venerdì, Novembre 15

Cina, Xi Jinping annuncia la modernizzazione dell’esercito L'ammiraglio Ferdinando Sanfelice di Monteforte: "il punto debole di Pechino è la tecnologia"

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Un esercito moderno entro il 2035. Questo è l’obiettivo della Cina fissato ieri dal Segretario generale del Partito Comunista Cinese, Xi Jinping, nel suo discorso programmatico di oltre tre ore che ha aperto i lavori del diciannovesimo Congresso del Partito Comunista Cinese. La modernizzazione della «nostra Difesa nazionale e delle nostre Forze Armate», ha detto Jinping, è obiettivo motivato non da mire di «egemonia o espansione», e «non importa quale stadio di sviluppo raggiunga», la struttura militare dovrà essere in grado di adattare la strategia militare a nuove condizioni. Una modernizzazione che dovrà essere condotta sotto il rigido controllo del partito. 2 milioni i soldati effettivi. 138,6 miliardi di dollari, pari a 954 miliardi di yuan, sono stati adibiti alla difesa nel 2017 con un aumento del 7%.

Con l’Ammiraglio Ferdinando Sanfelice di Monteforte,  docente di Storia delle Istituzioni Militari presso l’Università Cattolica di Milano, e di Strategia presso l’Università di Trieste – Polo di Gorizia, già Rappresentante Militare per l’Italia presso i Comitati Militari NATO e UE e Comandante dell’operazione navale della NATO Active Endeavour, cerchiamo di capire come sarà questo esercito moderno targato Xi Jinping.

Quale significato ha il proposito, annunciato nel suo discorso inaugurale del XIX Congresso del Partito Comunista Cinese, dal Presidente Xi Jinping, di potenziare le forze armate della Repubblica Popolare?

Le forze armate cinesi hanno un doppio ruolo. Il ruolo dell’ esercito è soprattutto quello di garantire l’ ordine interno. Non è un esercito di proiezione, mentre, invece, la marina è uno strumento per controllare le aree marittime di interesse per la Cina. Le aree marittime di interesse cinese sono soprattutto quelle che rientrano nella dizione “Prima catena di isole”. Se si guarda la carta geografica dell’Asia, si vede che c’è una catena di isole che va dalla Penisola di Kamchatka fino alla Penisola di Malacca. Questa è una catena di isole che, ad esempio, il Giappone sfruttò nel corso della Seconda Guerra Mondiale sfruttò per avere il traffico marittimo libero dalla minaccia americana. E gli americani dovettero inviare i sommergibili con dei rischi terribili e delle perdite elevate. Se si va a vedere la guerra dei sommergibilisti americani, si nota che le perdite furono grandi. Quindi questa è la prima linea di difesa nella quale, non a caso, c’è il Mar della Cina Meridionale, quell’ area in cui la Cina ha ripreso una vecchia pretesa di Chiang Kai-shek, del 1949, di considerarla interamente “acque cinesi”: dalla linea dei ‘nove punti’ che ad un certo punto divennero ‘undici’ e che poi sono tornati ad essere ‘nove punti’ ed è la famosa questione che si è aperta sulle isole che costeggiano Indonesia e Filippine.

Ad esempio le isole Spratly, che la Cina sta militarizzando con basi aeree.

Esattamente. A questo primo aspetto, va aggiunto che la Cina dipende sempre grandemente dal petrolio del Golfo Persico e si ritrova con l’ India che, in caso di contenzioso, può bloccare lo Stretto di Malacca. L’ India ha militarizzato le Isole Andamane e Nicobare che, non a caso, sono a guardia dello Stretto di Malacca. E i contenziosi con l’ India attualmente sono dormienti, però è chiaro che esiste una certa rivalità. La disponibilità di una grossa forza navale agisce soprattutto come deterrenza nei confronti di potenziali concorrenti. Poi c’è la cosiddetta “strategia del filo di perle”, per la quale la Cina si sta costruendo basi navali nei piccoli Paesi intorno all’ India.

Quali sono, a suo modo di vedere, le minacce che più preoccupano Pechino e che la spingono potenziare il settore della difesa?

La Cina è impegnata a dare un livello di benessere non dico paragonabile a quello degli occidentali, ma piuttosto vicino a quell’ esempio alla maggior parte della sua popolazione. Per questo punta sullo sviluppo economico che dipende dal traffico marittimo internazionale, dal commercio con l’ Africa e con l’ Europa. Il progetto di ‘One Belt One Road’, OBOR, è sicuramente indicativo. Così come le “Vecchie Vie della Seta” , anche le “Nuove” sono in gran parte marittime. E la protezione dei commerci è, secondo tutti gli studiosi di strategia dall’ ‘800 ad oggi, il primo compito in una guerra. Una protezione che può essere diretta o indiretta. Ovviamente c’è anche la questione di Taiwan che è diventata “di orgoglio nazionale” ed è una gara con gli Stati Uniti a chi fa più il minaccioso per convincere Taiwan a non dichiararsi o meno del tutto indipendente dalla Cina. C’è un insieme di questioni che spingono la Cina ad avere quelle che nel passato venivano definite “forze rispettabili”, in grado di incutere soggezione agli altri per scoraggiarli a prendere delle posizioni di antagonismo.

