lunedì, Maggio 27

Cina, vietato chiamarsi Maometto

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Si stringe la morsa autoritaria dello Stato cinese sugli abitanti dello Xinjiang. La regione, tra le più occidentali del Paese e culturalmente molto legata all’Asia centrale, è abitata dalla popolazione Uigura (che conta circa 11 milioni di persone) e da altre etnie turche, a maggioranza musulmana da tempo nel mirino delle autorità di Pechino, preoccupate dalla minaccia globale dell’estremismo islamico.

Una nuova legge estende un divieto già in vigore da qualche anno che ora proibisce ai genitori dello Xinjiang di dare ai propri figli nomi comeMohammed‘ e ‘Jihad‘. «Abbiamo ricevuto un avvertimento da parte delle autorità municipali che dicevano che i nati nello Xinjiang non possono avere nomi religiosi o separatisti […] se la tua famiglia presenta tali caratteristiche, dovresti cambiare il nome di tuo figlio» afferma un ufficiale a Urumqi, capitale della regione. Chi non seguirà la nuova ‘politica dei nomi’ potrebbe vedersi negato l’hukou, un documento essenziale per ottenere una casa, e l’accesso all’istruzione e al welfare.

In realtà si tratta solo dell’ultima delle misure che la Cina implementa per tentare di arginare e scoraggiare l’estremismo religioso, e il dissenso politico. Sebbene non sia direttamente coinvolto nel conflitto in Siria e in Iraq, l’Impero di Mezzo è stato da poco indicato come uno dei grandi nemici del Califfato in una serie di video di propaganda che invitavano i musulmani cinesi a ribellarsi all’atea Repubblica Popolare Cinese.

Insieme a preghiere, discorsi, e esecuzioni da parte di bambini e adulti ugualmente armati, nel video compaiono chiare immagini della regione del Xinjiang chiamata a «risvegliarsi» e insorgere. Anche la musica riprodotta in questo e altri video di propaganda mirata ai «fratelli musulmani» cinesi, è piuttosto eloquente: i testi, in cinese, recitano «sono un guerriero della Jihad […] mille anni di schiavitù, lasciamoci alle spalle questo vergognoso ricordo […] fratelli musulmani, questo è il momento di svegliarsi». Video simili non sono una novità ma, mentre prima servivano unicamente a reclutare combattenti per affrontare il combattimento in Medioriente, ora il dito del Califfo è puntato direttamente verso Pechino e l’obiettivo è la guerra interna contro le autorità cinesi.

Il video ha allertato ulteriormente il Governo cinese, già da anni peraltro impegnato a monitorare le attività terroristiche degli Uiguri, visti con sospetto da Pechino. La questione politica è infatti importante tanto quanto quella religiosa. L’unità dello Stato è una priorità assoluta per Pechino. Incarcerazioni e condanne sono frequenti nello Xinjiang: tra i vari attivisti che lottano per un trattamento più giusto degli Uiguri, spicca il caso di Ilham Tohti, ex-professore di economia incarcerato a vita dal 2014.

Questa minaccia giustificherebbe le sempre più invadenti politiche discriminatorie verso la popolazione musulmana delle regioni confinanti con l’Asia centrale: dal divieto di portare barbe lunghe e vestiti come il velo islamico, all’impossibilità, per i dipendenti pubblici della regione di prendere parte a funzioni religiose, la crociata laica dello Stato cinese continua inesorabile e, con il ritorno in patria dei ‘foreign fighters‘ asiatici dalla Siria, la situazione potrebbe peggiorare ulteriormente.

Non sono solo i musulmani a soffrire dei sospetti del Governo verso la religione, ovviamente. Tutte le cinque religioni riconosciute dallo Stato sono sostanzialmente trattate nella stessa maniera: Buddismo, Taoismo, Islam, Protestantesimo e ‘Cattolicesimo’ (si tratta in realtà della ‘chiesa patriottica cattolica’, un’organizzazione statale indipendente dal Vaticano che nomina autonomamente i suoi vescovi). Secondo ‘Open doors’, una ong che supporta i cristiani perseguitati nel mondo, il livello di ostilità di Pechino verso chi pratica la fede cristiana è ‘alto’. Anche il report annuale della Commissione degli Stati Uniti per la libertà religiosa internazionale (USCIRF, United States commission on international religious freedom), inserisce la Cina tra le ‘countries of particular concern, i Paesi più ‘problematici’.

Dopo 50 anni dalla rivoluzione culturale del dittatore Mao, che imprigionò, torturò e uccise migliaia di oppositori e dissidenti, la Cina di Xi Jinping non abbandona la strada delle persecuzioni religiose, ma anzi la può accentuare grazie al pretesto della lotta all’estremismo e al separatismo. La continua ‘sinizzazione’ della fede promulgata dal Governo non è altro che un tentativo dello Stato di interferire nelle diverse chiese – e nelle coscienze dei suoi cittadini che sfuggono al controllo del Partito.

Lo Stato cinese, in sostanza, pretende che le religioni si adattino alle necessità della nazione, o che siano sottoposte a stretta supervisione da parte delle autorità secolari. Le chiese che vengono approvate dal Governo (le altre vengono demolite), per esempio, non possono esporre croci al loro esterno. Un altro esempio è il divieto in atto nella regione dello Xinjiang, per i bambini, di partecipare a funzioni religiose. Scuole speciali si occupano poi di ‘rieducare’ il bambino, nel caso in cui i genitori non possano proteggerlo da “estremismo e separatismo”. Tutti sono tenuti a denunciare i genitori che ‘spingono i minori alle attività religiose’. Il report dell’USCIRF testimonia anche di scuole che chiederebbero agli studenti di segnalare alle autorità quando i genitori pregano a casa. Dove la Polizia non può intervenire, insomma, sono i cittadini fedeli al partito a dover portare giustizia.

Le autorità e i media cinesi negano comunque le accuse lanciate da ong e osservatori internazionali: «Il Governo cinese protegge la libertà religiosa dei cittadini […] è ovvio e innegabile che i cinesi di ogni etnia godono di piena libertà per quanto riguarda la fede religiosa […] l’USCIRF ha pregiudizi politici contro la cina, e ignora i suoi progressi in tema religioso», riporta il ‘Global Daily citando il portavoce del Ministro degli Esteri Geng Shuang. Effettivamente, nel Giugno 2016, in un documento del Governo (‘Freedom of religious belief in Xinjiang’) si incoraggiavano “protezione e rispetto” delle necessità dei fedeli. Solo pochi giorni dopo, riporta USCIRF, è stato comunque decretato il divieto per gli impiegati pubblici di digiunare durante il Ramadan.

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