sabato, Dicembre 7

Cina-UE: oltre il clima è possibile?

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Non si è ancora conclusa la visita del Premier cinese Li Keqiang in Europa e già si rincorrono le voci sulle conseguenze di un possibile rafforzamento dell’asse Unione EuropeaCina a partire dall’intesa sul clima e sugli accordi di Parigi. In attesa delle dichiarazioni di Trump sulla posizione che assumeranno gli Stati Uniti proprio riguardo a questi accordi, restano tuttavia alcuni nodi problematici da risolvere per capire come si definirà il rapporto tra UE e Cina in vista di nuovi possibili scenari economici e commerciali.

Se è vero infatti che le posizioni di Europa e USA sulla globalizzazione e il protezionismo sembrano iniziare a divergere, resta cruciale capire quali potranno essere i reali punti di accordo tra UE e Cina, sia in vista dei programmi di sviluppo cinese (come la One Belt One Road), sia rispetto alle reali intenzioni di Pechino di aprire maggiormente il proprio mercato a investimenti stranieri. Non si può dimenticare, poi, che ci sono altre questioni importanti sul tavolo, come il riconoscimento dello status di economia di mercato alla Cina, che interessano a Pechino per portare avanti i propri progetti di sviluppo economico. La potenza asiatica, dunque, ha molto da guadagnare da un’alleanza con l’Eurozona che, tuttavia, come non ha mancato di sottolineare Angela Merkel, non deve essere letta in chiave anti-USA ma solo come espressione di un rinnovato rapporto di collaborazione tra Paesi amici.

Quel che è certo, tuttavia, è che una tale cooperazione deve ancora trovare una delineazione concreta e che difficilmente potrà prescindere dalle posizioni degli Stati Uniti guidati da Trump, anche al di là della questione ambientale. Sull’asse Europa-Cina e sui possibili inediti risvolti del Summit Cina-Unione Europea di quest’anno abbiamo chiesto il parere di Francesco Rocchetti, ricercatore e analista presso l’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI). 

Rispetto ai nuovi scenari che iniziano a definirsi dopo il G7 e la distanza che si sta consumando tra Trump e i partner europei, si può davvero parlare di un asse UE- Cina?

È evidente che c’è un asse Cina-Europa sulla questione ambiente, ma credo non si possa ancora parlare di un asse tra Cina e Unione Europea su tutti i fronti. I dossier aperti sono ancora molti e sono più scottanti della questione ambientale. Bisogna ricordare che, in generale, l’accordo di oggi tra il primo ministro Li Keqiang e l’UE a Bruxelles sarà comunque un accordo ridotto, nel senso che la cooperazione prevede in termini monetari solo 10 milioni di euro ed è un aiuto che l’UE fornisce alla Cina nella costruzione di un sistema di scambio delle quote di emissione che è un sistema europeo utilizzato da lungo tempo. Dopo questo si firmeranno altri memorandum sempre sulla questione ambientale, ma si parlerà sicuramente anche di altro. Da parte europea, in particolare, ci sarà l’interesse a discutere la questione della sovrapproduzione cinese soprattutto di acciaio e alluminio, ma anche di altri prodotti, così come la questione del riconoscimento dello status di economia di mercato alla Cina che è arrivata da tempo all’Organizzazione Mondiale del Commercio e dovrà essere regolata, dopo che i termini fissati nel 2001 dall’accordo per l’entrata della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio non sono stati rispettati. Dall’altra parte la Cina vorrà sicuramente discutere degli strumenti di difesa commerciale che l’UE sta cercando di approvare nei confronti delle violazioni cinesi nei mercati europei.

Quindi secondo lei ci sono ancora tante questioni problematiche e tante cautele da usare prima di parlare di un asse a 360° tra Cina e UE.

