domenica, Dicembre 8

Cina in Africa: dalla via della seta all’automotive

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Lo sviluppo della Cina in Africa risale già alla seconda metà del ‘900. Ha cambiato forma in parte mantenendo sempre gli stessi obiettivi. Un obiettivo politico, che è stato quello principale dal 1950, perché l’allora Terzo Mondo di cui i Paesi africani costituivano la parte più importante e meno sviluppata, rappresentava per la Cina un contraltare al ‘Primo Mondo’. L’interesse principale, della politica cinese, era quello di avere un rapporto di amicizia con il Continente africano. Dal Sudafrica al Maghreb, il territorio era stato sfruttato e colonizzato ‘dai cattivi occidentali’; quindi dal 1950 l’appena costituita Repubblica Popolare Cinese fisicamente andò in Africa ed offrì delle opere come la ferrovia Tanzam, che collega la Tanzania con lo Zambia. Essa è tuttora il simbolo dell’amicizia politico-economica tra la Cina e l’Africa. È quasi impossibile distinguere gli obiettivi politici da quelli economici di questo rapporto bilaterale, in quanto la Cina punta principalmente alle risorse, soprattutto petrolifere, cercando di ridurre la dipendenza cinese dal Medio Oriente.

“In questo contesto è bene chiarire che non c’è il tema dell’industrializzazione cinese dell’Africa. È chiaro che la Cina non va in Africa a fare beneficenza o regali gratuiti, come nel caso delle infrastrutture” ci spiega Alessia Amighini, Associate Professor of Economic policy, Co-Head of Asia research program presso l’Istituto degli Studi di Politica Internazionale (ISPI),  “ma da queste si assicura in cambio la certezza di risorse, soprattutto petrolifere, che gli permettano di svincolarsi dal ruolo centrale dei Paesi del Golfo, detentori delle maggiori risorse del sottosuolo, dai quali, tra l’altro, dipende tutto il Mondo”. 

Professoressa Amighini, ci sono accordi bilaterali tra Cina e Africa che promuovono lo sviluppo delle industrie cinesi all’interno del Continente africano?

Assolutamente, quello che ha detto è quello che sta succedendo in questo momento. In settori cruciali, partendo dal ‘vecchio’ tessile, visto che ormai tutta la produzione tessile nigeriana è cinese. Poi una piccola parte di nigeriani ha seguito l’impronta cinese, ma è una percentuale minima. Dai settori ‘maturi’, quelli che possono fare da apripista, come nel caso del tessile, hanno iniziato a muoversi sui settori di reale interesse: gli idrocarburi e le telecomunicazioni.  In Magreb, c’è una struttura produttiva già più avanzata, soprattutto in Marocco, dove c’è un distretto dell’automotive già più avanzato.  Due mesi fa i cinesi hanno investito più di un miliardo di dollari in una specie di parco tecnologico, che vedrà impegnate circa duecento imprese cinesi. La filiera dell’automotive è un settore trasversale, in quanto non c’è più solo l’automobile, ma essa comprende anche l’elettronica, computer, software e così via.

Si tratta dell’investimento più grande in tutta l’Africa.  Le telecomunicazioni per i cinesi sono fondamentali, primo perché il settore si presta a una diffusione relativamente rapida, secondo perchè si innesta molto bene nel quadro di sviluppo, un po’ singolare, che molti Paesi africani hanno vissuto. Molti di essi non sono per niente industrializzati, hanno delle sacche di capienza impressionanti, però sono in rete dal punto di vista della telecomunicazione mobile. Questo è il controsenso che noi vediamo, e che i cinesi puntano a presidiare, sia per il loro interesse diretto e strategico, sia per la consapevolezza che attraverso il controllo delle telecomunicazioni, riuscirebbero a controllare tutto. Noi in Italia dovremmo sapere meglio di altri che controllare la telefonia significa di fatto controllare il Paese.

Quali sono i settori cinesi, oltre le telecomunicazioni e quello petrolifero, che si sono rivolti di più verso l’Africa?

 Le costruzioni, le infrastrutture attraverso la realizzazione di ferrovie e porti. Queste non sono una novità, però diciamo che alcune Nazioni nell’Africa Orientale, Corno d’Africa, Tanzania e il new entry Gibuti, scalo importante per le rotte marittime verso Suez, rivestono un ruolo centrale nell’intento cinese di accaparrarsi le risorse petrolifere e nel loro trasporto. Anche in questo l’Italia ha un ruolo cruciale, perché Savini, è l’impresa che con i capitali cinesi, ha costruito di più e vive in Etiopia. In questo quadro l’Italia è l’unico Paese che, collaborando proprio con i cinesi, porta avanti questo tipo di progetti nel continente africano. Poi, come le dicevo, la Cina è particolarmente attiva in Maghreb e in Marocco, perché il resto dei Paesi non è industrializzato, né tanto meno stabile.

