venerdì, Febbraio 28

Cina a caccia di affari in Africa: l’Europa è avvertita L'espansione cinese nel continente africano fra opportunità di sviluppo e minaccia del debito

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Tanto nell’industria quanto nell’agricoltura risulta fondamentale l’apporto dato dalla creazione delle Zone Economiche Speciali, particolari sistemi economici già sperimentati con successo in Cina nelle aree di Shenzen, Guangdong e Shaghai. La loro costituzione è prevista in diversi Stati dell’Africa, quali Etiopia, Nigeria e Zambia e potrebbe costituire un fondamentale trampolino di lancio per l’economia africana, oltre a produrre indubbi vantaggi per il Dragone: le imprese cinesi potranno infatti realizzare al loro interno manufatti ‘made in Africa’ ed esportarli in Occidente usufruendo delle agevolazioni concesse ai prodotti africani, agevolazioni che non verrebbero concesse, al contrario, al ben meno popolare marchio ‘made in China’.

Inoltre, merita attenzione uno sguardo alla natura delle importazioni e delle esportazioni da e per l’Africa. Se le prime, infatti, si concentrano prevalentemente in petrolio e minerali , prodotti che costituiscono circa l’ottanta per cento del totale, le seconde risultano molto più diversificate: dai manufatti ai tessuti, passando per i macchinari agricoli e industriali alle attrezzature per il trasporto. Una diversificazione finalizzata a soddisfare a prezzi accessibili la domanda interna della popolazione e che costituisce ulteriore ‘grimaldello’ per penetrare nel mercato dei consumi quotidiani dei cittadini. E che costituisce parte integrande di quella ‘strategia di uscita’ annunciata dalla Cina agli inizi del millennio, con la quale Pechino punta ad accrescere i propri investimenti esteri, migliorarne la qualità, sviluppare nuovi canali finanziari per la propria espansione e creare marchi cinesi riconoscibili all’estero.

Un progetto ambizioso, il quale viene abilmente accompagnato da iniziative a carattere educativo, culturale e sanitario, quali il finanziamento per un centro di prevenzione per la malaria in Liberia, la Scuola Nazionale di Arti Visive a Maputo, in Mozambico, la costruzione, non ancora ultimata, di un teatro dell’Opera con 1400 posti a sedere ad Algeri. Iniziative finalizzate a coniugare la crescita economica dell’Africa con la sua evoluzione sociale e che costituiscono fondamentali armi di soft power per ogni superpotenza che si rispetti.

L’espansione cinese nel continente africano comporta indubbi vantaggi per l’Africa. La sua popolazione, infatti, ha un bisogno sempre crescente di infrastrutture e finanziamenti anche per affrontare le sfide più semplici e la partnership della Cina porta benefici tangibili da questo punto di vista. La Cina ha inoltre l’indubbio vantaggio di non evocare i fantasmi della passata dominazione coloniale, con il suo inevitabile strascico di sospetti da parte africana e di eccesso di paternalismo da parte occidentale. Pechino al contrario può presentarsi con un approccio non interventista, il quale risulta particolarmente attraente per Paesi africani stanchi della pretesa europea e americana di dare lezione sui diritti umani e la democrazia, tematiche su cui la Cina, giocoforza, non può fornire grandi insegnamenti.

Ma anche la strategia cinese ha un risvolto della medaglia: se Pechino sa perfettamente quali sono le sue prospettive di profitto negli investimenti africani, l’Africa, al contrario, ha ancora difficoltà a percepire quale guadagno potrà veramente trarre dalla penetrazione a macchia d’olio da parte della Cina. I finanziamenti del Dragone, se costituiscono una fondamentale boccata d’ossigeno per l’Africa, rischiano nel lungo periodo di tradursi in un debito pubblico talmente elevato da compromettere la loro indipendenza politica ed economica. I grandi progetti infrastrutturali vedono il loro costo aumentare nel tempo, al fine di permettere ai spesso corrotti Governi locali di beneficiare di generose commissioni, poco inerenti alle prospettive di sviluppo. Se le imprese africane godono di una generale ricaduta positiva causata dall’intervento cinese, una scomposizione più attenta dei dati rivela come solo il 47% di tali imprese abbiano tratto realmente profitto dagli investimenti cinesi. E l’attenzione dell Cina all’occupazione di lavoratori locali nasconde il fatto che solo il 44% di essi riveste posizioni manageriali nelle industrie cinesi sul continente africano.

Godfrey Mwampembwa, un caricaturista conosciuto in tutta l’Africa con il nome d’arte “Gado”, in uno dei suoi disegni, rappresenta i leader africani come dei Lillipuziani che si stringono la mano di fronte a un’enorme faccia cinese e in calce riporta questo testo: “Siamo partner uguali. ” Un messaggio questo che fotografa perfettamente lo stato attuale delle relazioni bilaterali e che costituisce un monito per i governi africani ad assumere un maggior controllo dei propri rapporti con i partner stranieri. Con l’obiettivo di trasformare l’influenza economica tanto cinese quanto occidentale in una vera occasione di crescita per l’Africa.

 

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