Diciamo che in linea di massima questa sarebbe un’alleanza ‘verde’, ma non c’è alleanza o veduta comune tra Cina ed Europa su tanti temi. Gli Stati Uniti rimangono il nostro partner principale, sia dal punto di vista commerciale, sia da quello strategico e militare. Questo asse che si va consolidando sulla questione ambientale, però, cerca di isolare le posizioni di Trump che sono comunque un retaggio di certe parti del Partito Repubblicano. Non dimentichiamo che Bush aveva fatto lo stesso con gli accordi di Kyoto anche se per questi il grande alibi per uscire dall’accordo fu che la Cina non era presente. Oggi questa scusa non funziona più con gli accordi di Parigi, e vediamo anche che le grandi aziende americane stanno prendendo molto seriamente la questione ambientale. Recentemente si è svolta una riunione degli azionisti di Exxon – la più grande compagnia energetica americana quotata al mondo – e i soci, contrariamente a quanto era stato deciso dal board, hanno richiesto una valutazione annuale dell’impatto delle politiche climatiche sul core business, cioè sull’estrazione di petrolio. La hanno richiesta a maggioranza, il 62% ha votato a favore, e tra questi azionisti ce ne sono di molto importanti come BlackRock. Oltre a questo, bisogna anche considerare che oggi le persone che lavorano nell’industria estrattiva dei fossil fuels sono in termini quantitativi circa 187 mila tra il 2015 e il 2016, numero molto inferiore rispetto a quello dei lavoratori nell’industria solare che ammonta a circa 370 mila unità negli USA. Bisogna aspettare cosa dirà Trump, ma dal punto di vista del lavoro, per un Presidente che ha dato assoluta priorità alla crescita economica, il settore delle rinnovabili è un comparto fondamentale della crescita soprattutto dal punto di vista occupazionale. E questi sono dati che vengono dal Dipartimento dell’Energia degli USA. Detto questo, il settore olio e gas resta un settore strategico, ma ricordiamo che il comparto solare oggi occupa il 43% delle persone che lavorano in questo settore.

Secondo lei, però, perché sulla questione ambientale Pechino dovrebbe essere più affidabile di Washington?

In realtà non è una questione di fiducia. Noi abbiamo preso degli accordi a Parigi e ora intendiamo continuare nel percorso con chi vuole aderirvi. Non è una nuova alleanza, in realtà. Semmai c’è un alleato che deciderà – forse – di non esserlo più. Dal punto di vista europeo ricordiamoci che questo, che sarà il 19° EU-China Summit, viene dopo quello dell’anno passato che fallì completamente per divergenze su questioni commerciali. È chiaro che si parte da quel fallimento per arrivare a un accordo su alcune questioni: clima, ma anche gli investement memorandum che saranno firmati per quanto riguarda il progetto One Belt One Road (OBOR) cinese; l’altro punto di contatto sarà il riconoscimento delle provenienze geografiche dei prodotti che sta trovando un consenso da parte cinese e da parte europea. Ma ci sarà anche la questione del EU-China Investement Agreement che non è ancora completamente risolta da parte cinese soprattutto.

Si può dire allora che questa sarà anche un’occasione per rendere più compatta l’Unione Europea su alcuni temi? Non c’è il problema di una distanza tra l’agenda tedesca portata avanti da Angela Merkel e gli interessi degli altri Paesi europei?

Sì, è evidente che la questione cinese riesce a compattare le varie parti, come è avvenuto anche l’anno scorso nel Parlamento Europeo. È vero che c’è una forte impronta tedesca in questa agenda – lo dimostrano le dichiarazioni della Merkel ma anche la visita di Li-Keqiang a Berlino prima di arrivare a Bruxelles, così come il fatto che in questo meeting a Berlino probabilmente si parlerà della questione degli strumenti di difesa commerciale, essendo consci del fatto che il mercato dell’auto cinese per le aziende europee è il terzo mercato mondiale.

Quindi chi ha più – o molto – da guadagnare da questi accordi?

