sabato, Settembre 19

Cinquant’anni fa, la strage di Piazza Fontana Quando un pezzo di Stato tramò contro lo Stato

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È una storia che non va dimenticata. Una storia che non bisogna stancarsi di raccontare. Storia complicata, che sembra incredibile sia potuta accadere; invece è accaduta, l’abbiamo vissuta. E neppure tanto tempo fa, appena cinquant’anni fa… Una storia atroce; una storia di dolore e di morte. Il 12 dicembre 1969 a Milano in diciassette muoiono, dilaniati da una bomba collocata dentro il salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura, sotto un grande tavolo dove pensionati, commercianti, agricoltori, persone normalisi intrattengono per i loro affari e per farsi gli auguri. Le loro storie sono immortalate da un Pier Paolo Pasolini sotto choc in un lungo poema, ‘Patmos’, che ne fissa i nomi, le storie: quelle di Giovanni, Giulio, Eugenio, Pietro, Carlo, Calogero, Paolo, Luigi, Vittorio, ancora Carlo, Gerolamo, Mario, Oreste, Angelo, Attilio… e poi c’è una diciottesima vittima morta nei giorni successivi, quel ferroviere anarchico che entra vivo in questura, e vola dalla finestra del quarto piano, a causa di un malore, si dice, ‘attivo’: Giuseppe Pinelli.

Quel 12 dicembre, indelebile nel ricordo che si è fatto memoria, dei neo-fascisti collocano a Milano e Roma, simultaneamente, delle bombe. Se non c’è stata una strage maggiore, con centinaia di morti, è solo perché il cavo di uno dei due ordigni è difettoso, non esplode. Subito si incolpa un gruppo di anarchici, uno di loro, Pietro Valpreda diventa il ‘mostro’. Sono tutti innocenti. Sono stati i fascisti, ma dall’ufficio affari riservati del ministero dell’Interno di allora, si è ordita una trama per incolpare gli anarchici e in generale la sinistra. E’ una stagione ricca di fermenti e di conquiste civili e sociali. C’è chi dice no, c’è chi nell’ombra trema e trama.

Da una parte settori dello Stato lavorano per depistare, proteggere i manovali del terrore, inquinare le prove. Dall’altra altri uomini dello Stato, magistrati e poliziotti di coscienza, lavorano perché sia fatta giustizia e verità.

Si andrà avanti così per anni. I processi, prima Roma, poi Milano, poi Catanzaro, poi Bari, una sconcertante girandola, alla fine accerteranno una verità storica: sono stati i neofascisti di Ordine Nuovo, aiutati, protetti, nutriti dagli apparati infedeli dello Stato. Amara soddisfazione: i colpevoli non potranno essere puniti: Franco Freda e Giovanni Ventura, e il tramite con i servizi segreti, Guido Giannettini, assolti con sentenza definitiva, per legge non possono più essere riprocessati. Una beffa.

  Non è la sola. Paolo Dendena è figlio di Pietro, una delle 17 vittime della strage del 12 dicembre 1969 alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano. Quello che mi racconta è incredibile, ma è accaduto: “Nel 2005 la Corte di Cassazione indica in Freda e Ventura quali responsabili della strage; in precedenza però erano stati assolti con sentenza definitiva, e la legge italiana dice che una persona non può essere processato per lo stesso reato, una volta che viene assolto definitivamente. Così a noi parti civili venne perfino chiesto di pagare le spese processuali…”.

 E avete dovuto pagare quanto? Alla fine niente, perché il Governo si rese conto che non era il caso…”. Roberto Gargamelli, anarchico, assieme a Valpreda, Roberto Mander, Emilio Borghese, viene arrestato nelle ore successive alla strage; è accusato di averla organizzata e attuata. Lunghissima carcerazione, infine riconosciuto, come gli altri anarchici, innocente. Gli chiedo: quando finalmente è stato scagionato, qualcuno le ha chiesto scusa? “No, mai. Da cinquant’anni aspetto che qualcuno si scusi…L’unica cosa che ho ricevuto, nel corso degli anni, è il costo del carcere…”.

Prego? “Il conto del carcere…Il conto che si paga. La carcerazione preventiva si paga…è a pagamento”.  Lei ricorda la cifra? “Certo, 220 mila lire”. E’ stato tre anni in carcere…

 La butta sul ridere: “E’ anche un buon prezzo…Al centro di Roma, quei prezzi lì…attualmente si paga di più…Questa è stata la risposta dello Stato, dopo circa vent’anni”.

Antonio Maria Mira è un bravo, meticoloso, attento giornalista di ‘Avvenire’. Sul suo giornale ricorda di quando va a intervistare un commissario di Polizia che ha lavorato a Padova, Pasquale Iuliano.

