lunedì, Ottobre 21

Chi spende di più per armarsi In proporzione la Russia batte Stati Uniti e Cina perché priva di alternative, avendo però anche buone ragioni per cercare di schermirsi

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Sul ‘Corriere della sera’ di giovedì scorso sono stati opportunamente illustrati i dati più aggiornati relativi alle spese militari nel mondo, con particolare riferimento alla ‘sfida tra superpotenze’ in atto una volta di più anche in quel settore. I dati sono ricavati dall’ultimo rapporto della fonte forse più autorevole (e certo più spesso citata) in materia: il SIPRI, Stockholm International Peace Research Institute, già a suo modo protagonista della ‘guerra fredda’ tra Est e Ovest. Impegnato, cioè, a dare accurato conto di realtà aspramente e pericolosamente conflittuali da una posizione indipendente e neutrale e con finalità di pace.

Almeno nel resoconto neanche tanto succinto del quotidiano milanese, tuttavia, si tratta di dati singolarmente carenti. Vi si riferisce, innanzitutto, che nel 2018 le spese militari mondiali sono aumentate (del 2,6% rispetto al 2017) per il secondo anno consecutivo arrivando ad un totale di 1822 miliardi di dollari, un record dal 1988, quando il summenzionato conflitto planetario, fortunatamente non ‘caldo’, non era ancora terminato. La cifra equivale al 2,1% del PIL globale con conseguente carico di 239 dollari pro capite.

Si precisa quindi che il 60% del suddetto totale fa capo ai cinque Paesi che per armarsi hanno speso di più: Stati Uniti, Cina, Arabia saudita, India e Francia. Tra i quali sono stati proprio i primi due a far registrare la maggiore crescita annuale: del 4,6% per gli USA (primo incremento dal 2010) e del 5% per l’ex Celeste Impero, le cui spese militari aumentano ininterrottamente da ormai 24 anni. Da quando cioè la Repubblica popolare di Deng Hsiaoping, ripudiando in parte il maoismo, innestò la quarta marcia in fatto di crescita economica.

A questo punto, però, molti si domanderanno o si saranno già domandati: che ne è della Russia, che nel pezzo del ‘Corriere’ non è neppure menzionata? E’ vero che la principale erede dell’URSS, e come tale già suprema duellante con gli USA nella ‘guerra fredda’, non può legittimamente aspirare al rango di superpotenza sia a causa della frantumazione del colosso già sovietico e prima ancora zarista, sia soprattutto al suo drastico ridimensionamento economico.

Una sessantina di anni fa l’URSS di Nikita Chrusciov sognava di ‘raggiungere e superare’ economicamente gli USA. Si rivelò una chimera, ma molti ci credettero, e lo paventarono, anche oltre oceano. Oggi il PIL della Federazione russa, che conta 147 milioni di abitanti, si colloca nel mezzo tra quelli dell’Italia e della Spagna, ossia a 7 volte meno del PIL cinese e 12 volte meno di quello americano, con il primo sempre in forte crescita nonostante un recente rallentamento mentre quello russo stenta a riprendersi da un’ennesima ricorrente recessione.

Beninteso, il concetto di superpotenza in senso generale non è scientifico e neppure univoco. Ma mentre è da escludere che la Russia possa essere considerata tale in termini economici, non c’è dubbio che lo sia invece sotto il solo profilo militare. Con l’eventuale aggiunta di una maggiore capacità politica, rispetto ad altri soggetti, di ricorrere effettivamente all’uso delle armi, oltre a minacciarlo, senza dover renderne troppo conto, per le sue molteplici conseguenze e implicazioni, all’opinione pubblica interna.

Se poi l’indiscussa quanto manifesta potenza militare, accompagnata dall’attuale solidità politica, sia sufficiente a sostenere comportamenti da superpotenza tout court, resta da dimostrare nei fatti, al di là della ribadita aspirazione della Mosca ufficiale alla parità di diritti e dignità con qualsiasi altro soggetto internazionale e alla sua pretesa spesso decisamente energica di un trattamento conforme.

Per il momento, ci si può accontentare della constatazione che il poderoso arsenale di armi nucleari e altre di carattere ‘strategico’ di cui la Russia dispone, e continua a crescere e a rafforzarsi persino nel più ostentato dei modi, non teme certo il confronto con quello degli USA, considerati fino a ieri l’unica superpotenza residua, né tanto meno con quello della Cina, superpotenza emergente e anzi ormai praticamente emersa.

D’altra parte, spostando l’attenzione sugli strumenti bellici cosiddetti convenzionali, gli effettivi delle forze armate russe ammontano a circa 900 mila uomini, una cifra che colloca la Federazione al quinto posto nel mondo, superata solo dalla piccola Corea del nord, che costituisce un caso del tutto particolare, e da due giganti demografici come la Cina (2,2 milioni) e l’India nonchè dagli Stati Uniti (intorno a 1,4 milioni come l’India) la cui popolazione è circa doppia di quella russa.

