venerdì, Novembre 15

Cibo italiano nel mondo? Nel 2018 si dovrà fare squadra Anna Maria Pellegrino, presidente dell'Associazione Italiana Food Blogger, ci spiega perché nel 2018 il food blogging potrebbe salvare il cibo Made in Italy

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Italia, italiani ed italianità sono tre concetti separati tenuti insieme da una sola cosa: il cibo. E tutti, proprio tutti, nel mondo, concordano. Sarà stata questa l’intuizione che ha portato il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali e il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo ad annunciare, lo scorso primo giugno, che il 2018 sarà l’anno dedicato al cibo italiano nel mondo.

L’Italia, con la sua arte ed i suoi paesaggi, gli italiani, con la loro cultura culinaria e le loro ricette centenarie e l’italianità, quello stereotipo che (fortunatamente) continua ad attrarre i turisti di tutto il mondo nel Bel Paese. Ancora una volta il Governo Italiano, sempre attivo in programmi nazionali ed internazionali per la valorizzazione del Made in Italy, ha investito sul nostro patrimonio agroalimentare, che coniuga l’arte e le bellezze paesaggistiche all’ artigianalità e alla storia.

Dunque, da italiani non possiamo lamentarci della materia prima: prodotti di qualità e bellezza ne abbiamo in abbondanza. Ma siamo in grado di comunicarlo oltre il confine? Siamo abbastanza “contemporanei” da poter raccontare correttamente la ‘tradizione’?

Ne abbiamo discusso con Anna Maria Pellegrino, presidente dell’ AIFB (Associazione Italiana Food Blogger), cuoca e food blogger di successo grazie al suo blog La cucina di Qb.

L’Associazione italiana food blogger, ci racconta la dottoressa Pellegrino, nasce nel 2012 dall’ entusiasmo e la passione di un gruppo di food blogger  unite dalla necessità di dare rilievo a quello che stava per diventare un mestiere a tutti gli effetti: “Inizialmente, quando il blog era l’unico canale di comunicazione sulla rete, il nostro lavoro non era molto diverso da quello del giornalista o del critico gastronomico: ricevevamo inviti ad eventi, fotografavamo con la nostra reflex le pietanze e con calma elaboravamo il nostro pezzo. Con l’avvento dei social, Facebook prima, Instagram poi, le esigenze di aziende e follower sono cambiate: adesso in poco tempo dobbiamo scattare con il nostro smartphone e postare contenuti di qualità, che rispecchino strategie comunicative efficienti ed efficaci in grado di valorizzare allo stesso tempo il prodotto e far trasparire le nostre opinioni”.

Di fronte ad un mestiere che coniuga abilità culinarie, comunicative ed artistiche ma che, in fondo, non comporta né essere cuochi né esperti in comunicazione né tantomeno fotografi e scrittori, c’è stato bisogno di creare un’ associazione (senza scopo di lucro) che si proponesse di valorizzare «la figura del food blogger […] con l’aiuto e il sostegno prezioso di tutti gli Associati, quale terreno fertile per la definizione e la crescita di questo ruolo in tutte le sue preziose forme e identità» ed allo stesso tempo «offrire agli Associati gli strumenti necessari per approfondire le proprie conoscenze nel settore, attraverso la partecipazione a visite didattiche, food camp, eventi mirati, workshop e corsi di formazione, oltre all’opportunità di interagire, nel pieno rispetto dei ruoli, con associazioni di categoria, realtà pubbliche e private».

La formazione, ci spiega la Pellegrino, è una delle priorità dell’AIFB, insieme alla creazione di occasioni di incontro e mutuo scambio. Tra gli obiettivi dell’Associazione, tuttavia, non c’è solo preparare gli aspiranti food blogger ed aggiornare quelli di vecchia data con workshop di fotografia, scrittura, comunicazione, cucina, web marketing, ma anche quello di promuovere i rapporti e la collaborazione con gli enti locali e le realtà pubbliche e private contribuendo alla valorizzazione della cucina e la cultura del territorio.

La proclamazione del 2018 come anno del cibo italiano rappresenterà una grande occasione per tutti noi che lavoriamo con il cibo e per il cibo” afferma la Pellegrino, eppure ci confessa che la percezione della tradizione culinaria italiana nel mondo è ancora molto distorta e stereotipata. “Molti turisti si aspettano  di arrivare in Italia e mangiare una pizza stile PizzaHut o gli spaghetti con le polpette”. Eppure, ci racconta, le esigenze dei nostri visitatori sono molto chiare: “La prossima settimana incontrerò un gruppo di turisti cinesi per una lezione di cucina. Il mondo è affascinato dalle nostre tradizioni, dalla storia che raccontano i nostri prodotti ma, all’estero, tutto questo non viene comunicato. E mi ritrovo ancora spesso a discutere con persone non italiane di quanto i ravioli panna e piselli non siano un nostro piatto tipico”.

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