vasti settori del suo partito cresce. Lui non fa nulla per non alimentarla, anzi. E, dunque, tempo poche settimane e si vedrà anzitutto dal golfo ligure se soffiano venti propizi ad una compagine alternativa. Con il rischio, o l’opportunità, che tra i due e più litiganti salti fuori, a sorpresa ma non troppo, Giovanni Toti. Rimettendo in sella per interposta persona il suo mentore Silvio Berlusconi. Eh già, perché, defilato defilato, sta a vedere che alla fine di tutto questo sconvolgimento il Sire di Arcore risorge una volta ancora…

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