martedì, Giugno 2

Cina – USA: dazi, è solo il primo passo Rimangono i dubbi su quelle che potranno essere le prossime tappe del problematico dialogo fra Washington e Pechino

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A livello interno e internazionale, l’annuncio dell’imminente firma di un accordo fra Washington e Pechino è stato accolto con favore pressoché unanime come segno di una possibile tregua nella guerra commerciale che da tempo imperversa fra Stati Uniti e Cina. La guerra di dazi e ritorsioni che negli scorsi mesi ha visto impegnate le due capitali ha, infatti, avuto strascichi pesanti sulle rispettive economie ed è stata guardata con preoccupazione anche dalle principali istituzioni finanziarie, preoccupate per le sue possibili ricadute a livello globale. Sui contenuti effettivi dell’accordo, tuttavia, i pareri sono più discordi. Già in passato, in diverse occasioni si parlato di significativi progressi nei negoziati fra le parti, progressi che non si sono, però, mai concretizzati in risultati duraturi. Allo stesso modo, sebbene già in ottobre il Presidente Trump abbia parlato dell’attuale accordo come di un primo importante passo per la regolamentazione dei rapporti con il gigante asiatico, il timore di molti osservatori è che a tale passo difficilmente ne possano seguire altri e che lo stesso possibile accordo di gennaio sia anzitutto il prodotto di un ‘compromesso al ribasso’ da parte della Casa Bianca.

Gli elementi a supporto di questa interpretazione sono diversi. Per mesi l’amministrazione statunitense ha espresso l’intenzione di giungere con la Cina alla firma di un accordo globale’, capace di regolarein blocco le numerose questioni aperte fra i due Paesi. Da questo punto di vista, se l’attuale accettazione di un accordo ‘a fasi’ rappresenta, da una parte, una scelta di realismo alla luce della complessità delle questioni e del valore della posta in gioco, dall’altra essa appare anche una concessione non da poco alla strategia ‘gradualista’ sulla base della quale Pechino ha impostato la partita. In secondo luogo, il focus che il possibile accordo di gennaio sembra avere sui prodotti agricoli tocca solo in parte il cuore del contenzioso USA-Cina, che è in larga misura incentrato sui temi dell’hi-tech e della proprietà intellettuale. Riserve sono state avanzate anche su altre questioni che spaziano dalla volontà di Pechino di onorare concretamente gli impegni sottoscritti alla effettiva portata dei benefici che l’accordo porterà all’economia USA, benefici che difficilmente saranno tali da tradursi in un miglioramento della situazione precedente l’avvio del braccio di ferro aperto dall’amministrazione.

E’ a partire da queste considerazioni che da più parti si è voluto inquadrare la vicenda accordo e le sue tempistiche in una prospettiva essenzialmente di politica interna. La guerra commerciale con la Cina ha rappresentato, per l’amministrazione Trump, un’esperienza per moti aspetti problematica. Se da una parte essa appare perfettamente coerente con gli assunti sui quali ‘The Donald’ ha cercato di strutturare la sua presidenza, dall’altra essa ha finito per colpire numerosi comparti – primo fra tutti proprio quello agricolo – che per lo stesso Trump costituiscono importanti bacini di consenso. Inoltre, il 14 gennaio (il giorno prima della prevista firma dell’accordo) si terrà il settimo dibattito pubblico fra i candidati alle primarie democratiche; primarie che si apriranno il 3 febbraio in Iowa e proseguiranno l’11 febbraio nel New Hampshire. Soprattutto il voto in Iowa (dove, nel 2016, il ticket Trump-Pence ha ottenuto il 51,15% dei consensi contro il 41,74% di quello Clinton-Kaine) è da sempre considerato un predittore affidabile degli umori dell’elettorato e non appare improbabile che il Presidente cerchi di giocare la carta della ‘nuova distensione’ con Pechino per rafforzare la sua posizione.

Rimangono i dubbi su quelle che potranno essere le prossime tappe del problematico dialogo fra Washington e Pechino. Come detto, in questa fase, i veri oggetti del contendere sembrano essere stati messi da parte in vista del conseguimento di un risultato immediato. Ciò non significa, tuttavia, che i contenziosi siano stati veramente superati e soprattutto la questione del ruolo crescente di Pechino nel settore dell’alta tecnologia appare destinato rimanere anche in futuro un’importante fonte di tensione. Egualmente critica sarà, dopo la firma dell’accordo, la fase di implementazione, dalla quale dipenderanno molti degli esiti cui l’accordo stesso potrà condurre. L’approssimarsi del voto di novembre da una parte rende il Presidente più vulnerabile, dall’altra pone la sua azione sotto un più attento scrutinio dell’opinione pubblica, tanto democratica quanto repubblicana; due condizioni che – unite alla retorica aggressiva di Donald Trump e alla tendenza più volte manifestata a cercare il negoziato da una posizione di forza – rischiano di condurre a nuovi stalli e irrigidimenti. Tutto ciò senza contare l’interesse che anche Pechino potrebbe avere a dilatare in tempi, in attesa dell’esito di un voto presidenziale che, al momento, appare tutt’altro che certo.

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