venerdì, Maggio 24

Cina in Africa: compro tutto, senza condizioni La Cina continua i suoi investimenti in Africa, l’Unione Europea arranca, mentre i leaders africani preferiscono Pechino, ne parliamo con Riccardo Pelizzo, consulente della Banca Mondiale

0

In un mondo globalizzato come il nostro, gli investimenti valicano i confini nazionali con facilità. L’investimento economico è una scommessa sullo sviluppo di un altro Paese, ma questi investimenti nascondono un progetto di prevaricazione? I Paesi in cui si investe rischiano di essere subordinati? Molti analisti se lo sono chiesto quando la Cina ha iniziato ad investire in Africa, ed ora cerca di replicare anche in Unione Europea. La Nuova via della seta divide i decisori politici e gli opinionisti di più di un continente.

La rivoluzione industriale africana è l’incognita in questo grande gioco di investimenti. La politica cinese ha, negli ultimi anni, esportato ingenti capitali per formare un mercato interconnesso a livello africano. Nel 2018, la Cina si era prefissa di spendere altri 60 miliardi di dollari per l’Africa, divisi tra prestiti, linee di credito, fondi speciali, sgravi fiscali e progetti infrastrutturali. Da anni, lo sviluppo dell’industria e la progettazione di infrastrutture in Africa sono i principali obiettivi di Pechino: resta da capire cosa vogliano in cambio. Forse, gli occidentali riescono solo a vederci una forma di neocolonialismo. Forse, lo schema coloniale è l’unico che la storica e triste condotta europea in Africa ci ha lasciato come eredità culturale. I Paesi africani, d’altro canto, hanno accolto benevolmente la visione cinese. «Aiutiamoli a casa loro», forse, non è poi così un’utopia.

Ad inizi anni Duemila, i Paesi dell’Africa sub-sahariana hanno vissuto un boom economico senza precedenti (per quella regione). Nel 2012, la Banca Mondiale ritraeva il continente africano come il primo a riuscire a riprendersi dalla crisi economico-finanziaria del 2008: il PIL tornava a crescere, si auspicava un futuro di progresso e di investimenti. Al tempo, l’Africa sub-sahariana vantava il record di avere sei tra i Paesi a sviluppo più rapido dei precedenti dieci anni. Un continente in un pieno boom demografico, con una domanda di beni e servizi sempre in rialzo. Cosa è andato storto?

La fame e condizioni sociali vantaggiose, però, hanno perso il treno della crescita economica. Il continente africano ha tirato il freno il mano, il carbone ancora brucia, ma dà energia a pochi. L’affermazione della democrazia non è proporzionale all’aumento del PIL. Secondo Freedom House, nell’Africa sub-sahariana solo nove Paesi sono liberi, sono democratici. In un’area grande quasi tre volte l’Europa, che conta 49 Stati, la stabilità politica e sociale sono la base per la prosperità ed un ritorno alla crescita economica. Almeno così ci suggerisce lo schema ‘occidentale’.

La crescita economica è andata affievolendosi, senza però smettere di segnare un segno positivo negli ultimi anni. La Banca Mondiale stima una crescente media, nella regione, del 3,6% nel biennio 2019-2020. Nel report ‘Africa’s Pulse’, lo stesso istituto premette un prezzo stabile di petrolio e metalli, oltre che l’attuazione di riforme contro lo squilibrio macroeconomico e a favore degli investimenti nella regione. «La crescita nell’Africa sub-sahariana è ripartita, ma non abbastanza velocemente. Tuttavia, si è lontani da avere livelli di crescita pre-crisi», afferma Albert Zeufack, Chief Economist per la regione africana.

La moderata ripresa è spinta dalle tre grandi economie della regione: Nigeria, Angola e Sudafrica. La Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS) sospinge la crescita della regione con investimenti copiosi nella costruzione di infrastrutture strategiche: Senegal e Costa d’Avorio sono in testa al progetto. L’Africa orientale, invece, migliora la sua prospettiva di crescita grazie alle migliorie apportate in campo agricolo e nel sistema di credito del settore privato.

Tuttavia, il debito pubblico aumenta nella regione: il rapporto con il PIL diventa sempre più preoccupante. L’affidamento recente ad un debito basato sul mercato ha esposto la regione sub-sahariana a rischi maggiori: nel marzo 2018, diciotto i Paesi che sono stati classificati ad alto rischio di ‘insolvenza’ (high-risk of debt distress). Secondo Albert Zeufack, «L’Africa deve investire in tecnologia e sfruttare l’innovazione per aumentare la produzione e per accelerare la propria crescita». Il report ‘Africa’s Pulse’ suggerisce che una crescita economica unitaria e la lotta alla povertà debbano essere perseguite attraverso il miglioramento del sistema elettrico: elettricità in tutte le case, maggiori regole nel settore e una migliore gestione delle utenze.