Un dato, questo, ulteriormente e chiaramente indicativo non solo dell’eccezionale sforzo finanziario che la Russia deve sopportare per garantire quel grado di sicurezza esterna che al Cremlino si ritiene indispensabile ma anche per consentire il dispiegamento di iniziative a largo raggio non strettamente difensive del suolo patrio bensì a sostegno di strategie politico-militari evidentemente considerate non meno necessarie ai fini degli interessi nazionali.

Il multiforme e ormai annoso appoggio alla ribellione di due province dell’Est ucraino al governo di Kiev dopo l’appropriazione di forza della Crimea strappata alla stessa Ucraina; il breve conflitto precedente con la Georgia per permettere o suggellare il distacco anche da questa repubblica già sovietica altre due province confinanti con la Russia; l’imponente intervento nella guerra più o meno civile in Siria e il recente accenno a soccorrere anche militarmente l’amico regime chavista nel lontano Venezuela, sotto diretta minaccia americana: sono altrettanti casi di vistoso e inevitabilmente costoso ricorso alla forza, sia pure diversamente modulato, non solo nel ‘vicino estero’ dove Mosca non tollera o cerca di respingere anche interferenze dirette o indirette di altre potenze.    

Come conciliare tutto ciò con quanto si apprende dal rapporto del SIPRI? Dopo avere registrato l’anno scorso una riduzione di ben il 20% delle spese militari russe nel 2017, esso ne notifica un ulteriore taglio del 3,5% nel 2018, con conseguente relegazione del Paese al sesto posto nel mondo, alle spalle della Francia e degli altri già menzionati, attribuendo al relativo bilancio russo un ammontare di 61 miliardi di dollari da confrontare con i 649 miliardi degli USA e i 250 miliardi della Cina.

Si tratta di una cifra praticamente simile a quella indicata da un’altra fonte autorevole, il londinese IISS (International Institute for Strategic Studies), che rialza invece la Russia al quarto posto nel mondo, ed equivale pur sempre ad un 3,9% del PIL nazionale, il più elevato nella relativa graduatoria dei primi 15 Paesi che più spendono, compresi gli USA (3,2%) e la Cina (1,9%). Un confronto, quest’altro, che dà già un’idea dell’onere finanziario cui Mosca si sobbarca per potenziarsi militarmente e sostenere i propri impegni nel settore.

Ma non basta. Il rapporto del SIPRI è stato accolto con molto scetticismo per quanto riguarda la Russia, e non è certo una novità anche perché lo stesso accadeva in passato con l’URSS, quando peraltro i bilanci statali di Mosca erano ben più difficili da leggere e confrontare con quelli occidentali a causa di una profonda diversità sistemica. A differenza degli istituti di Stoccolma e Londra altri centri di ricerca e analisi, anche moscoviti, non prendono per buoni i dati ufficiali russi, come già quelli sovietici, sostenendo che spese militari di vario genere non figurano nel bilancio della difesa ma sono in qualche modo celate, o vanno comunque ricercate, in quelli di altri dicasteri.  

In qualche caso ciò appare alquanto plausibile, come ad esempio in quello delle milizie private assunte contrattualmente e largamente utilizzate su più fronti e varie circostanze, anche per mascherare in qualche misura il coinvolgimento e le responsabilità governative. Ma i sospetti di una ‘contabilità creativa’ si concentrano altresì sui costi della Guardia nazionale, dello stesso FSB, il Servizio federale per la sicurezza subentrato al mitico KGB sovietico, e di altre componenti ancora dell’apparato militare o militarizzato e di attività ad esso collegate.

I risultati di un simile scrutinio non sono da poco. Per il 2017 l’Istituto Gaidar, russo, aveva riscontrato una spesa militare complessiva ed effettiva superiore di 16 miliardi di dollari alla cifra ufficiale, mentre una società di consulenza americana aveva optato per un totale intorno a 70 milioni di dollari, pari al 5% del PIL. Malgrado i successivi tagli, vari istituti ed esperti occidentali segnalano adesso la permanenza di sforamenti più o meno immutati, ma che arriverebbero addirittura a totali annuali di 150-180 miliardi se il conteggio in dollari venisse fatto non secondo il cambio ufficiale del rublo bensì in base alla parità del potere di acquisto, come sarebbe corretto dal momento che il grosso degli approvvigionamenti avviene sul mercato interno.

Il che nulla toglie, naturalmente, al peso finanziario delle spese militari effettive sulla bilancia economico-sociale della Federazione russa, già messa a dura prova dalla crisi degli ultimi anni e dalle sanzioni occidentali. Un peso inevitabilmente negativo nel saldo finale, benchè le commesse all’imponente industria bellica domestica aiutino a sorreggere il PIL anche attraverso l’export tuttora copioso della sua produzione.

Restano comunque comprensibili, volendo, sia lo sforzo governativo di minimizzare tale peso agli occhi dell’opinione pubblica sia le pressioni di una parte del ceto dirigente russo in favore di una politica estera meno militante. Tenendo conto, tra l’altro, che un eccessivo impegno in conflitti di tipo ‘convenzionale’ ovvero ‘ibrido’ o ‘a bassa intensità’, ma prolungato, come quello ucraino, possono risultare parecchio più costosi, sotto più aspetti, dell’accumulazione di armi di distruzione di massa, che promettono al limite sicurezza assoluta ed è logico sperare che non si debbano mai usare.

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