domenica, Agosto 18

Cina: tra comunismo e capitalismo

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Nei primi anni 2000, con l’ ingresso nel WTO (World Trade Organization), la Cina è diventata un player economico mondiale. È uscita dall’ isolazionismo che l’ aveva contraddistinta fino a quel momento, è divenuta una delle BRICS (economie emergenti), attuando una rivoluzione straordinaria: infatti la Cina, che pur si configura, ancora oggi, come una nazione comunista, in cui a giocare un ruolo fondamentale è il partito centrale, si muove in modo del tutto simile alla prima potenza capitalistica occidentale, gli Stati Uniti.

Con l’ elezione di Donald Trump, sembra di esser giunti ad un paradosso: gli Stati Uniti, primi fautori della globalizzazione, annunciano un ripiegamento protezionistico e politiche economiche atte a garantire la produzione americana rispetto ai suoi competitor mentre la Cina, mediante le parole del suo Presidente Xi Jinping, proclama, al forum di Davos, che «dobbiamo dire no al protezionismo. Perseguire il protezionismo è come chiudersi in una stanza buia. Vento e pioggia possono restare fuori, ma restano fuori anche luce ed aria».

Guardando ai numeri, occorre mettere in fila alcuni dati economici, fondamentali per capire la situazione: il 2016 si è concluso, secondo le stime dell’ Economist Intelligence Unit, facendo registrare: agli USA una crescita del PIL reale del 2.0%, con un rallentamento rispetto al 2015; mentre al Dragone una crescita del PIL reale del 6,5 %, con una leggera flessione negli ultimi quattro anni, ma con un contemporaneo abbassamento del debito pubblico.

Secondo le ultime statistiche di Euromonitor International, tra il 2005 e il 2016 i salari orari per i lavoratori della manifattura cinese si sono triplicati toccando i 3,60 dollari all’ora in media. Nel medesimo periodo preso in analisi, la paga oraria dei brasiliani è scesa da 2,90 dollari a 2,70; da 2,20 a 2,10 in Messico. La paga oraria media offerta dalle catene di montaggio in Cina equivale, dunque, ormai al 70 per cento di quella in Portogallo e in Grecia, portandosi molto vicina agli standard occidentali. La popolazione urbana è cresciuta dal 31% del 1980 al 52% del 2013.  L’ intenzione di Donald Trump, che come primo atto ha abbandonato il TPP (Trans-Pacific Partnership), dovrà dunque scontrarsi con la realtà, considerando, come ha detto il Presidente cinese, che «è vero che la globalizzazione ha creato nuovi problemi, ma questa non è una giustificazione per cancellarla, quanto piuttosto per adattarla. (…)Piaccia o no, l’economia globale è l’enorme oceano dal quale nessuno può tirarsi fuori completamente».

Questa è una chiara presa di posizione che è in diretto collegamento con l’ attività di investimento che una delle più grandi nazioni asiatiche sta effettuando in tutto il mondo, puntando su alcuni settori strategici come ad esempio sulle infrastrutture, nelle cosiddette ‘nuove via della seta’ oppure negli attracchi marittimi come quello del Pireo o sulla tecnologia, dato il forte scarto che divide la Cina dall’ Occidente in questo ambito. Il colmo, però, è stato raggiunto  quando è stata annunciata, qualche giorno fa, l’ intenzione di Chen Feng, proprietario di Hna, holding da 100 miliardi di assets, che detiene il controllo di Hainan Airlines, ma anche di un quarto della catena alberghiera Hilton, di acquisire la rivista americana del capitalismo mondiale, Forbes, nota al pubblico mondiale per le sue classifiche dei miliardari.

L’ espansione cinese è stata sostenuta e si è svolta in tutto il mercato occidentale. Secondo il rapporto del gennaio 2017 del MERICS (Mercator Institute for China Studies), l’ investimento cinese in Europa sta vivendo una stagione di crescita, ma questa tendenza non è uguale a tutte le latitudini del Vecchio Continente.

In quest’ occasione, analizzeremo l’attuale ‘contraddizione’ in cui versa la Cina, considerata nei suoi rapporti con l’ Occidente (Europa e Stati Uniti) avvalendoci dell’ esperienza di Michele De Gasperis, Presidente dell’Ufficio per l’Italia dell’ OIUC (Overseas Investment Union of The Investment Association of China),  «un network» – come tende a sottolineare il Presidente – «che raccoglie opportunità di collaborazione in tutto il pianeta e le presenta proprio dove vengono discusse le strategie di investimento con un approccio esclusivamente business, in linea con la politica ma non per questo politico» e di quella di due avvocati, Alessandro Bravin e Marco Vinciguerra, i quali lavorano rispettivamente per DeHeng Law Offices di Beijing e per DeHeng Shanghai Law Office di Shangai, studi legali locali che si relazionano quotidianamente con la realtà imprenditoriale cinese.

Iniziamo questa riflessione facendo una considerazione su quanto è cambiata in questi ultimi anni la Cina. Questa trasformazione, come ci dice Bravin, è anche socio-culturale: “Sembra di essere in America. C’è quella visione occidentale, però, senza limiti etici. Forse l’ Occidente ha più etica”. Di fondo, tuttavia, il rovesciamento della chiusura protezionistica messo in atto in questi anni, rimanda ad un altro elemento e cioè che «investire all’ estero» – dice Vinciguerra – “è diventata per i cinesi una necessità perché devono colmare un gap tecnologico con i paesi più avanzati e l’ unico modo per farlo è investire all’ estero.  Visto che hanno molte risorse valutarie da utilizzare per questo e provano a fare affari in paesi come l’ Italia dove vi sono aziende che non riescono ad espandersi o che hanno bisogno di un’ iniezione di liquidità e che sono tecnologicamente appetibili per loro. Questo è un fenomeno che è andato rafforzandosi in questi ultimi anni, ma che era già in atto prima, quando non si manifestava in Italia, ma in altri paesi. Questo cambio credo che fosse prevedibile ed anche, se vogliamo, abbastanza previsto”.

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