Le ultime stime di crescita, però, sono inficiate da un contesto internazionale traballante: l’esposizione debitoria rimane preoccupante con un dollaro più forte, i prezzi delle materie prime sono diminuiti per la prospettiva di tariffe commerciali e una minore domanda globale. In questo contesto, la Cina porta avanti una nuova via alla globalizzazione. Pechino aguzza la vista e guarda lontano, ma quanto lontano? Per una visione nitida e lungimirante sulla questione, abbiamo intervistato Riccardo Pelizzo, professore alla Nazarbayev University (KZ), consulente della Banca Mondiale e vice decano per la ricerca nella Graduate School of Public Policy.

 

Gli investimenti cinesi comportano realmente una subordinazione economica o sono solo speculazioni degli analisti?

L’Africa è, ovviamente, un continente di grande interesse per la Cina. Pechino è uno dei principali consumatori delle materie prime africane. La costruzione di costose infrastrutture in Africa permette alle risorse naturali e alle materie prime, estratte in Africa Centrale ed Orientale, di essere portate nei porti dell’Africa orientale e spedite in Cina. La costruzione di tali opere infrastrutturali viene fatta, in alcuni casi, grazie a finanziamenti che la Cina eroga ai Paesi Africani. In molti, soprattutto in Occidente, temono che la Cina possa eventualmente mettere le mani sulle infrastrutture africane, nel caso i governi africani non riescano a ripagare il debito. La cosa ovviamente è possibile, ma non si tratta di un esito scontato per tre motivi. Primo: la Cina non è, contrariamente a quanto si crede, il maggior creditore dei Paesi africani. Secondo: i tassi di interesse che la Cina applica sul debito sono inferiori a quelli applicati da altri creditori. Terzo: la Cina, a più riprese, ha condonato in toto o in parte il debito di alcuni Paesi africani. Per esempio, nel 2016 la Cina condonò un debito di 5 milioni di dollari statunitensi del Mozambico, e più di recente la Cina ha condonato parte del debito dello Zimbabwe.

Si parla di un rallentamento dell’economia africana, quando invece sembrava ci fossero tutte le condizioni per boom africano. Cosa sta accadendo?

Il rallentamento dell’economia cinese ha comportato nel complesso un rallentamento dell’economia africana. Questo rallentamento complessivo ha interagito con altri fattori: un incremento dell’instabilità politica, un calo dei prezzi delle materie prime, gli effetti deleteri del riscaldamento globale sulla produzione agricola (che per molti Paesi dell’Africa sub-sahariana rappresenta un terzo del PIL), un peggioramento della sanità pubblica e delle epidemie (colera, ebola e così via). Vi sono però casi, come quello ruandese o quello tanzaniano, in cui l’economia continua a crescere ad un tasso di crescita molto elevato. Inoltre, vi sono casi, come quello sudafricano o nigeriano, in cui l’economia continuerà ad avere una crescita modesta, e viste le dimensioni di queste due economie, la loro crisi è sufficiente ad offuscare i successi altrui.

Gli investimenti cinesi in Africa cosa hanno comportato? Quale il loro effetto nel continente africano in termini economici?

Gli investimenti, assieme agli aiuti economici e all’azzeramento del debito, sono stati le condizioni fondamentali che hanno permesso all’Africa sub-sahariana di avere un tasso di crescita economica molto alto, almeno per i primi quattordici anni del nuovo millennio. La Cina, a tal proposito, ha giocato un ruolo fondamentale in due modi: in primo luogo, la Cina è stata uno dei mercati più importanti per le materie prime estratte in Africa; in secondo luogo, la Cina per facilitare l’estrazione e l’esportazione di queste materie prime ha finanziato o contribuito a finanziare i progetti infrastrutturali di molti Paesi, soprattutto dell’Africa Orientale.

Quale è il principale campo di interesse degli investimenti cinesi?

Senz’altro le infrastrutture: porti e ferrovie. Le ferrovie per portare le materie prime dall’Africa Centrale e dall’interno dell’Africa orientale alla costa, ed i porti per poi spedire tali materie in Cina.

La tanto discussa Nuova via della seta serve più alla Cina o all’Africa?

