martedì, Luglio 7

Cina: la nuova Via della Seta che spaventa il Giappone e l’India Il grande progetto cinese fa paura a Giappone e India. Per analizzare tali dinamiche abbiamo intervistato Giorgio Cuscito, analista e editore presso Limes

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Una nuova Via della Seta che coinvolge più 60 Paese. Questo il progetto lanciato da Pechino nel settembre 2013: One Belt One Road (OBOR). La proposta annunciata durante una conferenza alla Nazarbayev University in Kazakhstan, prevede lo sviluppo di una maggiore cooperazione in campo economico e sociale tra la Cina ed il resto del mondo, attraverso la costruzione di infrastrutture, reti di trasporti che partirebbero dall’Asia Centrale, per passare poi dal Medio Oriente e dall’Europa. Un rafforzamento dei flussi commerciali via terra (Silk Road Economic Belt) e via mare (Maritime Silk Route).

Gli scopi primari dietro al progetto sono rivolti ad una eradicazione della povertà, alla creazione di nuovi posti di lavoro, promuovere uno sviluppo sostenibile, ed avanzare la trasformazione industriale incoraggiando una diversificazione economica. Un progetto di lungo periodo che darà sicuramente negli anni avvenire alla Cina un ruole chiave di guida e di supporto agli sviluppi culturali, economici, politici e di commercio in tutto il mondo.

Al momento l’iniziativa coinvolgerebbe una popolazioni di ben 4.8 miliardi di persone coprendo un costo di 21 milioni di miliardi di dollari, e secondo Fortune sarebbe 12 volte economicamente più grande del Piano Marshall, il famoso progetto americano di sostegno allo sviluppo dei Paesi occidentali. Un’iniziativa che è stata accolta con molto ottimismo dagli ingegneri e costruttori occidentali che vedono nel progetto una grande opportunità di crescita, rispetto alla piattezza del mercato europeo.

Tuttavia, a dispetto della monumentalità di questo progetto, Paesi come il Giappone e l’India hanno espresso qualche preoccupazione a riguardo. Entrambi i Paesi stanno lavorando ad un progetto parallelo la AAGC, Asian Africa Growth Corridor, per contrastare la crescente egemonia cinese nell’area Indo-Pacifica. Lo scorso Febbraio il Presidente Giapponese Shinzo Abe aveva lanciato un piano infrastrutturale di 200 miliardi di dollari, in quello che appariva come un tentativo di opposizione a Pechino. L’India, da parte sua, già preoccupata dai rapporti di cooperazione tra la Cina e il Pakistan attraverso il China Pakistan Economic Corridor, teme che la maggiore penetrazione cinese nell’area possa ulteriormente portare la competitività economica a vantaggio di Pechino.

Per chiarire ulteriormente la posizione di Giappone ed India riguardo al progetto della nuova Via della Seta abbiamo intervistato Giorgio Cuscito, analista ed editore presso Limes esperto in geopolitica cinese.

 

Innanzitutto, quali sono le ragioni che hanno spinto la Cina ad intraprendere questo progetto?

È un tipo di iniziativa che ha molte implicazioni economiche e geopolitiche. Le prime sono legate agli interessi domestici della Cina, è un progetto principalmente infrastrutturale, volto migliorare l’integrazione infrastrutturale tra le regioni più interne del paese della Cina, che sono le più povere, e la costa, e tra le regioni interne ed il resto del Continente euroasiatico. Un’altra ragione è legata alla necessità di ridurre la sovracapacità industriale in alcuni settori come quello dell’acciaio, perchè in alcuni ambiti la Cina produce più di quanto possa assorbire, quindi lo sviluppo di infrastrutture all’estero è un’operazione per smaltire questa capacità. C’è poi la necessità di investire in aziende straniere per acquisire conoscenza tecnologica e know-how per migliorare la qualità dei prodotti cinesi. Pechino vuole elevare la qualità della vita dei suoi cittadini e per farlo ha bisogno di prodotto economici di alto livello, prodotti che vengono utilizzati anche nell’ambito militare per colmare il divario esistente tra le forze armate cinesi e quelle straniere. Oltre a queste ragioni di natura economica vi sono implicazioni strategiche di lungo periodo. Tramite questi progetti infrastrutturali la Cina cerca di espandere la propria area di influenza all’estero consolidando i rapporti con i Paesi stranieri, soprattutto quelli nel sud-est asiatico e cerca di rispondere alla strategia di contenimento promossa dagli Stati Uniti, ovvero una strategia che cerca di consolidare i rapporti con Paesi dell’area dell’Asia-pacifico, come il giappone, l’India e l’Australia per contenere militarmente ed economicamente la crescita cinese. Per scardinare questo approccio americano la Cina sta sviluppando rapporti, attraverso accordi infrastrutturali e commerciali, con Paesi del Continente euroasiatico lungo due rotte, una terrestre ed una marittima. La prima passa per l’Asia centrale, il Medio Oriente e l’Europa, mentre la rotta marittima attraversa lo stretto di Malacca, l’Oceano Indiano e passa per il  Canale di Suez per poi raggiungere il Mediterraneo da cui dovrebbe idealmente ricongiungersi a quella terrestre. Sono però solo rotte orientative in quanto la Cina conclude solamente accordi con i Paesi disponibili lungo questa ideale rotta.

