venerdì, Novembre 15

Cibo e scienza: a Mantova si ‘coltiverà conoscenza’

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Anche se la società contemporanea può dirsi in qualche modo ossessionata dal cibo e da tutto ciò che lo riguarda, è difficile che il discorso mediatico venga veicolato verso chi il cibo lo produce, lo coltiva, se ne prende cura. Quella che una volta era la ‘tradizione contadina’ oggi è diventato un mondo dove la scienza e l’innovazione ne fanno da padrone: l’uomo è riuscito a rendere più efficienti le tecniche di produzione, a sviluppare nuovi metodi per l’agricoltura e l’allevamento, ad aprire strade alternative per l’intera filiera agroalimentare, dalla selezione di semi più resistenti ai parassiti e alle intemperie del clima, all’invenzione di un’enogastronomia sempre più ricca, creativa, geniale, capace di fondere tradizione e modernità.

Questi i temi che verranno affrontati nel corso del Food&Science Festival di Mantova, la cui prima edizione si svolgerà dal 5 al 7 maggio 2017. L’ evento racconterà lo straordinario e indissolubile legame tra cibo e scienza, convergendo in una serie di conferenze, laboratori e workshop i grandi temi del futuro: si parlerà di ecosostenibilità, economia, inquinamento, società, valorizzando il progresso scientifico e la ricerca nel campo dell’agroalimentare.

Il programma dell’evento è davvero ricchissimo e gli spunti di riflessione sono molti, per questo motivo abbiamo approfondito alcuni punti con Matteo Lasagna, presidente di Confagricoltura Lombardia e Mantova, che promuove l’evento, in attesa di questo grande appuntamento di divulgazione scientifica.

 

Come nasce l’idea del Food&Science Festival? Qual è il valore aggiunto che vuole apportare?

Da diverso tempo ci chiedevamo, in quanto Confagricoltura, in quanto Associazione degli Agricoltori, quale fosse il corretto modo di comunicare quella che è la produzione degli alimenti che ogni giorno realizziamo nelle nostre aziende. Troppo spesso siamo in balia, non tanto di mode alimentari, ma di pressapochismi su quella che dovrebbe essere l’informazione corretta sul nostro modo di fare agricoltura. Da qui nasce l’idea del Festival, ovvero il bisogno di raccontare, nel modo più aderente possibile alla realtà, quella che oggi è l’agricoltura italiana, fatta di innovazione, fatta di scienza e non esclusivamente di tradizione. Come tradizione intendo quella novità che mio nonno inserì cinquant’anni fa nell’azienda come innovazione. Vorrei che fra cinquant’anni i miei figli chiamassero ‘tradizione’ le novità che sto portando adesso nella mia produzione, dal punto di vista della sicurezza alimentare e soprattutto della qualità dei nostri prodotti. Oltre ovviamente che alla sostenibilità dell’intero meccanismo di produzione.

Il cibo, così come la sua produzione, è ormai parte integrante del progresso scientifico. Dobbiamo dunque abbandonare l’immagine stereotipata del contadino per quella di ‘scienziato’ della terra?

Gli agricoltori, o contadini, sono a tutti gli effetti degli scienziati: l’andare contro natura, non nel senso di snaturare la terra, ma di combattere contro di essa affinché ogni giorno ci venga assicurata una produzione sufficiente a soddisfare i nostri bisogni, che rispetti gli standard di qualità e che assicuri quella sicurezza alimentare che i consumatori sempre più ricercano, porta l’agricoltore ad essere inevitabilmente uno scienziato, non solo esperto dei principi agronomici, ma anche attento a quelli economici, affinché soddisfi la sostenibilità dell’azienda, e a quelli naturali, pensiamo al clima ad esempio. Gli agricoltori sono degli scienziati da questo punto di vista.

Il legame con la scienza è molto più forte di quello che appare. Pensiamo ad esempio alla scienza della nutrizione: come spiega questa rinnovata attenzione verso l’assunzione dei giusti nutrienti?

Io credo e, anzi, ne sono convinto, si tratti di un ulteriore passaggio, un ulteriore innovazione a cui assistiamo. Trent’anni fa pensare a quelli che erano i valori nutritivi da applicare sull’etichetta dei nostri prodotti era completamente fuori dall’immaginario collettivo, così come non era presente neanche sugli scaffali della grande distribuzione. Stiamo lentamente selezionando gli alimenti che servono effettivamente al bene del consumatore e non solo quelli confacenti all’economia e al guadagno dell’azienda. In questo caso il legame con la scienza si presenta inscindibile. La ricerca non deve fermarsi, i nostri cervelli devono poter rimanere a casa ‘al servizio’ della nostra agricoltura (ma non solo). E questo non è un luogo comune ma un dato di fatto. Le multinazionali, additate sempre come il nemico, pullulano in realtà di ricercatori, scienziati italiani che stanno cercando di apportare quelle modifiche, quei miglioramenti, di cui tutti potremmo beneficiare. Una fra tutte, la possibilità di poter innestare, attraverso il genome editing, un gene che si trova in modo naturale nell’ allevamento selvatico di una pianta in quello a pieno campo, risolvendo quelli che sono i problemi legati all’ uso di troppa chimica in agricoltura: le tante malattie che stanno progredendo richiedono infatti sempre di più l’uso di sostanze chimiche per curarle.

Non pensa che questo possa ‘spaventare’ il consumatore sempre più orientato al cibo ‘genuino’?

Assolutamente no, non dovrebbe affatto. Tanto più abbiamo una iniezione di tecnologia, tanto più possiamo garantire al consumatore quella sicurezza e quella qualità di cui già le parlavo prima. Le faccio un altro esempio: trent’ anni fa la crosta del Parmigiano Reggiano era nera perché veniva utilizzato del carbone per proteggere il formaggio dai batteri; oggi, grazie ai livelli sviluppati di tecnologia che registriamo nella produzione e nella lavorazione del nostro latte, possiamo assicurare gli standard di qualità e sicurezza del prodotto.

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