mercoledì, Agosto 21

Cina e Stati Uniti sempre più ai ferri corti

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Fin dallo scoppio della crisi economia del 2008, la struttura economica degli Stati Uniti ha cominciato a presentare crepe sempre più larghe e profonde. Il prezzo del salvataggio, attuato con denaro pubblico, delle banche statunitensi finite sull’orlo del baratro si è infatti rivelato salatissimo. Basti ricorda che nel maggio 2011, con il deficit commerciale schizzato alle stelle e il debito pubblico arrivato a quota 15.000 miliardi di dollari, il segretario al Tesoro Timothy Geithner si vide costretto a decretare la sospensione del versamento ai fondi pensione dei dipendenti federali, in attesa che il Congresso approvasse un innalzamento del tetto massimo del debito. Il tetto venne innalzato il successivo 2 agosto – e diverse altre volte in seguito – così da autorizzare il Tesoro a riprendere ad erogare obbligazioni. Ciononostante, l’indebitamento complessivo degli Stati Uniti è giunto a superare il 350% del Pil e la classe politica Usa non si è dimostrata capace di adottare misure in grado di invertire la tendenza. Il che ha ingigantito decisamente il problema, al punto da travalicare i meri confini nazionali degli Stati Uniti.

La Cina è stata la prima nazione ad essere toccata direttamente dal disastro economico statunitense, seguita da Giappone, Unione Europea e Russia – rispetto ai quali Pechino ha comunque mantenuto un netto distacco. Pechino è stata per svariati decenni la principale finanziatrice del debito statunitense, investendo parte consistente dei proventi derivanti dall’esportazione delle proprie merci soprattutto nell’acquisto dei Buoni del Tesoro statunitensi. Gli Stati Uniti, in cambio, hanno aperto le porte del proprio mercato interno ai prodotti cinesi. Il particolare rapporto instauratosi grazie a questo tacito accordo conferisce teoricamente alla Cina il potere effettivo di controllare l’economia nordamericana, ma di fatto, nel caso in cui Pechino decidesse di approfittare di questa posizione, Washington avrebbe modo di lanciare la propria rappresaglia mettendo al bando le merci cinesi e congelando i patrimoni cinesi denominati in dollari, in modo da assestare un colpo durissimo al gigante asiatico.

Col tempo, tuttavia, la Cina ha dato la chiara impressione di averne abbastanza di questo impianto squilibrato che consente agli Usa di mantenere l’esorbitante privilegio spettante a chi detiene il controllo della valuta di riferimento internazionale, vale a dire la possibilità di importare merci prodotte in qualsiasi parte del mondo in cambio di semplici pezzi di carta stampati dalla Federal Reserve. Un meccanismo che risale al 1971, quando il presidente Richard Nixon pose unilateralmente fine al sistema aureo dei cambi fissi concordato nel 1944 a Bretton Woods e inaugurando il modello ‘fluttuante’, che sancì l’ancoraggio  del dollaro al petrolio e la trasformazione delle valute nazionali in merci come tutte le altre, il cui valore sarebbe da quel momento stato stabilito in base alle dinamiche domanda-offerta. Come scrive l’intellettuale Alain De Benoist: «è evidente che il paese che emette la moneta di riserva internazionale dispone di un formidabile strumento per finanziare la sua economia e il suo debito pubblico, imporre le sue condizioni finanziarie al resto del mondo e sciogliersi da vincoli esterni. A cosa serve preoccuparsi dei propri deficit con l’estero quando è possibile fabbricare dollari per pagare i propri fornitori? Essendo scollegato dall’oro, il dollaro poteva moltiplicarsi senza un immediato effetto automatico sul suo valore o sull’inflazione, il che avrebbe permesso agli americani di far finanziare all’infinito i loro crescenti deficit commerciali dal resto del mondo, in particolare grazie alla emissione di Buoni del Tesoro. Di fatto, la massiccia domanda di dollari ha permesso a lungo agli americani di accumulare deficit commerciali e di bilancio esorbitanti senza soffrire del negativo impatto economico dei debiti che tali squilibri avrebbero normalmente dovuto provocare. Il risultato è che gli Stati Uniti hanno potuto vivere al di sopra dei loro mezzi grazie ai capitali esteri e che, da almeno trent’anni, l’economia americana vive alle spalle del resto del mondo. Essa fabbrica una falsa crescita, che provoca il regolare aumento degli indici di borsa per il solo fatto dell’accumularsi del denaro nei portafogli di investimento, ma che non rinvia più allo sviluppo economico reale. La macchina gira generando un debito che cresce meccanicamente».

È nella piena consapevolezza dei vantaggi assicurati agli Usa da questo specifico modello finanziario che il segretario al Tesoro John Connally rivolse agli europei la sua famosa, sprezzante battuta: «il dollaro è ora la nostra divisa e il vostro problema».

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