martedì, Novembre 12

Cina-Vaticano: ciò che accadde con Paolo VI Cos’è cambiato all’interno della chiesa cinese dopo l’Accordo tra Cina e Vaticano, ne parliamo con l’analista Ross Feingold

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Dopo 30 anni di trattative è arrivato il 22 settembre, l’Accordo Provvisorio tra la Cina e lo Stato del Vaticano. Tra il Governo cinese e la Santa Sede non sussistono rapporti ufficiali esattamente dal 1951, anno in cui la Santa Sede riconobbe lo Stato di Taiwan e non la Repubblica popolare cinese come Governo legittimo. Nel 1952 l’allora rappresentante diplomatico della Santa Sede fu espulso da Pechino e da quel momento i rapporti tra i due stati divennero di natura esclusivamente ufficiosa.

Secondo un rapporto dell’associazione per i diritti umani Laogai Research Foundation, in Cina esisterebbero due forme di cattolicesimo: l’Associazione patriottica cattolica cinese, riconosciuta dal Governo e comprendente circa 4 milioni di fedeli, e la chiesa cattolica detta ‘sotterranea’, bandita dal Governo perché in comunione con Roma. Quest’ultima secondo i dati della Laogai Research Foundation ammonterebbe a circa 16 milioni di fedeli. Una delle conseguenze della frattura nel mondo cattolico cinese, è la persecuzione delle minoranze cattoliche, una realtà oggigiorno presente, come si legge anche nel report del Centro Studi Giuseppe Federici.

L’Accordo provvisorio dello scorso settembre segna una svolta nel dialogo Vaticano-Cina, è stato definito dal Vaticano come «il frutto di un graduale e reciproco riavvicinamento» e riguarda la nomina dei Vescovi.  In una nota vaticana si legge «L’Accordo viene stipulato dopo un lungo percorso di ponderata trattativa e prevede valutazioni periodiche circa la sua attuazione. Esso tratta della nomina dei Vescovi, questione di grande rilievo per la vita della Chiesa, e crea le condizioni per una più ampia collaborazione a livello bilaterale». E’ di fatto la prima volta che la Cina riconosce in qualche modo la figura e il ruolo del Santo Padre, il quale ancora oggi però non è accettato in qualità di guida spirituale della chiesa cattolica. Papa Francesco in seguito all’Accordo ha riconosciuto sette vescovi cinesi che furono incaricati della nomina da Pechino senza l’approvazione del Vaticano, e conseguentemente furono scomunicati come illegittimi.

Ieri Domenica 14 ottobre ha avuto luogo in Vaticano la beatificazione di Papa Paolo VI, che durante il suo pontificato diede seguito a rapporti di natura esclusivamente ufficiosa con la Cina. Nel 1965 Paolo VI in un messaggio mandò dei saluti, senza ricevere risposta alcuna, al leader del Partito Comunista Cinese Mao Ze Dong, nel 1970 il Papa intraprese un viaggio in Asia fermandosi ad Hong Kong, e nel 1971 la Cina entrò all’ONU prendendo il posto della Repubblica di Taiwan. In quell’occasione la Santa Sede diede la propria disponibilità a spostare la nunziatura a Pechino. A seguito del recente Accordo Provvisorio Vaticano-Cina e della beatificazione di Paolo VI, abbiamo intervistato l’analista politico di Taipei Ross Feingold, per comprendere qual è il clima all’interno della chiesa cinese dopo l’Accordo e quali rapporti intercorsero tra Cina e Vaticano durante il pontificato di Papa Paolo VI.

 

Durante il pontificato di Paolo VI ci furono sviluppi significativi per quanto riguarda le relazioni tra Cina-Taiwan-Santa Sede?

Durante il suo pontificato, Paolo VI mantenne il riconoscimento diplomatico formale tra il Governo della Repubblica di Cina, Taipei e la Santa Sede. Durante il pontificato di Paolo VI ci furono sviluppi significativi per quanto riguarda le relazioni tra Cina, Taiwan e Santa Sede.

Nel 1966 la Santa Sede trasforma la sua rappresentanza a Taipei da una legazione ad un’ambasciata; in precedenza la rappresentanza era una ‘legazione’, ma cambia nel momento in cui alla fine della guerra civile in Cina, sussiste per il Vaticano l’incapacità di stabilire relazioni con il nuovo Governo comunista della Repubblica popolare cinese. Paolo VI durante un viaggio in Asia nel 1970 fece una breve sosta a Hong Kong, a quel tempo colonia britannica. L’unico riferimento alla Cina nell’omelia di Paolo VI fu Cristo come un redentore amorevole nei confronti della Cina. Quest’affermazione generica fu fatta forse considerando le complessità che sarebbero potute derivare da qualsiasi osservazione fatta all’interno di una colonia britannica sul territorio della Repubblica Popolare Cinese. In quel periodo infatti, la Cina cercava di riconquistare il controllo in un momento in cui la Santa Sede non aveva relazioni diplomatiche con il Governo del Partito Comunista a Pechino, a favore del mantenimento delle relazioni con il Governo nazionalista di Taipei.

Tuttavia nel 1971, dopo l’ingresso della Repubblica popolare cinese nelle Nazioni Unite a rappresentanza della Cina, la Santa Sede ha declassato il livello del suo più alto rappresentante diplomatico a Taipei da un nunzio papale ad un livello inferiore (inizialmente un nunzio recitativo, e successivamente un incaricato d’affari). Non c’è dubbio che questo downgrade fosse inteso a facilitare un processo di de-riconoscimento meno imbarazzante se e quando si fosse verificato un evento del genere, che, dato il recente accordo tra la Santa Sede e la Cina, oggi sembra più probabile che mai.