Il Marocco è una garanzia perché, è in pace ed è molto ben amministrato, sia dal punto di vista politico, che di sviluppo. Proprio in Marocco assistiamo a una carenza di infrastrutture che è voluta dal sovrano. Al re conviene che i marocchini non si possano tanto muovere, è per questo che non ci sono molte strade fuori da Marrakech, verso Al Rashidija.  I cinesi investono molto perché, prima degli altri, hanno compreso la posizione cruciale di Tangeri, che è sempre stata sulla rotta tra Suez e Rotterdam, rotte che i cinesi vogliono assolutamente evitare. Tutto l’obiettivo di One Belt On Road (OBOR) nel Mediterraneo è evitare di farsi 7 giorni di navigazione, dal Pireo a Rotterdam, per arrivare a Venezia. Io ho parlato a Venezia all’attività portuale e le imprese venete mi hanno chiesto ‘perché noi dobbiamo sdoganare a Rotterdam, quando le merci arrivano da Suez o dal Pireo?’ La risposta a questa domanda è perché in Italia non abbiamo un approdo, che possa essere degno di questo nome. Però Tangeri ha sempre un ruolo, poiché in Italia non sono ancora pronti, due eventuali porti che hanno un ruolo centrale nel Mediterraneo, Genova e Trieste, i cinesi hanno pensato di rinforzare Tangeri. Inoltre Tangeri, pur essendo su una rotta quasi morta, funge da appoggio per l’indotto di intermedi di automotive in Marocco, dove hanno investito in questa startup insieme a Francia e al Marocco stesso. Questa è la novità della presentazione della Cina in Africa. Infine un altro settore di servizi molto importante per i cinesi, e anche per l’Africa, è quello finanziario: molto probabilmente Gibuti diverrà un hub finanziario oltre che marittimo, dove apriranno come a Dubai un Shop Center dove sarà possibile spendere fanta bond, diventando così il primo centro finanziario cinese in Africa.

Al contrario di quanto si possa pensare, sono state adottate delle politiche da Pechino per evitare l’eccessivo sfruttamento delle risorse in Africa?

 Per quanto riguarda gli idrocarburi e i giacimenti petroliferi sono molto attenti alla relazione, non sono Shell o altri gruppi che vanno e causano un deserto o tensioni, o conflitti locali. I cinesi stanno molto attenti a questo, perché sanno che tutta la loro presenza si fonda su una relazione politica di alto livello. Se c’è bisogno di creare una serie di attività per salvaguardare l’ambiente lo fanno, non in modo completamente disinteressato, ma prestando attenzione a questo. Prendono e non investono, anzi sono contrari all’investimento energetico, perché farebbe gioco agli africani e non a loro.

 Alcuni analisti hanno ipotizzato che la decentralizzazione dell’industria cinese in Africa, potrà causare degli scompensi all’economia interna, cosa ne pensa?

È molto improbabile per diversi motivi, innanzitutto perché i volumi di produzione della Cina sono inarrivabili per altri Paesi, e mentre l’Italia quando ha portato la produzione tessile, calzaturiera all’estero per abbattere i costi, ha creato un vero e proprio vuoto in alcuni territori, in Cina, per via dei grandi volumi, questa privazione è molto meno evidente. Inoltre, assistiamo a una delocalizzazione soprattutto dei settori maturi, perché soprattutto lungo le regioni costiere cinesi assistiamo dal 2008 ad un netto aumento delle condizioni salariali, mediamente del 10% all’anno. Per questa ragione molte aziende, soprattutto del tessile, si sono già spostate in altri Paesi del Sud-Est asciatico. Quindi, in generale, la Cina non delocalizzerà in maniera importante, e la percentuale sarà comunque sempre bassa, soprattutto verso l’Africa. Se un’azienda è costretta a delocalizzare per via dell’aumento dei costi andrà in Vietnam, ma certamente non in Africa; soprattutto per i problemi di approvvigionamento di energia, che oltre all’instabilità, è un elemento predominante nell’ostacolo allo sviluppo dell’Africa.

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