giovedì, Ottobre 22

Cinquanta giorni Alle elezioni europee

0

Mancano cinquanta giorni alle elezioni europee. La lista italiana “L’altra Europa con Tsipras”, dopo un buon inizio nei sondaggi, ora sembrerebbe sfiorare appena la soglia di sbarramento fissata al 4% per avere propri parlamentari a Strasburgo e Bruxelles. E forse neanche.
L’impegno collettivo per la raccolta delle 150.000 firme, necessarie alla presentazione della lista in tutte le circoscrizioni elettorali macroregionali italiane ha dato, e sta dando i risultati sperati e perseguiti generosamente da organizzazioni e singoli, sia come quantità di sottoscrizioni ottenute sia come fatto in sé di collaborazione e sinergia tra componenti diverse del progetto.
Però non sfondiamo. 150.000 adesioni sono una grande cosa, ma il progetto politico della sinistra italiana vive se potrà contare su qualche milione di consensi. Non altrimenti.
E al momento, di milioni non se ne vedono.
Serve una direzione politica.
In entrambe le accezioni del termine: una direzione intesa come verso, obiettivo, traiettoria, e una direzione intesa come gruppo dirigente plenipotenziario.
Non tanto per noi volontari, che un po’ artigianalmente o un po’ più scientificamente (quelli avvezzi alla militanza organizzata e alla comunicazione politica) stiamo portanto avanti il tamtam sulla lista, dalle firme alla raccolta fondi, sui dieci punti di Tsipras (il programma del progetto plurale delle sinistre europee), sui simboli e su qualche spunto creativo per diffondere e fissare il messaggio nell’attenzione pubblica, magari anche divertendo e divertendoci. No, per tutta questa prima fase – pur con inevitabili sviste e goffaggini – direi che il modello organizzativo referendario (si rifà appunto all’esperienza metodologica pulviscolare, e vincente, del 2011: i referendum su acqua, nucleare e legalità) è stato funzionale allo scopo: sottoscrizioni e fondi, e conoscenza reciproca tra tutti gli aderenti al progetto.
Ma adesso – visti pure i sondaggi, e sentito un po’ in giro – serve un cambio di passo, dinanzi all’opinione pubblica più vasta.
Serve una direzione.
Serve tradurre l’intero progetto in qualcosa di estremamente comprensibile, un traguardo di cui si possa dire “ecco: votare per Tsipras significa avere questa precisa speranza, questo desiderio ben connotato, questa vision della propria esistenza in quanto cittadini europei che solo con una piena affermazione della lista Un’Altra Europa – e delle altre liste sorelle, delle sinistre continentali – potrà tradursi in un reale fatto politico, e magari anche storico, per decine e decine di milioni di donne e uomini”.
Una cosa chiara come fu, all’epoca, “l’acqua deve essere pubblica” o “il nucleare non lo vogliamo”. Una cosa netta, serve, come “usciamo dall’Europa” o “torniamo alla lira” o “frontiere ancora più chiuse”: slogan orridi come orridi sono i movimenti politici che li propugnano – ma facilissimi da comprendere, utilissimi a un’identificazione con un certo tipo di cittadino italiano (ed europeo). Oppure una cosa anche meno chiara, come “meno austerity, più crescita” – che all’orecchio evoluto appare il semi-nulla che è, e però al grande pubblico suona come una possibile speranza, rinforzata dal fatto che viene ripetuta da tanti volti ora sulla breccia e rilanciata dal mainstream mediatico, allineato a falange.
Ma noi, una cosa così, non ce l’abbiamoancora.
O meglio – cioè, peggio – sembra quasi che non vogliamo averla, generarla, distillarla, usarla. Che nel progetto politico di Alexis Tsipras, e della sua Syriza, della Sinistra Europea che l’ha candidato a presidente della Commissione, e della sinistra conseguente diffusa in tutti i Paesi del continente, la vision chiara e connotata di un’altro modello sociale ,certo che c’èe c’è da anni, decenni, ab origine: è il socialismo, europeo, moderno, economico e ambientalista, culturale, democraticol’umanesimo socialista, che correttamente legge la Storia come conflitto di classe, la crisi come una guerra dall’alto verso il basso, ne elabora la via d’uscita tramite la necessaria riconversione globale e su questo cerca il consenso del maggior numero di donne e uomini che scontano la crisi e il conflitto sulla propria pelle.