Anche la questione Corea del Nord e di un suo possibile collasso in caso di conflitto è tra le questioni regionali che destano preoccupazioni a Pechino?

La Corea del Nord sembra sia rimasta sola, senza l’ appoggio cinese. Ha una forte compattezza interna, risorse relativamente poche e quindi cerca un modo per garantirsi una sopravvivenza. E l’ unica garanzia di sopravvivenza in una regione in quelle condizioni è proprio il potenziale nucleare esattamente come capitò a suo tempo con il Pakistan. Il problema della Cina è proprio che da quando la Corea del Nord ha alzato troppo i toni, gli americani sono arrivati in forze e quindi la Cina ha visto che l’ eccessiva esuberanza della Corea del Nord sortiva l’ effetto contrario.

«La Cina completerà entro il 2035 il processo di modernizzazione delle sue Forze armate, ed entro il 2050 disporrà di una potenza militare di livello mondiale» ha dichiarato il Presidente cinese Xi Jinping. Questi obiettivi sono troppo ambiziosi oppure la Cina ha tutte le carte in regola per riuscire a rispettare le scadenze che si sta prefissando?

Il problema principale della Cina non è quello di aumentare le dimensioni delle forze o il numero dei mezzi, siano essi navi, aerei o carri armati. Il problema è quello tecnologico perché la Cina ha, ancora adesso, un enorme divario tecnologico. Fin ad ora ha fatto ricorso alla tecnologia russa che non è il massimo. Sta cercando di sviluppare la propria tecnologia di armamenti. Bisogna vedere se a quelle due scadenze arriverà con una forza numericamente consistente, ma a basso contenuto tecnologico oppure se saranno in grado di avere delle forze credibili anche sul piano della modernità e delle capacità. Non mi meraviglierei se questi aumenti dei bilanci cinesi andrà più allo sviluppo tecnologico che non ad un ampliamento del numero delle forze.

A questo proposito, nel corso degli ultimi cinque anni, sotto la Presidenza di Xi Jinping, è stato ridotto di ben 300 000 unità il numero degli effettivi e si è andata potenziando la componente anfibia delle forze armate. In quale direzione sta andando la riforma militare di Xi Jinping? Sta progressivamente diminuendo il peso dell’ “esercito tradizionale”?

L’ esercito tradizionale è il “low tech” per una serie di motivi: l’ esercito serve per il Tibet, serve per tutte quelle zone irrequiete dove il controllo è necessario per calmare gli animi. L’ esercito cinese, quando si è trovato a fare la guerra guerreggiata, in alcuni casi ha fatto bene, come in India nel 1962; in altri casi si è ritrovato, a mal partito, addirittura come il Vietnam ne 1969. Io sono convinto che punterà in un miglioramento delle altre forze armate, soprattutto marina e aeronautica.

Quindi procederà nella riduzione del numero degli effettivi?

La riduzione degli effettivi è un problema vecchio che molti Paesi hanno paura ad intraprendere perché vuol dire rischiare di mettere per la strada un certo numero di persone, togliere opportunità di lavoro ad un certo numero di persone, generando una massa di persone furiose. Per questo, procederà in modo abbastanza cauto. E’ il vecchio gioco tra numeri e modernizzazione. Si ricorderà quando l’ allora Ministro della Difesa, Ammiraglio Giampaolo Di Paola, tentò una modernizzazione grazie ad una riduzione dei numeri e scatenò delle grandi polemiche. L’ Ammiraglio Di Paola fu accusato di voler mettere in mezzo alla strada molte persone. E’ un problema delicato per l’ Italia, si immagini per la Cina.

Dove i numeri sono enormemente più grandi. Evidentemente, politica militare ed esigenze occupazionali e di welfare finiscono per intrecciarsi.  Ma qual è il modello a cui si rifà Xi Jinping? Quello americano?

E’ presto per la Cina puntare al modello americano. Quello potrebbe essere, al limite, l’ obiettivo del 2050. A medio termine, il ruolo delle forze armate cinesi è quello tenere a bada l’ India, ma all’ interno di quella concezione di “intimorire i piccoli asiatici”.

Quindi prima consolidarsi a livello regionale e poi fare lo scatto a livello globale.

Sì diventare credibile sul piano regionale e poi fare il secondo passo, diventando credibile anche nei confronti degli americani.

Nell’ ottica di riforma, Xi Jinping, in qualità di Presidente della Commissione Militare Centrale (CMC), ha dato impulso ad una ristrutturazione della leadership militare, nel senso di un progressivo accentramento dei poteri decisionali. Secondo lei, questa ristrutturazione, nella prospettiva di uno snellimento delle procedure, potrà giungere a compimento oppure troverà delle resistenze all’ interno dei vertici militari?

Noi queste cose non le sappiamo. Non c’è dubbio che, almeno nel passato, quando Mao Zedong tentò di fare la stessa cosa, si ritrovò Lin Biao in opposizione. Le resistenze al cambiamento ci sono sempre e spesso danno fastidio. Devo dire, però, che il Presidente Xi agisce sempre con passi felpati e con guanti di velluto.

Questa caratteristica potrebbe penalizzarlo o aiutarlo?

Lo aiuterà. Più si pone come colui che ascolta le ragioni di tutti, meno rischi corre. E’ un porsi al di sopra delle contese e trovare delle soluzioni ad ogni discussione interna.

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