venerdì, Febbraio 21

Cina e Stati Uniti sempre più ai ferri corti

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Nel corso del G-20 tenutosi a Londra nel 2009, il governatore della Banca Centrale cinese Zhou Xiao Chuan ha infatti dichiarato che «lo scoppio della crisi e il suo straripamento nel mondo intero riflettono le vulnerabilità inerenti e i rischi sistemici del sistema monetario internazionale». L’esternazione di Zhou Xiao Chuan rispecchiava indubbiamente le intenzioni del governo cinese, che mirava a fare piazza pulita di ogni messa in discussione della propria moneta, notoriamente sottovalutata, e lanciare un monito alle autorità statunitensi, invitandole a guardarsi bene dall’operare una svalutazione della moneta Usa suscettibile di produrre una netta diminuzione del valore effettivo delle riserve in dollari detenute dalla Cina. D’altro canto, i cinesi avevano da tempo cominciato a valutare la possibilità di rimpiazzare il dollaro come moneta di riferimento internazionale con una nuova valuta non corrente, utilizzabile soltanto per gli scambi internazionali (come aveva proposto John Maynard Keynes a Bretton Woods), il cui valore verrebbe stabilito in base a un paniere di valute nazionali (euro, dollaro, yen, yuan, rublo, ecc.). Pechino dimostrava quindi piuttosto chiaramente l’intenzione di affossare il modello economico incardinato sul dollaro e su istituzioni dominate dagli Stati Uniti quali la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale (di cui Washington detiene il 17% dell’intera capacità decisionale) e l’Organizzazione Mondiale del Commercio, rimpiazzandolo con un nuovo sistema internazionale capace di riflettere i reali rapporti di forza, sia militari, che economici, che demografici del pianeta.

Parallelamente, la Cina ha iniziato a contenere in misura rilevante i propri attivi espressi in dollari e a ridurre l’acquisto dei Buoni del Tesoro statunitensi, nella consapevolezza che crescere a spese degli altri rappresenta una pessima idea, in quanto l’esportatore, per il fatto stesso di vendere agli altri Paesi i propri beni, finisce inevitabilmente per importare i loro problemi nel momento in cui l’importatore, per una qualsiasi ragione, vede compromessa la propria capacità di pagare. Per questo motivo dal 2005 i cinesi mantengono la barra in direzione di una costante rivalutazione dello yuan e di una parallela riduzione del saldo commerciale, nel tentativo di sottrarsi il più possibile alle turbolenze dell’economia globale. Qualora questo trend dovesse acquisire una stabile continuità, gli Stati Uniti molto difficilmente riuscirebbero a piazzare tutti i Buoni emessi dal Dipartimento del Tesoro.

Malgrado, infatti, tali Buoni continuino ad usufruire del sostegno artificiale accordato dalle compiacenti (e organiche al sistema) agenzie di rating, è assai improbabile che gli acquirenti internazionali riescano ad ovviare alla gigantesca voragine che si aprirebbe con l’eventuale sganciamento cinese. Se ciò dovesse verificarsi, gli Stati Uniti si vedrebbero costretti a ripetere più e più volte la desolante vicenda accaduta nel marzo 2009, quando alla Federal Reserve non rimase altro da fare che acquistare 300 miliardi di dollari di Buoni del Tesoro rimasti invenduti, andando ad alimentare una pericolosa spirale inflazionistica. Mentre riduceva la propria esposizione nei confronti degli Stati Uniti, la Cina iniziava a stipulare accordi finanziari bilaterali con le potenze regionali emergenti – come Brasile, Argentina, Indonesia ed Iran – slegati dal vincolo del dollaro e ad autorizzare i Paesi nei confronti dei quali vanta crediti commerciali ad emettere obbligazioni denominate in yuan, sottoscritte dalla Banca Centrale Cinese. Va sottolineata, in aggiunta, la tendenza di diversi Paesi produttori di petrolio a commercializzare il greggio in valute alternative al dollaro. Dal 2007, l’Iran chiede principalmente euro e yen in cambio del proprio petrolio.