Secondo me la Cina in questo momento è alla ricerca di alleati e questo incontro è molto importante soprattutto per la Cina. Noi manteniamo per ora almeno un allineamento ideologico agli Stati Uniti anche sulla questione cinese. E ricordiamo che fino a 5 mesi fa le posizioni sulla Cina di UE e USA anche sulla questione ambiente erano allineate.

E da parte della Cina quanto sono reali e concrete le intenzioni di aprire il mercato interno?

Lo scetticismo è tanto, e deriva da divergenze che vengono dal passato. In primis, c’è la questione della sovrapproduzione, per cui è stata creata una sorta di piattaforma bilaterale tra Cina e UE che doveva andare a risolvere e arginare la questione, ma tutto ciò che ne è uscito è rimasto per ora lettera morta. La chiave di lettura di ciò che sta avvenendo consiste nel capire come, e se, la Cina metterà in atto quello che sta predicando da molti mesi, da Davos fino a oggi, ovvero, un’apertura del mercato e un maggiore interesse per tematiche come l’ambiente. Tuttavia, finora non abbiamo visto alcun segno tangibile, e il mercato cinese è ancora difficile da penetrare per le nostre aziende. Faccio un esempio sugli investimenti esteri: fare investimenti in Cina è possibile solo con una controparte cinese che deve avere la maggioranza delle azioni e il controllo della società. Questo rimane un grande limite per chi vuole investire in Cina, limite che non sussiste invece per chi vuole investire in Europa. Dunque, una delle grandi parole chiave che l’UE sta cercando di imporre nell’agenda cinese è reciprocità.

Guardando invece a scenari geopolitici futuri, secondo lei si profila l’idea di una sfida per l’egemonia mondiale tra Cina e Usa? Si è tornati a parlare ultimamente di ‘trappola di Tucidide’, ovvero, di come nella storia sia stato spesso inevitabile un conflitto quando una potenza arriva a sfidare quella egemone fino a quel momento. È questo, dunque, il destino di Cina e USA? E che tipo di conflitto potrebbe essere?

Non è facile prevederlo. Sicuramente si sta andando verso un ribilanciamento e c’è un dichiarato disimpegno degli USA in alcuni campi. Il problema è che in questo momento la presidenza Trump è molto difficile da inquadrare in un’ottica strategica di medio periodo. Ci potrà essere un ribilanciamento delle potenze regionali. Ci sarà un disimpegno statunitense nella regione asiatica che favorirà il protagonismo della Cina? Questa è una domanda importante. Ma dal punto di vista strategico la Cina oggi è più leggibile degli Stati Uniti, e questa è senza dubbio una novità.

Ci sono però indicazioni importanti come l’impegno cinese nel progetto OBOR della Via della Seta e l’interesse della Cina per l’Africa e le sue materie prime. Pensa che questo potrebbe essere uno scenario per una ipotetica sfida egemonica tra potenze?

Sicuramente da parte cinese la novità assoluta è la volontà di affrontare problemi comuni come la questione ambientale, cosa per ora mai avvenuta. In altre parole, oggi la Cina sembra volersi porre in un’ottica da leader. Ma prima di riuscire a prevedere gli scenari futuri è necessario capire come la Cina passerà all’azione e se gli USA saranno pronti a disimpegnarsi. Anche il disimpegno degli USA in Medio-Oriente è stato solo a parole, quindi vediamo come si concretizzano gli scenari. Siamo certi che Trump questa sera annuncerà un diverso approccio? Per un businessman andare contro la volontà delle principali aziende è molto strano, specialmente se è repubblicano. Elon Musk (CEO Tesla) ieri ha scritto che se gli USA rinunceranno agli accordi di Parigi, lui lascerà tutti gli incarichi di consigliere che Trump gli aveva affidato. E anche il CEO di Apple ha recentemente dichiarato di aver chiamato Trump per convincerlo a restare all’interno degli accordi. C’è un posizionamento chiaro, dunque, delle aziende americane che non può non essere considerato.

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