sabato, Dicembre 14

Cina: ora anche superpotenza militare?

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Poche settimane fa la Cina ha aperto la sua prima base militare in un territorio straniero, nel Gibuti, nel Corno d’Africa. La notizia non stupisce: si è spesso fatto un gran parlare delle ambizioni ‘neocoloniali’ di Pechino in Cina e, ufficialmente, la base militare ha il solo scopo di proteggere le rotte del commercio internazionale in un angolo del pianeta martoriato dalla pirateria. La base fornirà inoltre supporto logistico per diverse missioni umanitarie internazionali nella regione.

Sembrano voler tranquillizzare il pubblico occidentale le dichiarazioni di un trionfante editoriale del ‘Global Times’, giornale del Partito Comunista Cinese, che afferma che Pechino “non è alla ricerca del controllo globale”, e, «non intende perseguire espansionismo militare, né partecipare in una corsa agli armamenti».

Pochi paragrafi dopo, tuttavia, il giornale chiede perchè a lamentarsi della nuova base siano potenze che da decenni – se non da secoli – stanziano truppe in territori stranieri: «Il bisogno di basi all’estero di una nazione […] implica semplicemente negoziati bilaterali tra le due nazioni. Perchè alcune nazioni occidentali fanno commenti critici riguardo la prima base cinese oltremare, sebbene loro già ne controllino tante?».

Ad ogni modo, chi sperava che i roboanti propositi di potenza fossero solo un grande bluff, una manovra di facciata per rinforzare la leadership di Xi Jinping, Segretario Generale del Partito Comunista e Presidente della Repubblica Cinese alle prese con la corsa al secondo mandato, resterà deluso: le forze armate cinesi, l’Esercito della Liberazione Popolare, si preparano sempre più chiaramente a raggiungere modernizzazione e ambizioni degne di un’aspirante superpotenza.

Per decenni la politica di Pechino si è dedicata a sostenere e ottenere il massimo dall’impetuosa crescita economica cinese, lasciando – quando e dove questo fosse possibile e compatibile con l’interesse nazionale – ingerenze in questioni esterne e ‘politica di potenza’ ad altri.

La mole di personale militare attivo, seppure imponente, risulta piuttosto limitata se considerata in rapporto all’enorme popolazione cinese e comparata a Paesi come l’Iran, la Russia, l’India, e persino le due Coree. Anche valutando il numero di testate nucleari nel mondo il ‘dragone cinese’ risulta essere molto meno armato di Mosca e Washington, figurando alle spalle della piccola Francia.

Eppure ci sono dati impossibili da ignorare. Prima di tutto le affermazioni del Ministro degli Esteri cinese, che soggerisce come il mondo debba a questo punto aspettarsi un maggiore interesse di Pechino nel proteggere aree vitali per la sua economia: «Siamo desiderosi di rispondere alle rischieste delle nazioni ospitanti, in accordo con necessità oggettive, nelle regioni dove si concentrano gli interessi della Cina, e tentare la costruzione di infrastrutture di supporto», ha dichiarato il Ministro Wang Yi. Inoltre, la nuova base africana non è un episodio completamente isolato.

Pechino sta mobilitando truppe al confine nordcoreano, una mossa insolita e che ha suscitato dubbi: I cinesi si pongono le basi per un intervento militare? O intendono prepararsi a un esodo di rifugiati nordcoreani in attesa di una pericolosa escalation? Anche il budget del Governo è piuttosto eloquente: le spese militari di Pechino sono aumentate dell’8.5% all’anno nello scorso decennio, nonostante la relativa ‘frenata’ della crescita economica. Pechino sta poi fondando nuovi reggimenti d’elite esterni all’Esercito di Liberazione Popolare, ha partecipato a esercitazioni navali congiunte con la Russia nel Baltico – sulla frontiera con la Nato – e si è esposta a favore della soluzione dei ‘Due Stati’ della questione palestinese, campo minato geopolitico che ha sempre evitato.

Il programma di modernizzazione militare che rende possibile l’espansione in Africa, nelle isole artificiali del Mar Cinese meridionale e, potenzialmente, nell’area della Penisola coreana, secondo un’analisi di Will Edwards per ‘Cipher Brief’, mostra un deciso percorso verso «l’obiettivo nazionale dello status di grande potenza», e la capacità di «agire globalmente».

Stando a un report del Pentagono, il goal, nel lungo periodo, potrebbe essere quello di una parità militare con l’esercito degli Stati Uniti, concentrandosi sulla qualità degli armamenti piuttosto che sulla quantità di effettivi.

Per raggiungere questo risultato, il Presidente Xi Jinping è determinato a mantenere e centralizzare nelle sue mani il controllo dell’Esercito nazionale: proprio ieri, parlando in pubblico in occasione del novantesimo anniversario della fondazione dell’Esercito di Liberazione Popolare, Xi ha detto che «come dichiarato dal compagno Mao Zedong, il nostro principio è quello di avere un Partito al comando dell’esercito e non un esercito che comanda il partito».

Certo, resta il fatto che il Presidente è in sostanziale ‘campagna elettorale’ per ottenere un secondo mandato come Segretario del Partito, e le vesti di uomo forte possono essere utili per cementificare la sua leadership e poter apparire come il Presidente che guiderà il Paese nel ‘Secolo Cinese’, per poi essere accantonate a obiettivo raggiunto.

Se così non dovesse essere il mondo sarebbe costretto ad accogliere una nuova, ingombrante superpotenza dalle possibilità – economiche e demografiche – decisamente superiori a quelle del cosiddetto ‘Impero Americano’.

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