domenica, Agosto 25

Cina in Cambogia per la conquista del Sud-Est asiatico? Il presunto accordo per l’utilizzo della base navale cambogiana di Ream consentirebbe a Pechino di espandere la sua influenza nella regione

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Cambogia e Cina avrebbero segretamente raggiunto un accordo per lutilizzo della base navale militare di Ream da parte di Pechino. La notizia è stata lanciata domenica dal ‘Wall Street Journal’, il quale ha riportato le informazioni di alcuni funzionari statunitensi che «hanno familiarità con la questione».

Stando a quanto riferito al quotidiano con sede nella Grande Mela, l’intesa tra Phnom Penh e Pechino sarebbe stata firmata durante la scorsa primavera, ma non divulgata. Sebbene i dettagli dell’accordo siano risultati poco chiari, le fonti americane hanno detto di aver visionato una prima bozza, dalla quale si evince che la Cina avrebbe il permesso di utilizzare per 30 anni la base di Ream, situata lungo la costa cambogiana che si affaccia sul Golfo del Siam (conosciuto anche come Golfo di Thailandia), usufruendo anche di rinnovi automatici ogni 10 anni. 

Dopo che la notizia ha fatto il giro del globo, il Primo Ministro cambogiano, Hun Sen, ha rilasciato una nota, attraverso la quale smentisce categoricamente il raggiungimento di un accordo militare con Pechino.  «Non è successo nulla di simile poiché una base militare straniera è in contraddizione con la Costituzione della Cambogia», si legge nel documento ufficiale pubblicato ieri sul sito del Ministero degli Affari Esteri cambogiano, «non abbiamo mai avuto una discussione con il leader cinese, figurarsi la firma di un accordo. Ora, è giunto il tempo di smetterla di usare notizie distorte sulla presenza militare cinese in Cambogia contro di noi».

In effetti, l’articolo 53 del Capitolo IV, intitolato ‘Sulla Politica’, della carta costituzionale cambogiana – adottata il 21 settembre del 1993 – si esprime chiaramente sulla questione: «Il Regno di Cambogia non autorizza alcuna base militare straniera sul suo territorio e non avrà  una propria base militare all’estero, eccetto nel quadro di una richiesta da parte delle Nazioni Unite».  

In ogni caso, se la notizia venisse confermata o trovasse riscontri concreti, quella di Ream diventerebbe la seconda base militare della Cina al di fuori dei propri confini nazionali, dopo quella africana di Gibuti inaugurata nel novembre del 2017, e consentirebbe a Pechino di estendere la sua influenza sul Sud-Est asiatico, costituendo una minaccia per la sovranità e scombussolando gli equilibri della regione. Almeno è questo quello che temono gli Stati Uniti, che ormai da tempo vedono con sospetto la collaborazione militare tra i due Paesi asiatici.

Nella base navale di Ream, che si estende per circa 720 mila metri quadri (190 acri), i cinesi costruirebbero due nuovi grandi moli – oltre quello già presente edificato con fondi americani destinato alla marina cambogiana – utilizzando circa 280 mila metri quadri dell’attuale area che servirebbero ad ospitare le navi delle due marine con la possibilità di trasportare armi.

Un programma che andrebbe di pari passo con la costruzione dellaeroporto internazionale Dara Sakor, finanziata dalla società cinese Union Development Group (UDG), che ha ottenuto da parte del Governo cambogiano un contratto di locazione iniziale di 99 anni. Nonostante la compagnia abbia dichiarato che l’aeroporto è di natura commerciale, secondo i funzionari statunitensi l’attuale pista sarebbe in grado di far decollare e atterrare aerei militari in grado di colpire i Paesi vicini. La realizzazione dell’aeroporto, che si trova a circa 60 km a nord-ovest di Ream, nella provincia di Koh Kong, è comunque parte di un progetto più grande – partito circa dieci anni fa – dal valore di circa 3,8 miliardi di dollari, che prevede anche l’edificazione di un porto e di un parco industriale, per un’estensione totale di 36.000 ettari, con la copertura del circa 20% della costa cambogiana.