Ora cercate di immaginarlo, Iuliano: un poliziotto vecchio stile, bonario e caparbio, molto intuito e suola di scarpe, un Jules Maigret all’italiana. Col suo fiuto degno di un cane da trifola, Iuliano capisce che Freda, Ventura, gli altri neo-fascisti di Ordine nuovo sono pericolosi, non solo nostalgici che si esibiscono in sgradevoli ma innocui saluti romani. Ha un testimone, depositario di cose importanti. E’ un portiere. Un giorno, misteriosamente, precipita dalle trombe delle scale del palazzo dove lavora. Iuliano redige un memoriale, lo invia alla procura. Avverte che sono “imminenti degli attentati”. A Mira racconta: “Avevo raccolto molte prove, trovato depositi d’armi. Mi sarebbero bastati altri venti giorni e avrei chiuso l’indagine incastrando Freda e Ventura e mandandoli in galera. Ma quei venti giorni non li ho avuti”. Mira coglie tutta l’amarezza del vecchio poliziotto. Avrebbe potuto evitare i morti di piazza Fontana? “Non lo so. Magari il progetto l’avrebbe portato avanti qualcun altro. O magari no. Ma mi pare evidente che stavo andando nella direzione giusta. E questo non andava bene”.  

  Iuliano viene bloccato. Non solo: è lui a finire sotto inchiesta, sospeso dalla funzione e dallo stipendio, accusato di aver ‘perseguitato’ i neri, di aver costruito prove false contro di loro. Lo trasferiscono a Ruvo di Puglia, in pratica a non fare nulla. Dieci anni di processi e arriva l’assoluzione. Troppo tardi. Nel 1980 si dimette dalla Polizia, torna nella sua città, Matera. apparentemente dimenticato da tutti. Ma non da quelli che nel 1969 stava per bloccare. “Ancora oggi”, racconta a Mira, ricevo telefonate anonime con minacce e insulti”. Questa è la storia di un poliziotto onesto, capace, che fa il suo dovere; e lo fa bene: “Avevo già intuito che dietro Freda e Ventura ci doveva essere qualcun altro. Lo capii dalle protezioni che scattarono in loro difesa. Anche politiche. Italiane e straniere.  E io non avevo pentiti. Magari li avessi avuti. Avevo solo dei confidenti, ma a questi allora si credeva poco”.

Amaramente Mira annota: il 15 aprile 1998, muore ad appena 66 anni. Nessuno gli ha mai detto “Iuliano, ci scusi, lei aveva ragione”.

  Ecco. Si dice che la coda del diavolo si nasconde nel ‘particolare’. Per quel che riguarda la strage di piazza Fontana, di code diaboliche ne troviamo in quantità; e quelle citate sono, infine, davvero ‘inezie’ (non lo sono, ovviamente), rispetto al castello incredibile e ignobile che si è voluto pervicacemente costruire e difendere. Un castello fatto di falsità, menzogne, depistaggi, fattiva complicità di apparati infedeli dello Stato; un castello che gronda dolore, sangue, morte.

A beneficio di chi ha avuto la fortuna di non vivere quei terribili giorni, quella stagione. Il 12 dicembre 1969 a Milano è una brutta giornata, buia, cupa, fredda. La città è avvolta in quella nebbia che oggi sembra non esserci più. Piazza Fontana è, letteralmente, a due passi da piazza Duomo. C’è già aria di Natale; quel pomeriggio gli uffici della Banca Nazionale dell’Agricoltura sono aperti. In quel brutto palazzone scuro si danno appuntamento, da sempre, agricoltori e mediatori, venditori e compratori di bestiame. Affari e scambi di auguri attorno a un enorme tavolo, sotto il quale un farabutto abbandona una borsa piena di esplosivo. Il timer è programmato per le 16.37: l’ora dell’Apocalisse.

L’esplosione si sente a chilometri di distanza. L’aria si riempie di fumo, brucia i polmoni, blocca il respiro. Ovunque grida, lamenti. I soccorritori, quando arrivano, vengono presi da conati di vomito, di fronte alle scene che si presentano ai loro occhi. Il salone è un enorme mattatoio: morti, feriti, sangue ovunque; corpi dilaniati, irriconoscibili; per dar loro un nome, le scarpe regalate qualche settimana prima; i brandelli di un principe di Galles, il vestito della “festa”, indossato per l’occasione. Diciassette, le vittime; un’ottantina, i feriti.

Quel giorno l’Italia prende atto di una realtà amara, tragica: esiste uno Stato nello Stato che lavora contro lo Stato. Volete sapere perché è accaduto tutto quello che è accaduto? Lo spiega molto bene Leonardo Sciascia: “La sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini”. Qui è la chiave di tutto. Sempre. Già Tacito, nei suoi ‘Annali’ parla di ‘arcana imperii’, gli indicibili segreti del potere che governano stati e popoli.

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