In che modo la Cina guarda alla religione cattolica?

L’ateismo di stato è la politica della Repubblica popolare cinese dal momento della sua istituzione nel 1949. Sebbene i missionari cristiani operassero in Cina per secoli, dal 19 ° secolo al 20 ° secolo fino alla fine della guerra civile cinese nel 1949, i missionari stranieri, entrambe le organizzazioni protestanti e cattoliche hanno svolto un ruolo significativo nell’educazione, nella sanità, nella modernizzazione e nella diffusione delle idee occidentali in Cina. Comprensibilmente alcune delle loro attività furono viste da molti cinesi come una forma di colonialismo, e non è una sorpresa che i comunisti considerassero tali influenze come parte del male occidentale (combinato con l’aggressione giapponese negli anni Trenta e Quaranta). Quest’influenza doveva essere rimossa al fine della riorganizzazione della società cinese che si è verificata dopo la vittoria dei comunisti e con l’istituzione della Repubblica popolare. Nonostante l’ateismo di stato e le azioni per reprimere le attività religiose, le costituzioni della Repubblica Popolare Cinese promulgate durante il pontificato di Paolo VI, nel 1975 e nel 1978, garantirono la libertà di religione.

Ci può parlare della persecuzione dei cattolici negli anni del pontificato di Paolo VI?

La Rivoluzione Culturale (1966-1976) avvenuta durante il pontificato di Paolo VI non fece altro che alimentare i sospetti dei governi cinesi e le azioni per reprimere la religione in generale: contro le religioni più comuni in Cina come il buddismo e contro le chiese delle religioni protestanti e cattoliche. Una grossa fetta della società è stata oggetto di repressione: intellettuali, perché in possedevano delle proprietà e per tante altre ragioni, e i cattolici, i quali rappresentavano certamente un obiettivo. La documentazione di quel periodo fu bruciata o sepolta negli archivi, e oggi purtroppo abbiamo delle prove relativamente scarse sul trattamento dei cattolici durante la Rivoluzione Culturale. Paolo VI era noto per i suoi sforzi di stabilire relazioni con i governi comunisti dell’Europa orientale. Tuttavia, la mancanza di relazioni diplomatiche (e le relazioni con il Governo nazionalista in Cina) hanno fatto si che Paolo VI non riuscisse ad impedire la persecuzione e le sofferenze subite dai cattolici.

Dopo l’Accordo Cina-Vaticano qual è il clima all’interno della chiesa cinese?

I cattolici cinesi stanno reagendo con cautela e speranza. La rappresentanza dalla Cina alla canonizzazione avvenuta questo weekend a Roma è un segnale positivo per l’interazione tra i cattolici in Cina e all’interno del Vaticano. Tuttavia, è troppo presto per dire se l’attuazione dell’accordo soddisferà le aspettative delle parti interessate, tra cui il Vaticano, il Governo cinese, i  numerosi critici dell’accordo e i cattolici presenti in Cina, a prescindere che appartengano all’Associazione patriottica cattolica cinese o alla chiesa cattolica sotterranea.

Cosa sta cambiando all’interno della comunità sotterranea dopo l’Accordo?

Solo il tempo dirà come reagiranno gli appartenenti alla chiesa cattolica sotterranea e il clero. Bisogna prestare attenzione non solo al modo in cui la chiesa sotterranea interagisce con il Vaticano; è altrettanto importante il modo in cui gli appartenenti e il clero della chiesa sotterranea interagiscono con i cattolici dell’Associazione patriottica cattolica cinese. Si uniranno in una stessa chiesa? In passato le chiese sotterranee cercarono di diventare pubbliche, ma rifiutarono la partecipazione di coloro che pregavano nella chiesa patrocinata dallo stato. Il tempo lo dirà.

Dopo questo Accordo, che è momentaneo, cosa dobbiamo aspettarci?

Anche se abbiamo pochi dettagli sull’accordo e su come sarà attuato, sappiamo almeno che la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese hanno un punto di partenza sul quale tenteranno di lavorare. Tra le incognite significative per la chiesa cattolica, una riguarda i critici dell’accordo e le loro reazioni nel breve e nel lungo periodo. Non sono stati in grado di impedire al Papa di firmare l’accordo, e non saranno in grado di impedire alla chiesa di attuarlo. Aspetteranno e spereranno che l’attuazione non soddisfi le aspettative della chiesa? Continueranno a discutere contro l’instaurazione di relazioni diplomatiche formali? E continueranno a rendere pubbliche le loro critiche, come hanno fatto con tanta violenza dopo l’annuncio dell’accordo?

Taiwan era uno dei Paesi timoroso di un Accordo tra Cina e Vaticano. Quali sono stati i riflessi su Taiwan?

Taiwan continua a sperare per il meglio e lo dice pubblicamente. La visita del vicepresidente di Taiwan (che è cattolico) al Vaticano lo scorso fine settimana per partecipare alla cerimonia di canonizzazione di Paolo VI, significa che per ora la Santa Sede non rinuncerà alla Repubblica di Cina a Taiwan. Le parole gentili del Papa su Taiwan, che abbiamo ascoltato lo scorso weekend, mostrano che nulla è cambiato rispetto al passato e non lasciano certamente presagire un cambiamento nelle relazioni diplomatiche.

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