È proprio nel prendere atto che i destini del sistema dollaro-centrico sono sempre di più nelle mani della Cina che Washington ha deciso di accogliere Pechino nel paniere dei Diritti Speciali di Prelievo assieme a dollaro, euro, yuan e sterlina, in previsione che un passaggio epocale di questo tipo costringa le autorità cinesi ad integrarsi maggiormente nel sistema vigente abbandonando i due punti di forza su cui si fonda il para­digma socialista cinese, vale a dire il mono­polio del commercio estero e la fissazione a livello statale del valore dello yuan-renminbi. Si tratta di un obiettivo di portata analoga a quelli perse­guiti a Bretton Woods (l’adesione di tutto il mondo al sistema monetario imperniato sul dollaro) e con il Piano Marshall (l’apertura totale dei mer­cati mondiali alle merci statuni­tensi), reso necessario dalle concrete pro­spettive di affermazione dello yuan-renminbi a livello internazionale, che in questo modo andrebbe ad affiancarsi alle monete statunitense ed euro­pea in conformità al modello trivalutario promosso da Pechino. In questo modo la divisa cinese sarebbe inesorabilmente destinata a dominare gli scambi di prossimità che avven­gono entro la regione asiatica costrin­gendo gli Usa a procedere a un ritiro valutario forzato che di fatto ha già avuto luogo nei confronti dell’Europa. La zona-euro, unificando il proprio mer­cato interno sotto la moneta unica, ha capitalizzato un ragguardevole li­vello di ‘autarchia monetaria’.

Ciò in­dica che la stessa esistenza della mo­neta unica, con tutti i suoi enormi difetti, rappresenta un pericolo per il si­stema del dollaro, poiché spalanca automaticamente le porte a prospettive ‘diversificazioniste’ che diven­gono particolarmente pericolose soprattutto alla luce del progetto di ‘internazionalizza­zione del renminbi’ portato avanti da Pe­chino. Come ha spiegato l’influente politico ed ex banchiere cinese Guo Shuqing sulle colonne dell’ufficialissmo ‘Quotidiano del Po­polo’: «il ruolo della Cina in ambito finanziario dipende da come essa promuoverà il renminbi in quanto valuta internazionale […]. Pechino contribuirà a stabiliz­zare il si­stema monetario internazionale con l’aggiunta di una o anche due valute ‘internazionalizzate’. Allo stato attuale il dollaro e l’euro sono le divise più comunemente utilizzate come valuta internazio­nale, ma ritengo che oc­corra aggiungere al paniere almeno un’altra valuta. Un triangolo è più sta­bile e rappresenta un bene per la diversificazione».

La creazione di que­sto triangolo valutario rappresenta un incubo per gli Stati Uniti, poiché intacca automaticamente la supremazia esercitata dal ‘biglietto verde’. E dal momento che la Cina, in forza del suo ruolo di ‘banchiere’ degli Usa, non può essere colpita più di tanto con le armi della finanza, la specula­zione statunitense si è abbattuta pesantemente sulla ri­manente gamba del tavolo, e più precisamente sugli anelli deboli della zona-euro, allo scopo di in­debolire la moneta unica. Significativamente, l’effetto dell’offensiva fi­nanziaria è stato fortemente contenuto proprio grazie all’intervento della Cina, che ha acquistato in un solo colpo ben 100 miliardi di euro di bond europei. Se a ciò si sommano i progetti cinesi come l’Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib) e la Nuova Via della Seta, miranti a promuovere l’integrazione di tutte le economie della massa continentale eurasiatica, si comprendono le ragioni che stanno alla base del crescente attivismo della marina militare statunitense al largo delle acque territoriali cinesi e l’insistenza con cui Washington ha (vanamente) cercato di promuovere il Trans-Pacific Partnership.

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