Da subito Giappone e India hanno mostrato una certa forma di opposizione verso questa iniziativa cinese. Per quali motivi?

Giappone e India non vedono questa iniziativa di buon occhio, in quanto rappresenta uno strumento attraverso cui la Cina vuole espandere la sua area di influenza. Storicamente questi due Paesi sono sempre stati rivali di Pechino. Quella più preoccupata è sicuramente l’India in quanto nell’Oceano Indiano la Cina è particolarmente attiva e sta instaurando rapporti con Paesi che erano storicamente e lo sono ancora in buona relazione con Delhi, tra cui Sri lanka, Maldive e Nepal. Questa mossa si sta ripercuotendo sugli interessi indiani, indicando anche un miglioramento dei rapporti con Paesi che confinano con l’India. Ma la maggiore preoccupazione di Delhi riguarda il Pakistan che è il principale avversario dell’India, è una potenza con cui c’è una rivalità storica e con cui la Cina ha sviluppando un accordo, il corridoio economico pachistano cinese, ovvero la costruzione di una serie infrastrutture che colleghino lo Xin Jan al porto pakistano di Gwadar. In quest’ultimo la Cina potrebbe decidere inoltre in futuro di costruire la sua seconda base militare ufficiale dopo quella del Gibuti. L’india prova quindi un sentimento di accerchiamento. Recentemente è inoltre emersa sui media europei la possibilità della costruzione di una base militare nello Sri Lanka, o nelle Maldive, e non vi è dubbio che la Cina in futuro costruirà anche altri basi militare all’estero per proteggere i suoi interessi.

Esistono spazi di cooperazione tra Cina, India e Giappone?

La Cina è sicuramente disposta a concludere accordi sia con il Giappone che con l’India, le conviene coinvolgere quanti più Paesi possibili. Al momento sembra che ci sia stato un riavvicinamento con l’india alla luce dell’incontro tra Xin Jinpin e Narendra Modi, il Primo Ministro indiano. Tuttavia, credo sia solo un avvicinamento temporaneo che conviene ad entrambi i Paesi e soprattutto alla Cina, che in questa fase si trova in una situazione di particolare pressione dal punto di vista internazionale, in quanto l’iniziativa comincia ad essere criticata da altri Paesi tra cui vari Paesi europei. Da parte sua Modi ha l’ interesse di dimostrare di saper gestire in maniera pacifica questo rapporto in un momento di avvicinamento alle elezioni regionali, vuole dimostrare agli indiani di sapere gestire le relazioni con la prima potenza asiatica e la seconda potenza al mondo. Sicuramente, da un punto di vista individuale l’India non può competere con la Cina. Lo può fare, tuttavia, facendo causa comune con le altre potenze asiatiche come il Giappone, ma anche l’Australia e gli stati Uniti, per ostacolare i cinesi considerati uno strumento di penetrazione economica e commerciale. In tal senso l’India sta rilanciando il Quad, il dialogo sulla sicurezza promosso da Donald Trump, il Presidente americano, qualche mese fa per dare una forma alla sua strategia di contenimento cinese.

Da parte del Giappone vi è stato in queste settimane un riavvicinamento tra Pechino e Tokyo. C’è stato un primo incontro di alto livello tra i due livelli dopo molti anni. Il Giappone vede qualche opportunità di sviluppo e crescita tramite le nuove vie della seta ed è stato concluso qualche accordo a riguardo. Tuttavia, il Giappone rimane preoccupato dalla crescita cinese, è l’unico Paese che sia mai stato in grado di sconfiggere militarmente la cina in due occasioni. Da parte della Cina, il risentimento verso il Giappone è uno dei fattori chiave del sentimento nazionale cinese. Quando si parla di Cina e Giappone bisogna quindi considerare questo fattore.

Non vi sono dei forti rischi ambientali legati alla grandezza del progetto?

É difficile parlare di rischi ambientali a questo punto. Non è un’iniziativa armonica perchè si sviluppa sulla base di accordi bilaterali, che rappresentano allo stesso tempo una delle vulnerabilità del progetto. Non c’è un’organizzazione chiara, sono progetti sviluppati dall’esecutivo cinese tramite una collaborazione con le banche ed imprese private e pubbliche cinesi. Sono proposte ai Paesi stranieri. È difficile ragionare a livello ambientale, tuttavia negli accordi sviluppati ci sono anche quetioni inerenti all rispetto dell’ambiente. Del resto la Cina è uno dei Paesi più inquinanti al mondo ed è proprio per questo che sta cercando di sviluppare energie rinnovabili, ridurre la dipendenza dal carbone, e anche di puntare maggiormente sul petrolio e sul gas. In questo senso, il progetto può aiutare la Cina nel concludere accordi energetici con i Paesi dell’Asia centrale il Medio Oriente, la Russia, e ridurre così la dipendenza dal carbone. Tuttavia, dall’altra parte, stringendo accordi in ambito energetico la Cina aumenterebbe la dipendenza da altri Paesi.

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