Piani che fanno della Cina il più grande partner commerciale della Cambogia, la quale, a sua volta, è uno dei più forti sostenitori della Belt&Road Iniziative (BRI), che trova nella Sihanoukville Special Economic Zone (SSEZ) – che secondo i calcoli sarà in grado di ospitare fino a 300 imprese che impiegheranno circa 100.000 lavoratori – e nella superstrada Phnom Penh-Sihanoukville – per la quale i cinesi hanno sborsato 259 milioni di dollari – la sintesi della collaborazione tra Pechino e il Governo cambogiano.

Una partnership, però, che non si ferma solamente al commercio, ma che è intensa dal punto di vista militare, con il Celeste Impero che è il più importante finanziatore militare del Regno cambogiano, al quale lo scorso anno ha fornito un pacchetto di 130 milioni di dollari. 

Una cifra ampiamente alla portata di Pechino dato che, nel marzo scorso, il Ministero delle finanze cinese ha annunciato un budget annuale per le spese militari di 177,5 miliardi di dollari. Quanto, però, la Cina spenda effettivamente per i suoi militari è ampiamente dibattuto. Il Center for Strategic and International Studies (CSIS) ha riportato in un editoriale le varie stime: secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) la cifra complessiva del 2018 è 250 miliardi di dollari, mentre l’International Institute for Strategic Studies (IISS) parla di 209 miliardi nel 2017. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (DoD), invece, ha concluso che il budget della difesa cinese ha probabilmente superato i 200 miliardi.

Ritornando al rapporto con la Cambogia sul fronte militare, Phnom Penh e Pechino hanno eseguito a marzo lExercise Golden Dragon, l’esercitazione militare bilaterale più grande mai svolta tra due Paesi, nella quale sono stati coinvolti 252 soldati cinesi, 382 soldati cambogiani e circa 2.200 altri membri del personale militare, compresi i paramedici.

A 61 anni dall’instaurazione delle relazioni diplomatiche ufficiali tra i due Paesi – 19 luglio 1958 – quindi, il rapporto tra le due Amministrazioni sembra essere più solido che mai. E proprio questa salda relazione, unitamente agli ingenti finanziamenti erogati da Pechino, ha gettato ombre sull’influenza della Cina su Phnom Penh, che sotto il Governo ultratrentennale di Hun Sen ha rinsaldato ancora di più la partnership sino-cambogiana. Un rapporto forte che ha minato anche l’unita dellAssociazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN).

Le ottime relazioni con la Cambogia, dunque, consentirebbero al Governo cinese di espandersi nel Golfo di Siam, in un’area strategica vicina allAsia centraledove Pechino controlla il porto pakistano di Gwadar – e strettamente connessa al Mar Cinese Meridionale. Qui, dal 2014, Pechino ha costruito sette isole artificiali fortificate, equipaggiate di porti, installazioni militari e piste di atterraggio: in totale, nelle isole Paracel e Spratly, la Cina possiede rispettivamente venti e sette avamposti. Pechino, inoltre, ha militarizzato lisola di Woody schierando aerei da combattimento, missili da crociera e un sistema radar. L’ultimo test missilistico cinese risale all’inizio di questo mese.

L’attivismo mandarino nel Mar Cinese Meridionale desta, però, la preoccupazione dei Paesi che si affacciano su quelle acque, in particolare di Filippine e Vietnam, due Stati con cui le relazioni si sono raffreddate e a cui il Giappone ha venduto navi e attrezzature militari per potersi difendere in caso di necessità, ma anche di Malesia, Brunei e Taiwan. Inoltre, dallo scorso anno, per contenere l’avanzata cinese e garantire la libertà di navigazione, gli Stati Uniti hanno intensificato le loro operazioni nel mare in questione.

Ovviamente, sono alti gli interessi in ballo: basti pensare che nel Mar Cinese Meridionale avvengono annualmente scambi commerciali da oltre tre biliardi di dollari e passa il 40% del gas naturale liquefattoMa non è tutto, dal Mar Cinese Meridionale, attraversando prima lo Stretto di Malacca che divide Malesia e Indonesia, passa circa l80% delle importazioni di petrolio della Cina. Costruire una base navale a Ream e, contemporaneamente, implementare e concludere  i lavori per la costruzione del canale thailandese di Kra, consentirebbe ai cinesi di eludere lo Stretto di Malacca e, quindi, evitare un’area ad alta densità. 

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