I nostri slogan, quindi, sono già lì – pronti all’uso: “piena occupazione”, “giustizia sociale”, “democrazia sostanziale”, “buon vivere sostenibile”, “diritti civili”, “saperi condivisi”, “pace”.
Battere su questi – così come fanno i populisti e gli antieuropeisti, o i commessi dei poteri forti, con i propri slogan – darebbe plastica evidenza alla direzione che il nostro progetto politico muove in tutta Europa. E renderebbe subito comprensibile perché noi vogliamo smantellare cose come i trattati e i vincoli e gli obblighi debitòri: perché con questi obblighi e vincoli e trattati, è impossibile ottenere il lavoro, l’equità, la democrazia, l’ambiente…
Lo capirebbe chiunque. Ci seguirebbero in molti. Moltissimi.
Allora perché, con “L’altra Europa con Tsipras”, non si imbocca questa strada? Perché non si vede – ancora – una direzione? (Prima accezione del termine.)
Perchéio credomanca una direzione. (Seconda delle due accezioni che dicevo.)
Una direzione politica vera e propria, un ristretto gruppo dirigente plenipotenziario che goda della stima di tutti i componenti – collettivi e singoli – dell’intero movimento, e che sia riconosciuto credibile come tale dalla (e in quanto tale si renda man mano familiare alla) pubblica opinione più vasta, tramite i grandi mezzi d’informazione nazionali.
E’ il gruppo dirigente politico, è la voce ufficiale del movimento, è il volto che raggiunge tutti per mezzo di tv e stampa – quel che può, e deve, concepire e dire “noi vogliamo questo, semplicemente, e noi faremo questo, semplicemente, se ci date la forza per farlo!”. Senza direzione però, ripeto, la direzione non si vede – seppure ci fosse.
Ma questa direzione politica non può essere certo la sommatoria dei candidati – una settantina di persone, validissime tutte, delle quali il grande pubblico già conosce forse cinque nomi, non di più. I quali candidati si stanno peraltro muovendo autonomamente sui rispettivi territori, né danno l’impressione di un soggetto molto unitario benché plurale.
Non può essere il piccolo tavolo dei garanti (superstiti): Spinelli, Gallino, Revelli e Viale – nessuno di loro è una guida politica, né congiuntamente la incarnano, e con grande onestà intellettuale hanno sempre declinato inviti in tal senso.
Né può esserlo – non scherziamo! – Alexis Tsipras in persona, la guida politica della sinistra italiana: a lui, sì, guardiamo come un esempio per la lotta e la crescita della sinistra in Grecia, e come un’opportunità per coagulare in Europa tanti diversi modi di volere il cambiamento, ma proprio non possiamo chiedergli anche di surrogare da remoto la nostra campagna elettorale – di più: la nostra identità collettiva di sinistra nazionale, che vogliamo superi ampiamente il 25 maggio e che veda le elezioni non come traguardo ma come trampolino di una storia nuova.
Può nutrirsi, questa direzione politica che ci manca e occorre, di uno dei gruppi dirigenti strutturati delle componenti organizzate che afferiscono al progetto? Non credo.

SEL ha perso parecchio appeal per le vicissitudini amministrative del suo leader e per la sua ondivaghezza di partito nel rapporto storico col PD, e inoltre non ha ancora sciolto la riserva sul punto basilare della collocazione dei futuri eletti, tra i propri, al Parlamento Europeo (GUE – cioè la sinistra vera – o PSE di Schulz e Hollande e… Renzi, o terra di mezzo?). Vero è, comunque, che SEL è forse l’azionista di maggioranza in termini numerici di consenso, tra tutte le componenti.
Rifondazione Comunista è alle prese con un travaglio interno che parte da lontano, né si è risolto – anzi – con la lunga ed estenuante fase congressuale (e pre- e post-), e le energie individualmente grandi ma collettivamente esigue dei compagni di RC devono ancora spartirsi tra l’obiettivo europeo e quello nazionale di riunificare tutti i comunisti (impresa per nulla facilitata dalla chiusura dei rapporti tra il progetto europeo con Tsipras e il PDCI – la seconda organizazzione dei comunisti in Italia).
A.L.B.A. – che pure dà tante risorse umane al progetto complessivo, dal volontariato di base a non pochi elementi nei coordinamenti zonali e centrali – sono sicuro che come soggetto e come acronimo sia del tutto sconosciuto alla grande maggioranza di chi mi legge (il che è già una risposta), e inoltre gli amici albigesi non sono proprio tagliati per una guida politica che sia più di un onesto funzionariato.
Stiamo messi così.

A differenza dell’immenso Faber, per cui “quello che non ho è ciò che non mi manca”, a noi di “L’altra Europa con Tsipras” ciò che non abbiamo ci manca, occorre sul serio.
E anche rapidamente.
Non ho soluzione. Ho posto un problema, a cinquanta giorni dal voto.
L’ho posto a chi sa più e meglio di me. E spero in qualche risposta.
Non a me, beninteso, ma alle cose – e nelle cose.
Io, i prossimi cinquanta giorni li passerò come le settimane scorse a fare dal basso ciò che serve e che posso e so fare, per la migliore riuscita del nostro intendimento politico nazionale ed europeo.
Ma al contempo li passerò pure come i mesi ancora precedenti – sto per dire, gli anni.
A ragionare spassionatamente, e a chiedere un confronto a tutti gli altri appassionati ragionatori, sulle condizioni e sulle prospettive di una sinistra conseguente e popolare in questo Paese: per il socialismo come l’ho descritto prima – e tante altre volte, prima ancora.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore