domenica, Aprile 5

'China Goes Global'

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Quando nel 2010 Bill Gates e Warren Buffet visitarono la Cina per promuovere il progetto Giving Pledge al loro arrivo trovarono un uditorio striminzito. Ad oggi, la campagna ha ottenuto il sostegno di 122 miliardari in giro per il mondo ma la Repubblica popolarecon i suoi 358 paperonicontinua a spiccare come la grande assente.

Nel 2012, il numero delle fondazioni benefiche registrate oltre Muraglia ammontava a 2.961, meno del 4% del totale degli Stati Uniti. L’anno successivo, mentre Mark Zuckerberg e moglie donavano oltre 970 milioni di dollari, i 100 filantropi cinesi più noti non arrivavano ad accumulare che 890 milioni di dollari. Questo non vuol dire che in caso di bisogno non si riesca a fare di più: quando nel 2008 la provincia sud-occidentale del Sichuan fu colpita da un devastante terremoto, le donazioni registrarono un aumento del 380% toccando quota 100 miliardi di yuan. Semplicemente, come spiega sul blog Asia Unbound Yanzhong Huang, Senior Fellow for Global Health presso il Council on Foreign Relations, «un reattivo, cosciente e spontaneo sforzo per il bene pubblico non rientra nella natura cinese». Non almeno quanto il gioco d’azzardo, passione per la quale i nuovi ricchi sono stati disposti ad ‘investire’ 74 miliardi di dollari durante i loro viaggi all’estero soltanto nei primi undici mesi dello scorso anno.

E’ sopratutto nel mondo della politica che la filantropia stenta a decollare. Lo stipendio piuttosto basso di cui godono i funzionari pubblici (il Presidente Xi Jinping prende l’equivalente di 1.580 euro al mese) fa sì che solo pochi alti ufficiali scelgano di dedicarsi alle opere caritatevoli. Complice il timore di finire nel mirino dell’anti-corruzione. Tra le eccezioni spicca l’ex Premier Zhu Rongji, per il secondo anno di fila nella China’s 100 Outstandg Donors List largamente dominata da personalità legate al mondo degli affari. Tra il 2013 e il 2014, Zhu ha devoluto 40 milioni di yuan (6,5 milioni di dollari) -accumulati con le vendite dei suoi libri- ad una fondazione che si occupa di promuovere l’istruzione nelle aree rurali più povere del Paese. Se nella Repubblica popolare le royalties continuano ad attestarsi come la principale fonte di donazioni, così l’educazione rimane il settore privilegiato dai filantropi cinesi, fin da quando nel 2004 i parenti di Deng Xiaoping decisero di versare 1 milione di yuan guadagnati con le pubblicazioni del defunto leader per supportare l’innovazione scientifica e tecnologica tra i giovani.

Il vero disincentivo pare essere sopratutto l’opacità per la quale sono note le attività filantropiche in Cina. Stando ad un rapporto ufficiale, soltanto il 30% delle organizzazioni benefiche regolarmente registrate rispetta gli standard internazionali informativi e di trasparenza. Un fattore che concorre a minare la fiducia dei donatori nei confronti degli enti benefici, già colpiti negli ultimi anni da una serie di scandali ben noti alle cronache locali. Non aiutano nemmeno le politiche poco incoraggianti con cui Pechino punta a controllare lo sviluppo della società civile, considerata una potenziale minaccia alla stabilità. Per potersi registrare come organizzazione non profit (NPO) una ONG è obbligata a riconoscere la propria affiliazione ad un’agenzia governativa, perdendo di fatto l’autonomia nella gestione dei fondi; chi non ci riesce è costretto a registrasi come organizzazione for-profit finendo per pagare una salata imposta sul reddito delle società. Così qualcuno opta per non registrarsi proprio, con problemi che riguardano non solo l’aspetto legale ma si estendono anche alla raccolta dei fondi necessari allo svolgimento del lavoro ed al riconoscimento sociale: la popolazione guarda con molto più interesse a realtà vicine al governo, o almeno ufficialmente riconosciute, per non incorrere in problemi di ordine politico.

Dal 2005 la Cina sta pensando a una nuovaCharity Law‘, in grado di esercitare un impatto significativo sul modo in cui gli enti benefici e le ONG straniere operano nel Paese. Presentato lo scorso dicembre all’Assemblea Nazionale del Popolo (il ‘Parlamento’ cinese), «un nuovo disegno di legge riflette un approccio più pragmatico per la definizione dello status delle organizzazioni caritative da parte dello Stato cinese», si legge su China Briefing, sito d’informazione sul business cinese. Dovrebbe anche allargare la definizione di organizzazione benefica per includere la maggior parte delle attività di pubblica utilità‘; «chiarire il processo di registrazione e lo status giuridico effettivo delle ONG nonché il processo di ‘certificazione degli enti benefici’».

In attesa che la proposta venga approvata, le numerose restrizioni e la mancanza di agevolazioni fiscali (i donatori individuali devono ancora pagare l’imposta sul reddito per le donazioni che superano il 30% delle loro entrate annue), fanno sì che spesso le donazioni vengano dall’estero e altrettanto spesso all’estero vadano a finire. Lo scorso anno, l’80% delle donazioni cinesi è stato destinato a istituzioni benefiche straniere; vale a dire che, su complessivi 30,4 miliardi devoluti, 24,2 miliardi di yuan sono finiti a Hong Kong, Macao e oltre i confini della Greater China. E’ la prima volta dal 2011 -anno in cui il China Philanthropy Reserach Institute ha cominciato a stilare la sua ‘classifica dei 100 più caritatevoli’- che istituzioni al di fuori della Mainland si sono aggiudicate più fondi. In cima alla lista compaiono Jack Ma, fondatore del colosso dell’e-commerce Alibaba, e un gradino sotto il numero due Joseph Tsai; i due hanno ceduto quote per un valore di 16,9 miliardi di yuan e 7,24 miliardi a SymAsia Foundation Ltd, organizzazione non-profit di Singapore. Un assaggio in previsione dell’apertura di un fondo benefico pari al 2% del patrimonio aziendale di Alibaba, come annunciato da Ma lo scorso aprile.

Anche oltre Muraglia le istituzioni educative continuano a confermarsi come principali beneficiarie della generosità cinese. Pan Shiyi e Zhang Xin, la coppia che ‘ha dato alla luce’ la nota società del real estate SOHO, hanno devoluto 15 milioni di dollari alla Harvard University, nell’ambito di un progetto da 100 milioni pensato per aiutare gli studenti cinesi meno abbienti (ma più talentuosi) ad andare all’estero. Nonostante i coniugi siano attivi anche in patria, il gesto ha alzato un polverone mediatico sulla scia di critiche e dietrologismi. Non è insolito che ricchi cinesi decidano di ricompensare gli atenei in cui si sono formati. Sempre ad Harvard è andata una donazione da 350 milioni di dollari -la più consistente mai incassata dall’istituto- elargita dalla Morningside Foundation, organizzazione benefica con base a Hong Kong fondata dall’ex alunno e uomo d’affari, Gerald Chan e dal fratello Ronnie. Nel 2010, il finanziere Zhang Lei ha donato 8,8 milioni di dollari a Yale per avergli «cambiato la vita» snobbando la Renmin University di Pechino, sua alma mater.

Per le università si tratta di un colpo grosso: il numero degli studenti cinesi all’estero è più che triplicato nell’ultima decade ed è destinato a salire. Il supporto economico di personalità di spicco rafforza naturalmente questa tendenza. Quando però lo sponsor è troppo vicino al Governo di Pechino, si affaccia il rischio -già sperimentato con gli Istituti Confucioche un’eccessiva presenza di capitali cinesi possa intaccare l’integrità accademica dei prestigiosi istituti. Lo scorso anno un’inchiesta del ‘Telegraph ha definitivamente fatto luce su una controversa donazione da 6,3 milioni di dollari (3,7 milioni di sterline) destinata all’istituzione di una cattedra di studi cinesi presso la Cambridge University. L’identità oscura del donatore, una misteriosa Chong Hua Foundation registrata alle Bermuda, aveva fin da subito aizzato alcuni sospetti -insabbiati dalle autorità universitarie- circa il possibile coinvolgimento di mecenati cinesi politicamente influenti. Fino a quando si è accertato che alla direzione della fondazione siede Wen Ruchun, la figlia dell’ex Premier Wen Jiabao, e che il nuovo corso sarebbe stato gestito da Peter Nolan, ex professore di Ms Wen nonché autore del libro ‘Is China Buying the World?‘, critica alle tendenze sinofobiche diffuse tra i Paesi occidentali. Nolan è già direttore del China Executive Leadership Program, progetto -sponsorizzato dal Partito comunista- che ogni anno attrae a Cambridge senior executive delle compagnie statali cinesi per un periodo di training.

Negli ultimi anni, l’affermazione della Cina come seconda potenza economica non ha trovato un riscontro egualmente brillante sul versante culturale. Sebbene i ‘rapporti people-to-people‘ siano diventati ormai un caposaldo della diplomazia cinese, quando si esce dalla galassia sinocentrica l’appeal esercitato dalla millenaria civiltà sorta lungo il Fiume Giallo appare flebile. Il gigante asiatico continua a sentirsi culturalmente sottovalutato, mentre dall’esterno l’aggressività dei finanziamenti cinesi (destinati alla moltiplicazione di istituti e organi d’informazione) viene osservata con sospetto. Così è stato anche quando, lo scorso anno, il folkloristico filantropo Chen Guangbiao ha minacciato di comprarsi il il ‘New York Times, prima, e il ‘Wall Street Journal‘, poi, lamentando la «scarsa oggettività» con cui l’America racconta la Cina. Si dà il caso che Chen oltre ad essere noto per i suoi completi verde mela, per la vendita di lattine d’aria fresca e la distribuzione di contanti ai terremotati del Sichuan, lo sia altrettanto per le sue posizioni nazionalistiche sfoggiate sulle colonne del quotidiano della Grande Mela, quando nel 2012 acquistò uno spazio appositamente per sostenere la ‘cinesità’ delle isole Diaoyu/Senkaku contese col Giappone -più di recente per dissuadere il Premier nipponico Shinzo Abe dal visitare il santuario di Yasukuni presso cui riposano le spoglie di alcuni criminali di guerra ‘di classe A’. Fattore che certo non mette in buona luce ‘la lunga marcia’ della filantropia cinese sul proscenio internazionale, alimentando le ricorrenti perplessità che travolgono il soft power cinese nel mondo.

«Mi sembra che la questione [internazionalizzazione] evidenzi soltanto le difficoltà incontrate nella creazione di fondazioni filantropiche nella Repubblica popolare,» ci spiega Yanzhong Huang, «Jack Ma ha dichiarato che il suo fondo ha contribuito a fare la parte del leone nelle donazioni cinesi d’oltremare, ma ha anche detto che ha dovuto registralo all’estero per smarcarsi dalla burocrazia cinese. La maggior parte del fondo, comunque, dovrebbe in definitiva essere incanalato nuovamente verso la Cina. Ricordo che la Morningside Foundation ha denunciato problemi simili per giustificare la scelta di finanziare Harvard piuttosto che un’università cinese. In altre circostanze (come nel caso della donazione di Pan Shiyi a Harvard), la decisione potrebbe essere dettata da un mix di fattori, ma dubito che le donazioni abbiano molto a che fare con il soft power della Cina. E’ vero che le attività benefiche di Chen Guangbiao all’estero potrebbero essere motivate da uno spirito egocentrico e dalla voglia di proiettare oltre confine il potere morbido della Cina. Ma dato che il soft power dipende dalla credibilità, non credo che le sue donazioni faranno la differenza. Le istituzioni più serie sono ben consapevoli dei rischio a cui vanno incontro accettando donazioni cinesi con collegamenti ufficiali.»

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