La Nuova via della seta (con la cosiddetta One Belt, One Road) serve ovviamente alla Cina, serve all’Asia Centrale, e serve anche all’Africa. La crescita economica e lo sviluppo (cosa nota agli specialisti, ma non sempre ai politici italiani) richiede lo sviluppo delle infrastrutture. La Nuova via della seta fornisce una giustificazione per costruire queste infrastrutture, che possono essere utili, ovviamente, per la Cina, ma possono esserlo anche per molti altri Paesi.

L’Unione Europea differisce come cifre dalla Cina, ma come metodo invece?

Il vero problema (posto che di problema si tratti) non è che la Cina investa, l’Africa si indebiti, e la Cina incrementi la propria influenza per motivi puramente economici. Il vero problema è che la Cina per molti Paesi africani rappresenta un modello di governance molto più appetibile di quello occidentale. Mentre in Occidente si tende a pensare, o si è pensato per lungo tempo, che democrazia e sviluppo vadano di pari passo, la Cina mostra come lo sviluppo socio-economico possa essere promosso senza dover necessariamente liberalizzare o democratizzare il sistema politico. Un politico cinese, mesi orsono, ha commentato che il vero problema dell’Africa è che c’è troppa democrazia. Non solo, mentre i Paesi occidentali e le agenzie dello sviluppo, erogano spesso fondi per lo sviluppo a patto che il Paese beneficiario si impegni a proteggere i diritti umani o a rendere il Paese più democratico, la Cina offre fondi senza condizionalità. La comunità internazionale, mesi orsono, ha congelato l’erogazione di fondi che aveva promesso. Questo in condanna alle posizioni omofobe di alcuni membri del Governo tanzaniano, alla repressione della libertà di stampa, alle persecuzioni di vari politici di opposizione, ad alcuni omicidi politicamente motivati. Nonché in risposta al fatto che le studentesse incinte debbano essere espulse da scuola e non abbiamo la possibilità di continuare gli studi. In quel frangente, il Presidente tanzaniano John Magufuli, ha commentato che (a differenza degli occidentali) la Cina è un vero alleato. Il vero pericolo che la Cina pone, in Africa almeno, è rappresentare un modello di sviluppo per molti versi diverso da quello occidentale, fondamentalmente non-democratico, che può compromettere i progressi che molti Paesi africani hanno (ed avevano fatto) sulla strada della democrazia. Si tratta di una sfida culturale, prima ancora che economica o geostrategica. Una sfida particolarmente insidiosa, perché, forse erroneamente, trascurata. L’Italia, anche se la cosa non viene adeguatamente fatta sapere, in Africa investe tantissimo. La Francia di Macron cerca di espandere la sua influenza, i Paesi nordici investono nella promozione del capacity building e del buon governo. Ma, a costo di dire una cosa inesatta, si ha l’impressione che l’Unione Europea ed i suoi Stati membri non riescano a pesare quanto la Cina, ed il motivo, credo, sia proprio culturale.

Ci pare di capire che ci siano anche i Paesi del Golfo che stanno puntando molto sull’Africa. Cosa stanno facendo? E ci dobbiamo attendere uno scontro tra Golfo e Cina per accaparrarsi il controllo economico dell’Africa?

Immagino sia così, anche se io su questo so poco. So, invece, che la Turchia sta velocemente espandendo la sua influenza nel continente africano, e che lo stia facendo senza dare troppo nell’occhio, finanziando in Sudan la lotta al terrorismo, in Tanzania la costruzione delle ferrovie, ed incrementando il numero di voli verso il continente africano. Siamo noi che, pur geograficamente vicini, abbiamo perso l’occasione per posizionarci come gateway per l’Africa.

L’Europa come figura in questa corsa alle risorse dell’Africa? Si può pensare ad una alleanza Europa-Cina per il controllo delle risorse africane?

Credo che il problema della corsa alle risorse, per quanto importante, sia l’ultimo dei problemi che l’Europa deve affrontare e risolvere. Per decenni l’Europa è stata modello di democrazia e di sviluppo, oggi non è più così. I fondi e i finanziamenti europei, per quanto graditi, non lo sono quanto quelli cinesi. Questo perché, mentre l’Occidente impone delle condizioni o delle condizionalità, la Cina sovvenziona senza ‘secondi fini’. Per molti leaders africani, per cui la democrazia è un inutile orpello, le offerte cinesi sono molto più appetibili di quelle occidentali. Il vero problema che l’Europa e l’Occidente devono risolvere è su come persuadere i leaders africani che il modello occidentale è preferibile a quello cinese. Se dovessimo riuscire sarebbe un successo, altrimenti, alla nostra marginalizzazione culturale, finirà col far seguito una minore influenza geopolitica e una minore rilevanza economica.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore